giovedì 6 maggio 2010

Brano di intervista a Fortunato Zennaro (Nato Panà) barcaro di Fiera (TV)

Nato nel 1903 a Chioggia, residente a Fiera di Treviso durante la 1. guerra. 

Nastro 1988/12 - Lato A              
Domenica 17 aprile 1988

... Ho lavorato anche nella guerra del '15-'18; io sono del '3 ... avevo quindici anni, avevo dieci anni quando mio papà mi ha messo in barca.
D. Cosa ha fatto durante la guerra?
R. Mi hanno messo della Croce Rossa. Hanno requisito la barca [un burcio, barcone fluviale]. Hanno alzato le costàne [i bordi] ... le hanno alzate, hanno fatto i finestrini e hanno messo il segno della Croce Rossa. La barca era militarizzata. Hanno messo i tendoni della Croce Rossa e di notte, con i vapori "a tàmbure", quelle spatole in parte [sulle fiancate del burcio]... 
C'era il Paleocapa, il Guglielmo Pepe, il Sarpi, il Nicolò Tomaseo. Erano tutti vaporetti piccoli che tiravano una barca alla volta. Andavamo per mare e andavamo fuori a Sistiana, di notte. Là portavano giù i feriti del Carso e li portavano in barca. In barca c'erano i letti a castello - letti ... due per due e tre per tre - e vi mettevano i feriti e dopo, di notte, si partiva. Si veniva a Grado e da Grado, per l'interno, per la laguna si veniva a Aquileia, Marano Lagunare e si portavano i feriti a Venezia, alla stazione. Alla stazione c'erano i treni. Arrivavano i treni ospedale e li portavano ... metti in Bassa Italia, o dove c'erano gli ospedali.
La nostra barca si chiamava Alvise. Lavorava per il governo e prima era di proprietà di mio papà. [Augusto Zennaro, classe 1866]. È stata requisita e si era pagati, anch'io ero pagato, come òmo [da marinaio]. E dopo, quando nel '17 mia mamma è andata profuga ... eravamo dai miei fratelli, e mio papà ha detto: «Lasciamo là tutto e andiamo via anche noialtri!». Ma ormai era quasi finita la guerra, però ancora abbiamo fatto quattro cinque viaggi di feriti.
D. Ma perché è andata profuga, sua mamma?
R. Perché abitavamo a Treviso e [i tedeschi] erano qua a coso... Avevano passato già il Piave e ci avevano ordinato che andassimo via.
D. Anche voi, qua di Treviso, siete andati via?
R. Eh sì! Ero dalla Fiera io.
D. Quelli della Fiera, li hanno mandati via?
R. Con una barca, con un barcone... Siamo montati in sei sette famiglie e dopo abbiamo preso su gli altri a Casier, abbiamo preso su gli altri a S. Antonino, e siamo andati al Tronchetto a Venezia. Ci hanno messo in treno, a Venezia stessa. Ci hanno messo su un treno merci, hanno messo paglia ... e dentro, un pochi per vagone. Hanno fatto un treno e siamo arrivati ... a finirla ... a Napoli.
A Napoli non c'era posto e ci hanno portato a Benevento. A Benevento non c'era posto e ci hanno portato a Telese. Da Telese, con i camion, con le "giardiniere", ci hanno portato a Cerreto Sannita, nel Sannio, proprio in mezzo ai monti, proprio in mezzo ai lupi...
Io sono andato con mia mamma; mio papà è arrivato un mese dopo, perché mia mamma era incinta. E siccome ci hanno messi tutti in un convento di clausura, e mia mamma era incinta, non poteva partorire in un convento. Allora l'hanno portata fuori, l'hanno portata su una villetta. Hanno trovato una casa fuori, per noi soli, fra tutti quelli che eravamo partiti.
Noi eravamo otto fratelli e uno che è nato che faceva nove; ma poi uno è morto con la spagnola. Siamo partiti ... la mamma (incinta) e otto fratelli.
Pavan. Non sapevo che a Fiera fossero stati mandati via, profughi, gli abitanti.
Zennaro. Non era obbligatorio. Noi siamo andati via, perché può darsi ... anche in una notte sola! [I tedeschi] erano a Fagarè, e da Fagaré alla Fiera saranno quindici chilometri. Hanno detto «è meglio che andiate via, se viene l'invasione anche qua, una famiglia così grande ... dove andate?» E allora siamo andati via. Non tutti sono partiti, mia nonna per esempio è restata là: «Io sono vecchia, diceva, io non vado via da casa».
D. E dopo, quante altre famiglie sono partite?
R. Eh, sono partite da Treviso... C'era anche uno che faceva il sarto qua in Pescheria; dopo c'era Papparotto, c'era Favaro da Fiera, c'era anche sua mamma di Luigi Pregnolato, profuga anche lei ma era senza figli, appena sposata; c'era un'altra famiglia, Palmin[...], c'erano spose con figli [che avevano] i mariti soldati.
D. Con quante barche siete partiti?
R. Con una siamo partiti. Siamo partiti in sessanta montati.
D. Che barca era?
R. Una barca ... non mi ricordo più di chi fosse. Era un barcone di legno, nostro, qua: un burcio insomma.
Poi sono partite anche delle altre barche, ma erano anche da altri paesi, da Portegrandi, da quelle parti là.
Questo è successo quando sono venuti gli austriaci qua a Fagarè, che poi li hanno fermati, hanno mandato gli arditi e li hanno mandati di là del Piave ... loro avevano passato il Piave.
Invece, prima di Caporetto ho fatto in tempo di fare tre viaggi, a Sistiana. Sì, perché ci voleva tempo a caricare tutti i feriti che portavano giù di notte. Uno alla volta, li portavano giù per queste montagne. Li portavano in barca. E là c'erano i medici, c'erano gli infermieri, era tutto quanto a posto.
La barca era l'Alvise, portava 145 tonnellate. Era una bella barca grande, ce l'aveva lasciata mio nonno. Mio nonno aveva tre figli e ha lasciato tre barche, facendo il mestiere di barcaro.
Mia nonna era una Doria. Erano in tanti Doria, a Chioggia.
D. Non aveva paura ad andare con la barca a prendere i feriti?
R. Sì, si aveva paura, ma bisognava andare. Tutti andavano ... ma noialtri, io non ci badavo neppure, avevo quindici anni, allora; nel '17 avevo 14 anni.
D. Tante barche erano state militarizzate?
R. Militarizzate ce ne saranno state una decina... 
Pavan: Non tante...
Zennaro: Noo! Perché facevano il turno, c'era sempre una barca ferma...
Pavan. Perché mi ha detto anche Vittorio Massimo [un armatore fluviale], che l'avevano mandato su al fronte, a portare su roba...
Zennaro. Anche con noi mandavano su munizioni. C'era chi portava su munizioni, chi portava su da mangiare, roba da mangiare, insomma, queste robe qua. E dopo c'erano quelli che portavano via i feriti.
D. E' stato anche un affare da un punto di vista economico; erano pagati bene questi viaggi, o no?
R. Ah, non so ... perché a noi ci davano un tanto al giorno e basta. Ti davano come davano a mia mamma [di sussidio]. A mia mamma davano due franchi [lire] al giorno per ogni figlio e tre franchi a lei. Mio padre prendeva quattro franchi e a me ne davano due, perché ero morè, ero piccolo. Ma erano soldi a quei tempi là, sei franchi al giorno, fra me e mio papà! Perché, mangiare, mangiavamo con loro e allora erano tutti soldi avanzati.
D. Si mangiava bene o male?
R. Eh, si mangiava anche bene, perché si è iniziato a mangiare la roba degli americani e si avevano scatole di prosciutti in scatola ... magari salati, ma quando si faceva minestra, li si faceva bollire un poco e il sale andava via e diventavano buoni. Poi c'era tanta e tanta altra roba, che mandavano giù gli americani...

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