venerdì 30 aprile 2010

Intervista a Maria Fedato

Nata l'11 settembre 1908 a Falzè di Piave, TV.

Nastro 1994/30 - Lato A   [Sulla cassetta originale, da inizio a 23:19]             22 agosto 1994
Maria Fedato, Falzè di Piave  (Foto del 22.8.1994)
Ci hanno messo su una carretta e ci hanno portato a Sarmede.
Si sono presentati là col cavallo e con la carretta e poi hanno detto su, su, su. Siamo andati ... senza portarci via niente, come eravamo e poi quando eravamo laggiù a Sarmede si andava per le case.
01:10 Là tanti, quando ci vedevano, chiudevano le porte ... e allora noi da Sarmede si andava in giù, verso la pianura, ma anche là tante case, quando ci vedevano "studiavano" [si affrettavano] a chiudere le porte ... e tanti ci davano farina di sorgo rosso.
Un anno peregrino.
Noi abitavamo in Borgo Materasso, una località un po' discosta dal Piave, verso Pieve di Soligo.
Poi ho sposato uno che abitava lungo il Piave, dove avevano lanciato tutte le bombe. E là avevo un figlio che mentre giocava a calcio con dei ragazzi è andato verso il Piave ... ha visto che c'era un oggetto rotondo che lo incuriosiva, ha chiamato gli altri suoi amici a vedere e loro gli hanno detto:  
04:30 «No Joanin che a é na bonba». Ma lui ha insistito, è andato giù ed è saltato in aria. Morto sul colpo.
Mio marito era Breda Pietro, 1906. Ho avuto in tutto dieci figli, più uno morto.
Incidenti ne sono successi anche molti altri. A mio figlio è successo nel 1936. Era in località Breda-Mira, dopo il passo a barca di Falzè; e là di bombe ce ne sono ancora, sotterrate.
A Sarmede non ricordo con precisione il nome di chi ci ospitava ... era in una famiglia di contadini. 
Eravamo io, mia sorella Isa, mio padre Pietro, mia madre Regina Dal Tin, mio fratello Antonio. Siamo andati tutti con una carretta. Siamo partiti al mattino e al pomeriggio eravamo già là.
È stato mio padre a cercare questa famiglia.
09:33 Era una famiglia grande e ci ha messo sulle camere; ci ha trattato abbastanza bene. Solo che non c'era da mangiare, per questo "andavamo a carità"; anche mio papà e mia mamma.
In certe famiglie dove non potevano vedere i profughi ci davano sorgo, tanti invece ci davano magari una fetta di polenta.
Non andavo a scuola.
Quello che soprattutto mi ricordo è che si andava tanto in giro per trovare da mangiare.
Eravamo io (1908), mia sorella Isa, Antonio (del 1917), Vigilio (1906), Giovanni (che poi è andato a Milano), Pierina (del 13)...
La famiglia che ci ospitava era grande ... qualcosa, anche latte, quando c'era ce ne dava. 
13:34 Ma il ricordo principale è che andavo sempre in giro, in cerca di mangiare. Giù per le basse [verso la Bassa Friulana]; solo in un giorno però, mai stati via anche alla notte.
È tanto che mi piacerebbe ritornare su quei posti e trovare quelle persone che ci hanno ospitato! Non sono più ritornata su quei posti perché poi mi sono sposata e sono andata a stare in riva al Piave e là ho avuto 10 figli. 
14:44 Mi sono sposata nel 1936. Mio marito era contadino, "affittuale" di Collalto. Avevamo una bella stalla di vacche con una ventina di capi, più tre cavalli. Eravamo una famiglia abbastanza benestante tanto che tutto il paese di Falzè diceva: «Oh, varda i Bréda!». Il padrone Collalto veniva sempre, là da Breda...

Finita la guerra, quando siamo ritornati al Borgo Materasso la casa era parte in piedi e parte distrutta. Ci hanno dato la baracca.
17:48 Qua a Falzè della classe 1908 siamo ancora in 5 (tre maschi e due femmine) ... la campagna era abbastanza a posto [...]
Materasso si trova nella strada sopra a Chiesuola.
20:08 La bomba che ha ucciso mio figlio era dentro all'acqua del Piave, o meglio dentro un rivoletto, sull'alveo del Piave...
Quel luogo là era conosciuto come la Croda di Breda Mira, e noi si andava giù a lavare la biancheria con il bigòl e due cesti sulle spalle. Anche quando veniva giù forte l'acqua del Piave la croda rimaneva là. 
21:25 E c'è ancora; si trova più avanti [a monte] del passo a barca, bisogna passare il borgo di Cao de Villa.
Nel complesso, da profughi, molti ci trattavano bene e molti male. 
Noi si aveva altro che il pensiero di andare a trovare il mangiare...

Nastro 1994/29 - Lato B   [Sulla cassetta originale: dall'inizio a 01:53]       Aggiunte e precisazioni, 15 settembre 1994

23:41 [Quando andavamo a carità] ce n'erano di quelli che offrivano qualcosa e ce n'erano altri invece che chiudevano le porte; ed erano tanti questi, non tutti, ma insomma...
Tutti i miei parenti, malgrado tutto, sono ritornati. Nessuno è morto o si è ammalato.

Brano di intervista a Luigi Dotto

Nato nel 1901 a Sant'Angelo di Treviso.

Nastro 1984/3 - Lato A                      30 dicembre 1984

Sono andato in questa scuola che era appena fatta [a Sant'Angelo sul Sile] nel San Martin del 1910.
Durante la prima guerra, nella scuola elementare di Sant'Angelo c'era l'ospedale militare, ma ci andavano anche i borghesi, anche noi; come a Canizzano, lo stesso: c'erano le scuole dove è morta una che ho conosciuto anch'io, e dove vi hanno fatto l'ospedale militare.
C'era la spagnola, una febbre alta che morivi. Ti prendeva la febbre, 39-40 e andava avanti; se restava due-tre giorni bene, altrimenti... Poi hanno capito qualcosa, e allora con queste punture con queste cose l'hanno fatta sparire.
Anche a S. Angelo c'è stata, anche qua a casa nostra l'hanno presa, l'abbiamo presa, ma siamo guariti. Io no, non l'ho presa, ma mia cugina di San Giuseppe che è ancora viva...
Sono cadute delle bombe... [due da Reato e una da Florian]

giovedì 29 aprile 2010

Intervista a Rosaria Crùcil

Nata il 9 settembre 1912 a Loch di Pulfero (UD).

Nastro 1996/24 - Lato B             10 ottobre 1996       Ascolta l'AUDIO INTEGRALE originale     

    

Rosaria Crucil
 Brano selezionato 
Qua c'erano tutti i baracconi, erano i soldati nostri ... e poi, quando siamo andati via, che ci hanno mandati via profughi - siamo stati a Somma Vesuviana - tutto un fuoco, tutto un fuoco! Avevano acceso tutti baracconi; tutte le baracche hanno bruciato, oh quanto si piangeva noi bambini ... perché ci davano le carote, ci davano i fichi. I soldati qualcheduni erano buoni, qualcheduni erano anche cattivi e ci mandavano via, ci picchiavano; qualcuno poi ci chiamava ... i fichi e le carote, insomma tutte quelle robe, per noi era... 
Ci hanno portati via ... il papà ci ha portato col carro fino al Tagliamento, col bue e con la mucca e un po' di roba, di sacchi. Tutta la gente del paese, quella che poteva, perché certi sono rimasti, e certi sono andati via, diverse famiglie sono rimaste.
Ci hanno scaricati, e il papà doveva lasciare le bestie e andare via. Le nostre bestie ha dovuto lasciarle là, perché ... han dovuto lasciare tutte le bestie e tutta la roba, tutto quanto, soltanto noi ci hanno fatto passare insomma. Non so su che ponte del Tagliamento siamo passati, non vorrei dire una cosa che non so.
D. Come era la strada fino al Tagliamento?
R. Era bella la strada. C'era tanta gente che andava fuori. Noi siamo stati quasi fra i primi a partire, perché qua ci hanno mandato subito via quando hanno sentito che dovevano entrare dentro, e allora ci hanno mandati via...
02:20 Hanno bruciato tutte le baracche, tutte. Oh che fuoco che era giù di là! E noi bambini si piangeva sul carro, ci dispiaceva per le nostre cose ... perché ci davano fichi, ci davano carote, ci davano ... quelle robe che davano ai bambini, bagigi.
Io non ho fatto tempo a prendermi niente per il viaggio. La mamma poi ha messo tutto in un sacco quello che era bisogno per cambiarsi, e poi è rimasto là, il sacco, sul carro. 
Siamo venuti giù e ci hanno mandato a Somma Vesuviana. Il treno l'abbiamo preso subito dopo passato il ponte, che era pronto là; siamo andati col treno, quello dei soldati, la tradotta.

Nastro 1996/25 - Lato A                       10 ottobre 1996

04:47 D. Facevate davvero anche una volta le gubane? [la signora Crucil mi è stata segnalata dai titolari del negozio-laboratorio artigianale di gubane di Loch di Pulfero].
R. Sì, sì. Sempre si facevano a Pasqua, a Natale, quando si aveva voglia di mangiarla. Una ricetta delle mamme, delle nonne; era proprio una tradizione. Tutti facevano una volta le gubane in casa. Poi hanno fatto il forno e allora tutti approfittano e la prendono là nel forno, così non devono né lavorare né andare a spese, prendere spese in giro, la roba ... è tutto pronto là.
D. Loch di Pulfero, una volta era un comune di lingua slovena oppure parlavate sempre italiano?
R. Parlavamo slavo, parlavamo slavo, tempi addietro ... poi abbiamo cominciato a parlare in italiano.
D. E adesso non sapete più parlare in sloveno?
R. Sì, che sappiamo parlare.
D. Quindi se andate di là vi capite, sapete parlare...
R. Ma noi con quelli lassù non ci troviamo, perché loro parlano la lingua madre e noi si parla una lingua bastarda, un dialetto. Ci sono tutte le parole slave, furlane, italiane; è una mistura, e neanche ci capiamo con quelli lassù, perché loro parlano più la lingua madre.
D. È solo per la lingua o è perché non andate d'accordo come persone?
R. No, no ... come, persone? Perché, si va d'accordo! La lingua, è...
A me hanno messo due nomi, uno Rosaria, uno Ada. Di cognome sono Crùcil, di mestiere sono casalinga e contadina. Mi sono sposata e dopo un anno di matrimonio sono rimasta vedova con una bambina di tre mesi. Ho dovuto lavorare e fare. Mio marito è morto di otite ... si vede che da piccolino pastrocchiavano una volta, in casa, come pastrocchiavano ... e dopo gli è venuta; e poi da otite che aveva è morto di meningite. Aveva 27 anni; sono sessantadue anni che sono vedova.
[La casa è bella restaurata]: ci hanno anche aiutato dopo il terremoto, ma è sempre la stessa casa, sempre la stessa casa; soltanto fuori non era fatta così, era più sassi, e dopo abbiamo imbiancato, abbiamo avuto un contributo. 
D. Buono?
R. Non tanto buono, ma insomma un poco ci hanno aiutato. Col tenere da conto di quello là e ancora con un po' del nostro abbiamo fatto...
D. Ritornando al primo giorno, che siete partiti, chi è venuto a mandarvi via?
R. Nessuno... uno del comune è venuto e ha detto che dovete andare fuori perché è pericoloso, è molto sui confini. Qua siamo a pochi chilometri dal confine. È venuto proprio uno inviato dal comune di Pulfero, io adesso non so chi fosse, perché ero piccola e non so tutti i dettagli. Siamo partiti che era di mattina.
D. C'era già movimento di gente, di soldati che passavano ... si ricorda?
R. Sì. Scappavano e andavano su. Ce n'erano anche che andavano su; andavano a piedi, con i muli, con le "bare", con quelle robe là. Chi aveva macchine!
D. Di gente, di civili, voi eravate i primi a muovervi, ad andar via?
09:47 R. Sì, i primi, perché si era proprio sul confine. E anche quelli di Stupizza sono andati via, ma là a Stupizza sono tanti rimasti, più di qua. Qua sono rimasti un tre famiglie, invece lassù sono rimaste diverse famiglie.
D. E come mai; potevano rimanere?
R. Si, potevano rimanere, ma, cosa vuole, hanno provato di tutto ... li hanno maltrattati. Quando sono venuti giù i tedeschi ammazzavano i maiali, ammazzavano mucche ... quello che trovavano. Facevano altro che ammazzare, e star zitti e non dire niente.
D. E di voi, qua, del paese di Loch, quanti sono rimasti?
R. Due famiglie. Erano i Manzini (Luigi), qua dietro. E poi è rimasto un altro, come si chiamava ... non saprei dirlo.
Noi in stalla avevamo due mucche e un bue... Una l'ha lasciata in stalla e di quella mucca che la metteva nel carro col bue, l'ha messa al carro col bue.
Per la mucca rimasta mio papà ha detto a Manzini Luigi di darle un'occhiata. E ha detto Luigi che quella mucca che è andata col papà giù al Tagliamento è venuta su da sola ed è andata nella stalla, da sola. Poi sono venuti i tedeschi e volevano portarla fuori. La vacca non voleva andare fuori e l'hanno ammazzata là, nella stalla. Si chiamava Parigina; era di razza ... era di manto rossiccio, insomma di quelle mucche non di un pelo solo, rossiccia e cenere, così. Aveva qualche anno. 
I tedeschi, al Tagliamento, han preso tutte le bestie che potevano prendere e le hanno portate su di qua, e quando è passata per il paese la mucca si è ricordata dove stava ed è andata nella stalla. 
Volevano mandarla fuori, che andasse con le altre, ma lei non voleva andare, allora l'hanno ammazzata là in stalla. Dell'altra mucca che era rimasta in stalla non so che fine abbia fatto. E il bue? L'avranno ammazzato laggiù; quello là era grande e grosso e non abbiamo preso neppure un soldo di risarcimento danni...
Tutti gli animali li abbiamo lasciati qua, galline, ecc. Abbiamo portato via un sacco con la roba per cambiarsi, la mamma ha portato via ... perché hanno detto "per due tre giorni", che si stava via due-tre giorni e poi si sarebbe ritornati. 
13:49 Ma poi non siamo ritornati più; siamo rimasti laggiù un anno e sette mesi, a Somma Vesuviana.
D. E come si è trovata là?
R. Noi coi bambini sì ... anche con la gente, ci volevano tutti bene. Ci volevano bene, non ci maltrattavano. E poi c'erano tanti friulani. Non si andava con i napoletani laggiù; eravamo sempre noi della nostra parte, però si parlava anche con gli altri bambini. Ma noi, per giocare, per fare, si era coi nostri...
Là sono anche andata all'asilo, erano suore e una maestra.
Per mangiare la mamma preparava come qua. Comperavano, ci davano il sussidio. Si comperava e come qua, le mamme facevano. C'era farina da polenta. Avevamo il paiolo per fare la polenta; si sono arrangiate, no!
Noi eravamo papà, mamma e tre sorelle; io ero la media. Il papà non era militare perché aveva passato gli anni. Era del 1871 e allora lui andava a lavorare nei boschi, così portava casa qualche soldo. Si vede che erano in diversi uomini che si conoscevano e andavano sotto un napoletano a lavorare; però gli voleva tanto bene, questo napoletano...
L'altra famiglia che era rimasta a Loch durante l'occupazione era Specogna Antonio, mi sembra...
D. Mi hanno detto che tanto hanno "portato via" [rubato] anche quelli che sono rimasti qua in paese.
R. E beh, senz'altro! Le case erano vuote e gli uomini hanno detto: se devono portare via i tedeschi, è meglio che portiamo via noi. Così quando siamo tornati ... a casa c'erano tutte le finestre con le lamiere, non c'era neanche un vetro. Il fuoco lo facevano in mezzo alla casa, i tedeschi. E mio papà quando è venuto ... la prima cosa è andato a prendere i vetri a Pulfero, Cividale, non so io dov'è andato.
Mobili: niente; lenzuola: niente, niente...
D. E chi li ha portati via? Quelli che venivano giù dalle montagne?
R. Può darsi che erano anche quelli, che portavano via. Può darsi che anche i tedeschi hanno portato via. Io non so, non so. Insomma non abbiamo portato con noi niente, né lenzuola né niente, soltanto roba per cambiarsi per un due tre giorni...
Quando siamo tornati ci siamo messi a dormire nel fieno, nel maggio del 1919.
D. E la campagna com'era?
R. La campagna era in ordine. Non c'erano trincee. Solo che questi campi qua erano pieni di baracconi ... ma ormai non c'erano neppure più i resti delle baracche. Portato via tutto.
18:29 Niente, non c'era più niente, non c'era più niente. Perché quello che è rimasto l'hanno portato via la gente che era qua.
D. Poi qualcuno ve le avrà date indietro, magari, se ha preso delle lenzuola...
R. Niente, niente. Laggiù ci hanno dato lenzuola, ci hanno dato coperte; laggiù a Somma Vesuviana.
D. Avevate un parroco anche qua a Loch?
R. No, no. Il parroco era a Brischis, e non so dove sia andato a finire. Noi ci siamo trovati senza parroco. Si andava laggiù con quei parroci ... ci trovavamo ... ci volevano bene. Non bisogna dire che ci maltrattavano, ci volevano bene. E volevano più bene ai profughi che ai loro bambini, perché i profughi erano più rispettosi e i loro bambini erano abituati (che) facevano quel che volevano e noi si aveva paura; si era più rispettosi noi che loro. «I profughi sono buoni», dicevano, «i nostri sono cattivi». Non ci maltrattavano, bisogna dire, ci volevano tutti bene.
Non è venuto mai a trovarci nessuno. Siamo sempre rimasti da soli, noi e una mia zia, un'altra famiglia, quella che ha la casa lassù. Si chiamava Giuditta Birtic, anche lei con la famiglia, in cinque ragazzi e lei ... il marito era soldato, non so dove ... e i figli: tre erano maschi e due femmine. Eravamo un gruppo di cugini che ci si trovava tutti in quella villa. Si aveva una stanza per famiglia. Non ricordo chi fosse il padrone di quella villa. Oltre a noi di Loch c'erano altri friulani, ma noi non ci si considerava friulani. 
D. Con i friulani, come vi trovavate?
22:27 R. I furlani sa sono più prepotenti, loro. Si considerano più signori di noi, non so io, non capisco che cosa. Facevano pesare un pochino, si davano più arroganza, comandavano di più. So che erano da sotto Udine, da quelle parti, da giù di là. I loro bambini erano più grandi, ed erano del Friuli: erano più signori di noi! Noi, noi eravamo poveri. Loro sembrava ... se sono più in giù sono più nominati... non so io.
La mucca Parigina, era una meraviglia. Ah, i tedeschi, subito! I maiali, subito. E mangiavano carne cruda e morivano crepati, morivano, i tedeschi. Allora il signore, quello, Luigi, che le ho detto ... (i tedeschi) li han chiusi tutti in una stanza lassù, nel bar. Volevano bruciarli tutti perché dicevano che hanno messo il veleno nelle bestie e per quello morivano. Invece è venuto il dottore e ha detto niente, di no, perché ha detto ... i soldati mangiavano carne cruda, per quello sono morti. Non so che dottore fosse. Volevano bruciare tutta la gente, dentro al bar ... che era rimasto anche quel padrone. Tutta la gente che era rimasta l'hanno chiusa in una stanza e volevano dargli fuoco perché dicevano che avevano dato il veleno alle bestie e ai maiali. Invece i tedeschi non mettevano a bollire o ad arrostire,  mangiavano roba cruda, dalla tanta fame che avevano, e dai tanti giorni che erano senza mangiare. E dalla fame si sono insaccati e sono morti. Lassù i tedeschi non stavano bene per niente; quando sono venuti giù hanno fatto piazza pulita di tutto ... e, sì, sì ... hanno detto che ne sono morti diversi, e quel dottore è venuto e ha salvato tutta la gente. Ha detto andate, andate a casa che voi non avete nessuna colpa.
D. Nessun civile è stato ucciso dai tedeschi, nessuna donna violentata?
R. No, no, non mi risulta.
Sono andati giù al Tagliamento e giù di là, giù al Piave ... e poi quelli che son rimasti qua, qualcuno è rimasto qua, dei tedeschi...

L'intervista è stata utilizzata nel volume IN FUGA DAI TEDESCHI

Intervista a Maria Crast

Nata nel 1909 a Stupizza. 


Maria Crast risiede nell'ex stazione-casello della ferrovia Cividale-Caporetto. 
È presente all'intervista, e interviene, anche il marito Guglielmo Tramontin, nato nel 1915.


Nastro 1996/4 - Lato A                               15 aprile 1996


Ci hanno portato via con carri e cavalli fino a Udine e poi da Udine col treno.
Noi eravamo profughi ad Arienzo, provincia di Caserta.
D. Come lingua, come facevate in provincia di Caserta?
R. Come, ... ma parlano italiano, loro!
D. Ma voi non avete un dialetto slavo?
R. Un dialetto slavo, ma si studiava italiano; noi non eravamo slavi. Noi andavamo a scuola italiana.
Ci trovavamo abbastanza bene. [Ad Arienzo]. 
Ci dicevano «Maledetti austriaci, siete venuti a mangiare il nostro pane», ci dicevano. Eravamo bambini noi e me lo ricordo lo stesso. Credevano che fossimo austriaci.
Durante la ritirata di Caporetto io non ero qua...
Marito. Pochi giorni prima hanno fatto sgombrare tutti.
Maria Crast. Non ricordo chi sia stato, ma è venuta della gente a dirci: «Prendete un po' di roba, qualcosa. Non starete fuori tanto tempo», ci hanno detto. Allora noi abbiamo lasciato tutta la roba qua, abbiamo preso solo il necessario e siamo saliti sui carri coi quali ci hanno portato a Udine; e a Udine ci hanno messo in treno.
Assieme a me c'era mio nonno, mia nonna, mia mamma e mio fratello; mio papà era in America ed è tornato dall'America dopo la guerra, malato.
Marito. Dal paese di Stupizza sono partiti tutti; solamente un uomo è rimasto: Crancìn, detto Piero Zorza.
Maria Crast. Quello là è rimasto qua e lo hanno ucciso. Lo hanno ucciso perché non li lasciava andare a prendere il vino. Lui abitava proprio in piazza e aveva una botte piena di vino dentro in cantina e non voleva lasciar andare i soldati a prendersi il vino, perché gli piaceva a lui. Non era sposato. Suo fratello invece è venuto via con noi e poi è rimasto a Cremona.
All'epoca Stupizza avrà avuto circa un centinaio di abitanti; è sempre stato un piccolo paese. Il parroco non c'era, c'è a Brischis; noi dovevamo andare a messa a Brischis, a piedi.
Non so se a Brischis siano andati via, solo il paese di Stupizza è stato sgombrato, perché era il primo, sul confine.
Qua tutta la campagna era piena di baracche di militari italiani.
Marito. Erano tutti magazzini...
Maria Crast. Sulla prima casa del paese venendo dal confine ... [commenta una foto che le mostro e in cui si vede una casa fatta saltare dagli italiani in fuga] c'erano munizioni, perché quando noi si andava dentro si trovavano sempre cartucce [dopo la guerra]...
Gli abitanti di quella casa distrutta sono venuti con noi profughi.
Qua a Stupizza finché io sono rimasta in paese non sono mai arrivate bombe. Quando noi siamo partiti non si sparava, per niente. Era tutto calmo. [Non abbiamo visto] nessuno arrivare di lassù; noi eravamo i primi ad andar via di qua.
Per strada non abbiamo trovato nessuna confusione, niente non abbiamo trovato. Era tutto tranquillo, fino a Udine. La ritirata è avvenuta dopo che siamo andati via noi, perché noi ci siamo ritirati prima che venissero giù gli austriaci.
A noi ci hanno costretto ad andar via, anche se era tutto tranquillo. E si doveva andare via, non c'è stato niente da fare. Abbiamo preso solo il necessario. Soldi non ne avevamo, e chi aveva soldi all'epoca?. Noi non facevamo niente [non lavoravamo...], mio papà era in America, il nonno era vecchio e noi si lavorava i campi, solamente; non facevamo nessun lavoro per i militari...
Non c'era niente, era tutto calmo quando siamo andati via noi. Siamo partiti di mattina, ma non proprio presto presto, saranno state circa le dieci. Siamo partiti con carri trainati da cavalli. Saremo stati due carri, perché non c'era tanta gente in paese: i giovani erano in guerra, erano rimasti solo gli anziani. A Cividale non abbiamo trovato niente di particolare, era tutto calmo, fino a Udine.
A Udine ci hanno fatto scaricare la roba che avevamo potuto portar via e mi sembra che ce l'abbiano fatta mettere in una chiesa, non ricordo, o una roba del genere; e poi l'abbiamo dovuta lasciar là, non abbiamo potuto portarla con noi.
Anche a Udine era tutto tranquallo: non c'era niente lungo il viaggio. Nel treno ci siamo trovati solo noi del paese, perché da Loch in giù non hanno portato via nessuno. Eravamo solo noi.
Marito. Qua a Stupizza c'erano tutte trincee, per quello li hanno sloggiati.
Maria Crast. Il viaggio è stato tranquillo, perché non c'era niente. In treno, prima di arrivare laggiù, ci davano da mangiare. Io non ho avuto un brutto ricordo di questo viaggio. Era tutto tranquillo, non sparavano; adesso io non so, se dopo di noi...
Gli abitanti della casa distrutta della foto [poi pubblicata nel libro Caporetto, 1997, a p. 133], che erano profughi con noi, si chiamavano Batistig. Antonio era il capofamiglia, sua moglie si chiamava Carolina e i figli: Antonio e Antonietta, che adesso sono morti ... senza figli, non si sono sposati.
Sono venuti via con noi anche: la famiglia di Rossett, Crucil Giovanni e (Al)ioska [?]; poi c'era la Orsola Crucil, che aveva l'osteria.
Siamo tornati un anno dopo la fine della guerra. Il paese era bruciato; abbiamo dovuto ricostruire la casa da soli. Avevamo due case in paese, ed erano tutte e due bruciate.
Eravamo tutti contadini e non c'era mica il bosco come adesso. C'era tutto terreno fino sulla curva, dopo le caserme, quasi fino alla galleria dove passava il treno. Era tutto terreno coltivabile; si coltivava granoturco, patate, fagioli, di tutto: insomma si viveva con quello. C'erano anche delle viti con uva americana; tanta frutta: pere, mele, pesche, susine ... di tutto. [...]
Il confine dell'Italia era anche allora dove si trova adesso, a quattro chilometri dal paese.
La località del confine la chiamavamo "confine". Di là del confine c'era Poiana [?] dove c'era una stazione del treno quasi come la nostra.
Riguardo al contrabbando mi sembra che gli anziani ne facessero: tabacco e zucchero, ma io non so di preciso.
Al ritorno il paese era tutto bruciato. Noi abbiamo un terreno sopra Loch, vi avevamo un pezzo di bosco, di castagni ... e si andava là a tagliare i castagni per coprire la casa con le travi, far finestre. Dovevamo pensarci noi per il legname,  abbiamo dovuto fare da soli, non ci ha aiutato nessuno ... Genio, cooperative o altro.
La roba che avevamo lasciato dentro nella nostra casa quando abbiamo dovuto andar via l'avevano portata tutta su in montagna, a Mersino. Tutta la roba hanno preso quando noi siamo andati via, a Mersino... [Ma come fai a saperlo? chiede il marito].
Abbiamo trovato noi tanta roba, dopo! Biancheria, secchi, roba di casa.
Dopo, gente di Mersino, gente onesta, ce l'ha anche restituita (in parte). Gli abitanti di questi paesi, quando hanno visto le case vuote, si sono approfittati per prendere la roba che c'era dentro. Poi, come le dico, la gente onesta ci ha restituito la roba.
Marito. Anche Pùlfero era sfollata...
Maria Crast. La cuccetta [?] dove dormiamo ora, l'hanno trovata a Rodda, perché i montanari hanno portato via tutta la roba, prima che venisse giù la ritirata. L'hanno presa per non lasciarla bruciare. L'hanno presa e l'hanno portata su, e poi ci hanno anche restituito tanta roba; certo non tutta, qualcuno ha approfittato, anche se erano italiani e si può dire quasi paesani, di qua sopra. Perché i montanari erano tutti rimasti qua, hanno sfollato solo quelli della valle. 
Noi siamo andati via per primi, quando ancora era tutto tranquillo; siamo andati giù tranquilli, senza essere disturbati da nessuno.
Poi, quando noi eravamo già andati via, ci sono stati gli sfollati; ma dopo di noi, perché i primi eravamo noi.

Il marito mi mostra il monte Mia, dove c'erano delle trincee sui costoni, e il Matajur. 
Ma erano trincee fatte su alla buona, non fortificazioni solide. Quando io sono ritornato in paese avevo cinque anni e la mulerìa (i bambini) trovava le cartucce, e si trovano ancora adesso. Erano cartucce, le raccoglievano i bambini, non per venderle ... o meglio, qualcosa poi davano a quelli degli stracci che venivano per le case.

mercoledì 28 aprile 2010

Intervista ad Angela Comin Campagnola

Nata nel 1904 a Crocetta del Montello

Nastro 1994/17 - Lato B                          21 maggio 1994

Quando siamo partiti profughi sono venuti ad avvertirci ma noi non volevamo partire.
Sempre abitato a Crocetta, in via Martiri. Un tempo chiamata località Le Stradelle ... noi siamo una famiglia antica di Crocetta.
Siamo andati via con le bestie e un carro; vi abbiamo caricato le galline che sono tutte morte perché non tiravano più fiato dentro il sacco e noi non sapevamo come fare altrimenti. Siamo andati a San Floriano [sulla Postumia, vicino a Castelfranco] da una famiglia che conoscevamo, perché erano venuti qua a stare nel borgo di Crocetta e ci hanno detto di andare casa loro. Là a dormire si dormiva sulla stalla e quando venivano al mattino presto a varnar [governare] le bestie bisognava andare via perché se intrigava e allora bisognava andare fuori. Per mangiare si faceva la polenta e poi ci dicevano portatela sotto il portico e là si mangiava, sempre che ci lasciassero fare la polenta, altrimenti niente polenta. Non ci trattavano tanto bene... Si chiamavano Guadagnin, ed erano venuti a Crocetta a lavorare la terra sotto Pontello. Allora ci siamo trovati un altro posto... 
Noi lavoravamo la terra per conto nostro, avevamo 12 campi di proprietà ed eravamo i più siori del borgo. Eravamo riusciti a comprarci la terra perché noi facevamo anche el mestier dee séste (cestai).
Lavoravamo le ceste in questo borgo, in una casa un po' più in là. Era mio padre l'organizzatore (il padrone) e si chiamava Luigi Comin, detto Feltrin. Eravamo cinque figlie e un maschio che è morto proprio mentre eravamo profughi. È morto di una granata; lui infatti invece di scappare ha voluto restare qua per "tendere alla roba" [vigilare]. Era il fratello più vecchio e si chiamava Piero, classe 1901. Era rimasto a casa, in attesa che ritornasse mio padre a prendere altra roba che sarebbe servita. Non avrebbe potuto restare qua, ma vi era rimasto anche suo cugino Angelo; lui un bel momento ha preso in mano una granata, e quella è esplosa.
Dopo San Floriano ci siamo diretti a Badoere da Seccafien e là vi siamo rimasti per tutta la durata della guerra.
A Badoere ci dicevano va reméngo e mio padre: «Còssa! mi remengo? son remengo che basta mi, stée massa ben mi casa mia, mi no me ocoréa vegner qua da valtri» [Cosa? Io a remèngo? Sono già ramingo che basta, io. Stavo anche troppo bene, io, a casa mia, non avevo certo bisogno di venir qua da voi!] e gli altri: «Spèta che te fàe magnar da un profugo», [Aspetta che ti faccio mangiare da un profugo] dicevano ai loro bambini.
Mio padre si arrabbiava, perché non avevamo bisogno di nessuno, stavamo anche troppo bene noi a casa: lavorar e séste e si aveva anche da portarle a Cornuda sul treno per spedirle ai clienti che le richiedevano...
Poi io e mio padre siamo andati a lavorare a Campigo, vicino Castelfranco, in una filanda ad aggiustare e corbe (grosse ceste). Io aiutavo mio padre e avevo tanta passione a fare il mestiere, e quando venivo fuori dalla scuola se non avevo il lavoro pronto da fare piangevo.
A Campigo alla sera ci davano mezzo uovo e due tre radicchi ... e così e colà... allora mio padre ha detto «no no, non stiamo bene neppure qua» e siamo ritornati a Badoere. A Campigo siamo rimasti due giornate e vi abbiamo lasciato anche del materiale. Perso anche quello!
A Badoere abbiamo iniziato a lavorare, perché là c'era anche un altro che intrecciava i vimini. Così invece di fare solo e séste abbiamo imparato anche a far i sestèi (i cestini).
Io faccio ancora dei cestini, se uno me li chiede, cestini di forma particolare, su misura. Li lavoro "per passione", magari per una pesca di beneficenza, o robe così e i vimini li trovo ancora, sul Piave sempre. Oppure vado a portare le ceste a Bigolino, perché là ce ne sono di più che lavorano ceste (anche se ora meno...); là a Bigolino c'è sempre stato il commercio delle ceste, mentre qua a Crocetta eravamo solo noi.
Noi i vimini li chiamiamo vénghe.
A Badoere i vimini per fare cestini li trovavamo da gente del posto che li portavano anche a Crocetta (e vénghe more) per far le séste. C'erano sanguinelle, s-ciopàdene... e le trovavano drio el Sil (lungo il Sile).
Siamo ritornati a casa appena dopo il 4 novembre, e quando siamo ritornati non c'era anima vivente qua a Crocetta, nessuno ... tutto rotto. Nella nostra casa non si poteva neanche starci, senza tetto e finestre, solo i muri in piedi, forse perché era la casa più grande di tutte qua attorno. Allora siamo andati a dormire nella casa dei cugini che stavano vicino ... e i cugini invece sono ritornati dopo mesi, dopo un anno, perché erano andati profughi ad Altamura. Là erano stati mandati. Noi invece abbiamo fatto per conto nostro e non abbiamo preso neanche il sussidio.
Cioè quando siamo scappati non si è andati via tutti insieme; molti si si sono femati alle Caselle, e quelli sono stati mandati lontano. Mio marito, Campagnola, è andato invece a Como perché vi aveva la sorella.
Noi Comin siamo andati a Badoere perché vi conoscevano quelli che portavano su e vénghe: i Seccafien, che col mussét [asinello] venivano su a Cornuda a portare loro le vénghe more che sul Piave non si trovano, per fare i cesti.
Quando siamo partiti sono venuti quelli del Municipio a dirci di partire. Non ricordo però con precisione.
Mio fratello è rimasto a casa da solo e in un primo tempo avrei dovuto restarci anch'io. Tuttavia, malgrado la presenza del fratello, gli hanno rubato lo stesso i soldi, in casa, perché erano venute anche altre persone a stare con mio fratello. Si erano fatti come amici e poi lo hanno derubato; gli hanno rubato la giacchetta e tutto. Ma poi mio fratello ha individuato chi lo aveva derubato e si è fatto riconsegnare la roba, e anche la giacca.
I cugini sono andati ad Altamura, da Caselle d'Altivole dove erano rimasti per circa tre mesi. Il capofamiglia era Beniamino Comin e la moglie Carolina; erano 8 figli e la nonna Maria.
Ad Altamura se la sono passata abbastanza bene perché hanno preso il sussidio e trovato la casa, gli hanno dato da vestire e il letto. Però sono tornati dopo molto tempo, mentre noi non si vedeva l'ora di tornare. Siamo venuti a casa direttissimi. La casa era in piedi ma mancava di tetto e finestre. La chiesa era colpita ... tutto il paese era distrutto. 
Saremo a neppure due chilometri dal Piave.
Non c'erano né bombe né morti per terra, non era come all'Isola dei Morti.
Dopo la guerra ci ha aiutato a sistemare la casa il Genio, ma non abbiamo preso contributi. Mio padre non andava neppure in cerca, si arrangiava... 

Ha ricominciato a lavorare di nuovo, ha ritrovato il suo giro e ha ripreso contatti con quelli di Badoere... 
Abbiamo avuto un collaboratore ma non dipendenti veri e propri.
Più che "di fino" noi si lavorava le ceste, roba ordinaria. Si facevano anche fiaschi e tutto quello che richiedevano, ma il grosso del nostro lavoro erano le ceste, ceste da vendemmia e per le pannocchie. Poi si facevano anche dei cesti per seminare il frumento, chiamate sestón ... che non erano come quelli delle pannocchie, ma erano "fissi" che non passava neppure l'acqua, e quelli si facevano con i vimini, mentre le ceste le facevamo con le bacchette che venivano su da Badoere.
Noi, i vimini, li lavoravamo solamente; non avevamo tempo di andarli a raccogliere; li compravamo già pronti, e ce li portavano a casa ... anche i raccoglitori prendevano qualcosa.
Con un cesto si comprava molto pane. Con 25 centesimi si compravano tre ciòpe de pan ... con un cesto invece si guadagnavano tre lire, e cesti se ne facevano tanti. 
Venivano i mercanti a comprarli, venivano da Brusaporco, e ce n'era più d'uno. Anche quelli che portavano su i vimini da Badoere (i Seccafien) poi si portavano via i cesti e andavano a fare i mercati. 
Venivano col cavallo e un carretto e ne caricavano anche 400. Preparavano il carro con dei pali che fossero in grado di trattenerli e di farli innalzare. I carri avevano le ruote in ferro ed erano trainati da un solo cavallo, perché i cesti non avevano un gran peso.

Noi non avevamo bisogno di nessuno, a Crocetta. Eravamo orgogliosi e ci siamo trovati trattati da profughi. 
A Badoere non eravamo "incasati" da Seccafien ma da un altro di cui non ricordo il nome, perché da Seccafien c'erano "trappole" [persone, soldati, poco affidabili].
Orinavano giù per il balcone; alla sera c'erano gli inglesi che fumavano e me ne davano anche a me e io avevo imparato anche a fumare e mia madre quando è venuta a saperlo mi tirò via, perché ero da sola in mezzo a questi soldati. I soldati mi volevano tutti bene perché ero profuga ... e allora quando mia mamma lo ha saputo mi ha tirato via e mi ha portato col resto della famiglia che si trovava nell'altra casa. Io da Seccafien ero trattata bene perché sapevano che lavoravo le ceste.
I soldati erano inglesi e scozzesi. 
Mia sorella più giovane Giovanna diceva che sentiva sempre bestemmiare e diceva: «mama ho sentisto bestemar e mi e me vien in boca» [mamma, ho sentito bestemmiare, e a me - le bestemmie - vengono in bocca] e la mamma le diceva: «fa da manco che e te vegne in boca, disi su e orasión» [non farle venire in bocca, dici le orazioni]. Giovanna era preoccupata perché con queste cotolete [gonnelline] a volte agli scozzesi vedevano anche il culo, quando magari saltavano su sul camion, con queste cotolete curte, e senza niente.
Gli inglesi ci passavano anche i fondi del caffè, per seccarli e poi li si poteva usare perché diventavano buoni ancora...

Nastro 1994/21 - Lato B      
Aggiunte e precisazioni, 31 maggio 1994
   
Il borgo di Crocetta in cui abito si chiama Le Stradelle.
Mio marito si chiama Campagnola Giovanni (1905) e ci siamo sposati nel 1944, quando io avevo 40 anni. "Vémo fato amor venti ani" [siamo stati fidanzati per vent'anni], poi lui mi ha lasciato per un po' e quando è tornato ci siamo sposati.
Ho avuto una tósa solamente e poi mi hanno rovinato, i dotori, e non ho potuto più aver altri figli.
La figlia ora è morta, e ha avuto tre figli.
Mia figlia è morta di tumore a 45 anni e si chiamava Malvina. Morta due anni fa,  tumore al seno: le ha mangiato tutte le ossa, fino al femore. È caduta in terra così ... è andata avanti tre anni e mezzo, prima di morire e diceva: «el Signor tre dì e mi tre ani» [il Signore tre giorni - di passione - e io tre anni]. 
E voleva vivere, voleva vivere per suo padre e sua madre. Ha avuto due figlie e un maschio che aveva 11 anni quando è morta sua mamma.

Quando durante la prima guerra è morto mio fratello con una granata, è stato sepolto su una piantada di viti qua all'Indian. Lo hanno seppellito assieme a due soldati.
Mia mamma voleva avere un altro bambino perché voleva el nome, [portare avanti il nome Comin] e allora ne ha preso uno sul brefotrofio e questo bambino è rimasto padrone di tutta la roba e a noi ci è venuto qualcosa di quello che era rimasto...
Il Borgo Indian di Crocetta si trova nei pressi delle fornaci di Crocetta. Sono case che hanno questo soprannome perché vengono fuori con la testa, così, a guardare chi passa, e poi si ritirano ... e allora li chiamano "il borgo Indiano".
Mio fratello fu seppellito in quel posto perché là c'erano dei falegnami che facevano delle casse da morto, e mio papa', poaréto, non aveva coraggio di andare lui a tirar su i resti del figlio. Ha incaricato per l'operazione uno del Municipio che gli ha detto: «Jijo, pense mi, cave mi», e invece passa mesi e passa anni e non lo ha fatto mai. Quando poi si è deciso a farlo mio padre, e aveva la carta in mano per farlo, si è recato sul posto per levarselo e ha scoperto che ormai lo avevano già levato e portato via. Abbiamo poi fatto ricerche, chiesto ... ma non siamo venuti a sapere dove fosse stato sepolto.
La famiglia Guadagnin di S. Floriano lavorava da Pontello, in campagna.
Sul carro quando siamo partiti profughi abbiamo messo anche gli attrezzi da lavoro, perché sono pochi: coltelli, forbice da vide e poco altro...
Quando io mi sono sposata ho aiutato la famiglia, in campagna, ma anche il fratello acquisito, con i cesti. Ma mio fratello non aveva passione per il mestiere, no...
Durante l'ultima guerra abbiamo nascosto in casa nostra anche una famiglia di ebrei scappati dalla Jugoslavia; marito e moglie ... là in casa nostra alle Stradelle. Quando hanno dato l'ordine che chi aveva ebrei in casa doveva andare ad avvertire in municipio ... e poi sono venuta a casa e ho visto che la signora piangeva (lei era proprio ebrea ma poi si era convertita al cattolicesimo e veniva anche a messa) le ho chiesto cosa avesse e lei mi ha risposto: «La tàse siora Angela, go sentio el prete che ha dito cusì e cusì ... e se voi andate ad avvertirli ci ammazzano, noi e anche voi». Io l'ho consolata dicendole che non sarei certo andata al municipio e così abbiamo tirato avanti finché hanno fatto l'armistizio e sono arrivati gli americani. Non ricordo come si chiamassero ... non parlavano troppo [bene] l'italiano.

Seccafien da Badoere si chiamava Adamo; era quello che veniva anche a portare materiale a Crocetta per fare cesti. Era materiale per far e séste che non si trovava sul Piave: c'erano noselère, s-ciopàdene, sanguinèle ... e invece qua sul Piave c'erano altri vimini per far cesti speciali, più raffinati, per far séste bianche con i vimini pelati. Quelle del Sile invece non erano pelate (o venivano pelate col coltello) e prima di adoperarle venivano messe a bagno otto giorni sull'acqua, in una fossa apposita preparata dietro casa. C'era una specie di scambio...
Poi queste ceste venivano vendute a Brusaporco, agli Squizzati (mi sembra Giulio Squizzato) e a qualche altro di cui non ricordo il nome.
Con il treno invece si spedivano e stèle, stecche per fare ceste. Le facevamo noi e andavamo a prenderle a Cornuda. Si prendevano i polloni di castagno, (su pal bòsc de Cornuda), si tagliavano questi pali partendo da terra (dalla base) altrimenti non servivano: erano grossi dai sette ai dieci centimetri, ma anche i più piccoli venivano utilizzati, per far i manici delle ceste, che erano sempre in castagno. Avevamo lo stampo e si andava in forno a scaldarli finché andava bene. Era mia mamma che si intendeva, quando erano pronti perché si usava lo stesso forno del pane. 
Lo stampo (ce l'ha ancora Piero - mio fratello - qua dietro) ... dapprima si scaldava il bastone, e quando era pronto lo si metteva nello stampo. Erano polloni di tre anni circa, per fare il manico ... e quelli più grossi servivano invece per fare stèle, stecche. Ed erano queste che venivano spedite col treno, non ricordo più dove. Ricordo solo che avevamo tanto commercio e avevamo anche un operaio che ci aiutava a tirar le stèle, dalla mattina alla sera. Stavano qua in stalla, d'inverno, mentre io e mio fratello facevamo ceste.
In filanda a Campigo sulle corbe mettevano le gaéte (bozzoli).
A Badoere sono rimasta io, un poco, da Seccafien, ma la famiglia - e anch'io - abbiamo abitato a Levada di Piombino Dese (dopo che mia madre mi ha proibito di rimanere da Seccafien).
Era a Levada che ci dicevano "va remengo", non ricordo più come si chiamasse quella famiglia.

A fare un cesto da vendemmia non posso dire con precisione quanto ci si metteva, non ho mai fatto i calcoli, perché bisogna contare il tempo per tirar le stèle, quello per fare i manici... Mia mamma stava giornate intere, là al forno ... e poi giornate che si perdono ad andare sui boschi a tagliare il materiale ... e poi noi quando c'era tutta la roba pronta si facevano le ceste, dieci dodici al giorno (a persona), mentre el sestón da formento non si riusciva a finirne neppure uno al giorno. Quello lo si lavorava con la paletta, con una paletta di ferro a darghe dentro, a fare in modo cioè che i vimini fossero ben addossati gli uni agli altri, in modo che il grano non uscisse fuori. Avevamo una specie di spatola.
Gli attrezzi li ha mio fratello Piero che però non si chiama Comin. «Védeo, no sén stati boni a meterghe el nome!» perché [...] sono andata tante volte io dall'avvocato, ma sempre la teneva lunga ... e così lui continua a chiamarsi Mennilli. È stato trovato al brefotrofio di Treviso. È del 1922 e aveva 20 mesi. Voleva molto bene a mia mamma; mio padre invece è morto giovane, anche lui da un tumore, uno dei primi tumori che venivano fuori. Lo ha preso dietro allo stomaco e ci ha messo un anno a morire. Aveva 68 anni ed era del 1870.
El séstón di frumento valeva molto più di quello da vendemmia. Quando si vedeva che c'era un buchetto più largo gli si metteva una stecca. In tutto ci volevano 24 stecche [?], e c'era un commercio anche di questi séstóni. C'erano di quelli che li ordinavano apposta; soprattutto erano le famiglie della zona.
Ero io a farli questi séstóni; mio padre non si prendeva l'impegno a farli, ci voleva troppa pazienza. Mio padre faceva ceste, piuttosto ... e neppure i mercanti li volevano, perché non "ci stavano dentro", non ci potevano guadagnare molto, e i contadini, per seminare, usavano  piuttosto una mastella. Comunque c'era sempre quello che non ci badava e voleva el séstón, perché era bello. Ne facevo 10-12 all'anno. La forma era come quelli da vendemmia, però era bianco, con i vimini del Piave.
Per i fiaschi, anche per quelli utilizzavo i vimini bianchi del Piave... 
Mia madre si chiamava Rosa Gallina, ed era nata nel 1870 a Cornuda.
All'inizio, da Seccafien ero da sola...

Intervista ad Assunta Cocco, ved. Pasqualetto

Nata il 3 febbraio 1902 a Ceggia (VE).

Intervista registrata presso la Casa di Riposo-Monumento di San Donà di Piave il 22 febbraio 1999. Presente la figlia. 

Nastro 1999/1 - Lato A 

Noi siamo scappati quando è andato giù il ponte e dopo è passata la gente di là ma ne è restata tanta anche di qua. Io ho fatto in tempo a passare di là del ponte.
Siamo andati a Legnago, ma a Quarto d'Altino c'è stato un incidente, ci è venuto il treno addosso dei signori che scappavano da Ceggia. Ci sono venuti addosso da dietro. Noi eravamo partiti da San Donà con il vagone di coda, e dopo è venuto l'incidente ... (il segnalatore) ha sbagliato segnale, ha dato via libera che avrebbe potuto entrare in stazione, ma in stazione c'eravamo noi fermi.
Da là hanno portato i feriti a Venezia; poi chi è morto e chi è rimasto vivo ... e da là ci hanno portato col treno, con la croce rossa. Io ero rotta dappertutto, ma mi hanno messo a posto.
Nell'incidente è morta mia mamma (Luisa Teresa) e una mia sorella (Luigia) di 14 anni; mio papà è morto a Venezia sotto operazione, gli hanno segato tutte due le gambe; poi un'altra mia sorella, quella muta, è morta a Napoli con la spagnola.

[La voce che interviene è della figlia, moglie di un collaboratore volontario della biblioteca del seminario vescovile di Treviso, dove l'ho incontrata]

A Napoli mia sorella l'ha salvata un capitano che era nell'ospedale di loro (militare), dei feriti della guerra ... e là trasportavano i feriti, c'erano i dottori e c'era un capitano che ha curato anche me. Tre mesi sono stata là, dopo, ferma ... a Napoli.
[A Napoli aveva anche uno zio - precisa la figlia - che era un pezzo grosso, un ingegnere e le ha fatte ricoverare. Si è interessato lui, perché alle ragazze erano morti papà e mamma. Si è interessato e le ha fatte alloggiare in questa grande villa dove c'erano anche i capitani, ed erano loro che le curavano. Questo me l'ha sempre raccontato, mia mamma ... non ricordo come si chiamasse questo zio].

C'era mio papà che faceva il guardiano delle ferrovie ... dopo ci hanno portati via da Venezia e sono andata a La Spezia e là fin che si è guariti. Dopo, uno zio da Ceggia che era fratello di mia mamma, che era fra quelli che ci sono venuti addosso con il treno, ci ha messi a posto e ci ha fatto andare a Napoli.
[Figlia: Adesso collego ... perché questo treno che gli è andato addosso era pieno di tutti "i siori" di Ceggia che volevano scappare di corsa. A Quarto d'Altino i ferrovieri hanno sbagliato e il treno ha tamponato quello di mia mamma che era fermo in stazione. E su questo treno dei signori c'era anche il fratello di mia mamma, un certo Antonio Tafon, che era campaner].

A farci andar via sono venuti con l'ordine, con il vagone davanti e con la macchina delle ferrovie. E là che abbiamo caricato quello che abbiamo potuto caricare e poi l'abbiamo perso lo stesso, perché sul disastro abbiamo perso tutto, lo stesso.
Ci hanno obbligato a lasciare il servizio e partire perché ormai il ponte era ... e facevano presto i tedeschi a venire avanti. Allora tutti scappavano.
A dirci di scappare sono venuti quelli di servizio in ferrovia, il capostazione... [Figlia: il nonno era in ferrovia e abitava su un casello a Ceggia, faceva il casellante] ... il casello n. 41, verso Gainiga ... e io sono rimasta tutta rotta, rotta il femore, rotta qua (braccia), qua ero tutta portata via fin qua, la testa ... dappertutto, dappertutto, dappertutto...

E avrebbero potuto darmi la pensione di guerra e invece mi hanno dato un po' di pensione perché ero rimasta orfana ... fino ai 17 anni, e dopo basta. E con quella mi sono sposata con questo qua, un ferroviere, che era venuto a casa da militare ed è stato trasferito a Ceggia; là ci siamo innamorati e ci siamo sposati, si chiamava Pasqualetto Ernesto ... poi è andato in sezione a Venezia, negli uffici.
Abbiamo sentito solo il colpo che sono venuti dentro e basta.

[Figlia: con loro c'era anche un'altra sorella della mamma, Amelia, e una cugina che si chiamava pure Amelia, che gridavano perché avevano visto la mamma morta. Loro due si erano salvate perché erano scese a fare la pipì].

Eravamo a Portici, non a Napoli. Quando che si passava noi e un bambino piangeva gli dicevano: «Stai zitto, sennò ti faccio mangiare da un profugo!». Sì, perché la gente del posto erano gelosi perché vedevano che noi eravamo "preziosi", che ci trattavano bene. A Portici vivevamo per conto nostro, con mio zio, non avevamo amicizia con nessuno [...]. Si ballava a volte fra noi ragazze, quando avevano quegli organetti, i napoletani, ce lo suonavano apposta perché si ballasse, perché imparassimo.
[Figlia: erano lei, sua sorella Amelia e le sue cugine. Erano in tre sorelle, una era morta (Maria, quella la muta), una era lei, una era Amelia che si era salvata a Quarto d'Altino, e l'altra era Luigia, quella che morì nell'incidente].
D. Che ricordo ha del suo periodo da profuga?
R. Si viveva sempre con il desiderio di venire a casa ancora, e basta. Quando siamo ritornate abbiamo trovato il casello delle ferrovie che era mezzo nudo, gli avevano levato balconi per bruciare. I tedeschi, hanno bruciato roba perché non c'era legna. Il tetto però c'era.
[Figlia: al ritorno, per vivere, le due sorelle ... avevano anche due fratelli che erano a lavorare tutti e due in ferrovia, ritornati dalla guerra sono andati a lavorare in ferrovia e le hanno mantenute, là nel casello].
[Al ritorno] c'erano i contadini che ci aspettavano; si andava un po' da una parte un po' dall'altra per le famiglie, così abbiamo avuto un po' di aiuto.

Quando siamo partiti era di sera, alle nove di sera. Era buio ... io sono stata tirata fuori da sotto le macchine, ero tutta lavata dall'acqua del treno, perso i capelli, perso tutto ... l'acqua era quella della caldaia del treno che ci era venuto addosso.
Beh, mi ricordo tutto, io, del passato! Tutto mi ricordo. Passato bene, passato male, passate di tutte...
I napoletani erano anche bella gente, ci volevano anche bene, bastava che ci dessero il pane, perché si aveva fame. C'era carestia quella volta, però abbiamo sempre mangiato, non abbiamo patito la fame.

[Figlia: quella volta nell'incidente sono morti in molti. Mi diceva che da Venezia li portavano via di notte, con barche piene di morti].

sabato 24 aprile 2010

Intervista a Gilda Chiarcossi

Nata il 21 dicembre 1910 a Codroipo.    

Nastro 1998/2 - Lato B                  16 febbraio 1998

Noi siamo stati in tempo di guerra a Firenze e sono anche andata a scuola a Firenze in via Romito, io e Gino Cordovado. Lui era dell'11, ma avevamo solo dei mesi di differenza, non tanto; ora è morto.
Siamo partiti da qua [vicino alla ferrovia di Codroipo] e su per la ferrovia con tutta la nostra famiglia, perché eravamo in tanti. Io ero l'ultima di tutta la squadra, e questo Cordovado, con sua mamma, insieme con noi.
Siamo andati a piedi fin oltre il ponte del Tagliamento, della ferrovia, poi ci hanno caricati su un carro bestiame e ci hanno portati a Casarsa.
C'era tanta gente, non qua del posto; noi eravamo ancora in pochi qua di Codroipo a scappare, saranno state poche famiglie.
La nostra è stata la prima casa ad essere costruita in questo viale (Viale Zara), perché mio padre faceva servizio in ferrovia, in un casello qua vicino: mio padre di notte e mia mamma di giorno, di fronte alle case di Daniele Moro, e a volte prendevano la multa perché non erano sul posto giusto...
Io ero bambina e assieme a quel Cordovado là, che era quasi sempre qua in casa, eravamo amici. Sua mamma (Azzano Luigia) aveva solo questo figlio perché aveva il marito in Canadà, ed è partita con noi lungo la ferrovia, a piedi fino oltre il ponte del Tagliamento. Mia mamma si chiamava Pittana Luigia in Chiarcossi Arcangelo.
Io sono l'ultima di dieci figli, e di questi figli uno, Guido, classe 1891, all'epoca era a Vancouver, in Canada, in una fabbrica e dopo la guerra siamo state anche noi a trovarlo.

Nastro 1998/3 - Lato A

... mio fratello era andato in Canada prima della guerra...
D. Chi vi ha detto di partire?
R. Eh, chi si ricorda, adesso. Eravamo bambini di neanche dieci anni, io e Cordovado, che era quasi sempre qua...
Degli altri fratelli, uno era in Canada, uno era sposato a Udine (a Colugna).
Quando noi siamo partiti c'era già gente in movimento, c'era confusione. Siamo partiti di qua che era giorno e poi camminavamo sulle "lame", sui traversi (sulle traversine) della ferrovia, in mezzo alle rotaie. 
Nella ferrovia c'era una fila di profughi, tanti, anche da Udine venivano. 
Si andava tutti a piedi.
Mia mamma ci ha accompagnati fino sul ponte del Tagliamento e poi io ero nella mano con lei perché ero l'ultima della fila e lei ha preso mio papà e gli ha detto: «Senti, tu prendi la bambina - io ero bambina ma mi ricordo sempre le parole - prendi Gilda, e tienila per mano, non mollarla a nessuno».
[...] Mio padre non era militare era nel casello, faceva servizio, e poi è venuto a Firenze, e poi è venuto di nuovo qua in Friuli per fare servizio.
A Firenze, a scuola, io e Cordovado... Due mie sorelle invece andavano a lavorare verso Rifredi, perché c'è via Romito e poi c'è Rifredi. Lavoravano in uno stabilimento che si chiamava Torrigiani, era uno stabilimento che lavoravano roba da mangiare, anche verdure. 


* * *
Conserve Alimentari LTorrigiani Società Anonima - Sesto Fiorentino - Firenze. Molto usato per il rancio dell'esercito italiano, il condimento della Torrigiani veniva ingurgitato dai soldati con crescente disgusto.
Ecco un paio di esempi tratti da memorie di combattenti italiani nella Grande Guerra:


Autunno 1915, Bologna, Caserma Cialdini
    «Noi allievi ufficiali dovevamo, come tutti gli altri fanti, metterci in fila con la gavetta per ritirare il rancio. (...) La sera il menù era costituito dalla pasta asciutta condita con il "Torrigiani", un sugo preparato non si sa come, né con quali ingredienti, e contenuto in grossi barattoli di latta: tutto l'esercito in armi, negli anni 1915-1918, dovette purtroppo adattarsi a quell'orribile condimento che perseguitò i combattenti su tutti i fronti».
      Giulio Bazini, Da Venezia ... a Venezia, Club degli Autori, Firenze, 1970, p. 51.


Settembre 1917,  Zona medio Isonzo dopo la battaglia della Bainsizza. 
    «Presto tornò la calma su tutto il fronte. Quello che però cominciò a farsi sentire sempre più fu il malcontento tra noi soldati. Il trattamento che ci veniva fatto nel vitto, si può dire che era pessimo (...) eravamo specialmente stomacati di quelle famigerate lattine di "Torrigiani" che ci propinavano con la pasta asciutta e più spesso con il riso stracotto che ci toccava ingoiare in mancanza di altro».
     Artigliere Francesco Pilot, classe 1898, Venezia, in Alberto Genova, Noi combattenti a Caporetto e al Piave, Canova, Treviso, 1968, p. 104.
* * *

Sulla ferrovia assieme a noi passavano anche militari, perché dopo hanno fatto saltare il ponte, poco dopo che eravamo passate noi; siamo passati quasi degli ultimi, noi...
Mia mamma è tornata indietro dopo avermi affidata a mio padre. Gli aveva detto: «Prendi la bambina e non mollarla a nessuno».
Mia mamma è tornata indietro da sola sempre lungo la ferrovia... ma ormai non passavano più treni e il servizio era abolito...
Mia mamma quando è tornata indietro ha trovato la casa piena di militari e ha lottato per mandarli fuori, perché ha detto, mi ricordo le parole che ancora ci raccontava: «Voi dovete andar fuori perché qua deve venire la mia famiglia, qua», e insomma, piano piano ha sgomberato i soldati. Così di giorno stava a casa sua e di notte andava da un'altra donna, Lucia Costantini, che aveva un bambina piccola come me, di nome Marianna che avrà avuto forse qualche mese meno di me. Andava là per passare la notte assieme, perché una donna sola qua, non stava bene.
Poi mio padre quando ha potuto è ritornato a Codroipo, e mio fratello anche lui che faceva servizio in ferrovia.
Nell'anno in cui noi eravamo a Firenze, la ferrovia non ha ripreso subito, ci ha voluto tempo a riprendere.
Qua c'era fame e miseria e meno male che i friulani mangiavano polenta... e noi avevamo un campo di terra...
I tedeschi portarono via tutte le bestie, caricavano (infilzavano) le galline sulla baionetta e poi partivano a piedi.

Il papà è venuto con noi a Firenze. Io andavo a scuola e tanti ci maledivano, perché, sa, si andava in coda a prendere un po' di pane e c'era una mia sorella, di nome Roma (e un altro fratello si chiamava Vittorio), che con questa mamma di Cordovado andavano in giro per Firenze a vedere se trovavano un po' di pane per mangiare.
Eravamo in un gran palazzo. La stazione era là e noi eravamo ... sulla ferrovia, non molto lontano e mi ricordo che si andava a giocare vicino alla stazione, con i bambini, si correva a destra e sinistra, fra di noi, bambini profughi.
Eravamo in un gran palazzo tra due ponti, se conosce Firenze, e passavano le ferrovie; era un palazzo dei ferrovieri. Siccome noi eravamo una famiglia di ferrovieri, allora ci hanno messo là, in via Romito tra i due ponti, che poi, se lei conosce, c'è la fortezza. Da questa parte, passando il ponte, si vede la fortezza, che dopo si va in centro. 
In questo palazzo eravamo tutti profughi, la maggior parte friulani, dalla Carnia, Tolmezzo, Chiusaforte, insomma tanti da questa parte.
Da Torrigiani lavoravano le verdure, roba da mangiare per i militari. Era difficile la vita anche là.
Si giocava fra profughi, perché là il palazzo, mi sembra ancora di vederlo, era grande, ma tutti profughi...
Siamo ritornati a casa dopo 17 mesi.
[Io e mia sorella] ci ricordiamo queste cose come un sogno.
Non tutta la nostra famiglia è partita, perché il primo era in Canada, il secondo (Donato) era a Colugna e faceva il battirame, una volta batter il rame andava di moda...
Quando siamo ritornati qua la casa era in piedi, era tutta in sassi, era la prima casa della via, la prima fatta qua. La casa l'aveva fatta mio papà e la casa era sua, lui era casellante.
A Firenze andavo a scuola a Rifredi, mentre mia sorella Maria andava a lavorare da Torrigiani a Sesto Fiorentino.
D. Cosa vi siete portati via da casa, quando siete partite?
R. Niente, giusto, come si dice, un ... vestito per cambiarsi, ma non si poteva. Cosa si può portare via a piedi ... una borsa, un po' di pane, ma pane non ce n'era neanche quella volta; polenta, si mangiava.
Mia mamma non ha voluto partire, cioè è venuta fino sul ponte del Tagliamento e poi ha detto a mio papà: «Prendi la bambina per mano, non mollarla a nessuno, che io torno a casa». Le parole di mia mamma, le ricordo benissimo, e mio papà le disse: «Tu vuoi tornare a casa? Sei matta a tornare a casa!» e lei «Sì, io voglio tornare a casa. Chi è che mi guarda la mia casa!», gli disse. È venuta a casa e ha trovato tutto pieno di soldati e piano piano li ha fatti andar fuori...
Lavoravano in un piccolo casello, lo chiamavano la "garitta". 
A Firenze mio padre ha continuato a lavorare in ferrovia, cantoniere. 
Con il carro merci da Casarsa ci hanno portati fino a Treviso, e poi da Treviso coi vagoni neri che caricano anche oggi, ci hanno caricati là in questo vagone, tutta la nostra famiglia e ci hanno portati fino a Firenze.