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giovedì 13 maggio 2010

Emilio Dal Mas, Comugne di Pramaggiore (VE)

Nato il 5 dicembre 1912

[Intervista registrata presso il bar centrale della località Pradipozzo di Portogruaro]

Nastro 1998/13 - Lato A                 21 maggio 1998

Ricordo come gli austriaci facevano la punizione [Binder] ai loro soldati. Binder vorrebbe dire appendere. Legavano un soldato per i piedi e lo tiravano su e quando a loro sembrava il momento opportuno mollavano la corda e lui cadeva a terra che pareva quasi morto. Ma gli buttavano addosso un secchio di acqua sul viso e allora un po' alla volta, gorgogliando [fa il verso], il soldato rinveniva. Veniva appeso con la testa in giù e quando diventava ben nero, brutto... Ne hanno fatte chissà quante di queste punizioni! 
Io sentivo che parlavano tutti una lingua sola, il tedesco, anche se erano delle varie nazionalità.
Nostro padre andava con le vacche e un carro a portare le ramaglie fino a San Stino, e da S. Stino altri andavano fino al Piave. Era quando gli austro-ungarici si preparavano per fare l'offensiva, che poi l'hanno fatta [battaglia del Solstizio]. I nostri lavoravano "comandati", per i tedeschi.
Poi ricordo che avevamo anche i profughi provenienti da vicino, dal Piave. Venivano nelle nostre case e non c'era neanche posto per loro, perché noi eravamo cinque fratelli (di cui tre sorelle) più due genitori. Avevamo una stanza da cinque per quattro, e là si metteva il vino, la biava, non ricordo se ci fossero anche le galline. C'era un'altra stanza con la nonna e sua figlia ... e tutta la notte la vecchia gridava perché i militari volevano prendersi la figlia di 19 anni. Si chiamava Emilia ed era mia zia che poi è emigrata in Argentina, dove è morta. Ma non le hanno mai fatto niente perché avevano una disciplina enorme.
Alla mattina andavano a fare le istruzioni e avevano delle bombe a mano che non erano come le nostre piccole e tonde: avevano un manico di legno e andavano sulla "Bandida di Zacchi". Erano un 2-300 ettari di prato incolto, con cespugli, spine e varie irregolarità del terreno, buche ... in territorio di Cinto Caomaggiore. I manici delle bombe a mano, lunghi circa 25 cm, se li facevano loro, i soldati. Tagliavano i legni che allora ce n'era una quantità e poi con un coltellaccio ognuno si faceva la sua scorta. Il legno era generalmente di olmo, non so perché ma prendevano sempre l'olmo.
I profughi che c'erano in paese provenivano dai paesi del Piave, non ricordo quali; mi ricordo invece i loro cognomi, perché c'erano i Casonato, i Polon. Provenivano da Noventa di Piave. Mi ricordo che non andavano d'accordo fra di loro, si bastonavano, perché andavano a prendere questa carne, questa cosa che gli davano al comando, e se andavano i Polon si tenevano il pezzo più grosso o almeno così li accusavano di fare i Casonato. Io non so di preciso, so che per questo motivo se le davano di santa ragione. 
Erano quelle due famiglie che abitavano da noi, e noi avevamo fatto posto poiché avevamo due stanze. Il comando tedesco ci ha detto che ce ne bastava una e nell'altra stanza abbiamo messo i profughi. O meglio, la nostra casa aveva sei stanze e tre appartenevano a mia nonna e tre a noi. Con l'arrivo dei profughi noi siamo rimasti con una stanza da 5 x 4. La nonna ha avuto un'altra stanza. Ai profughi è stata data una stanza per famiglia e nelle altre due stanze c'erano i soldati.
I profughi erano "in stretto" e facevano baruffa per il mangiare. Eh ciò, era fame, quella volta! [...]
Mio padre l'avevano portato a Lubiana, assieme a tutti gli uomini validi del paese, anche se lui sarebbe stato invalido, a causa dell'otite. Ma i topi gli avevano rosicchiato il documento che testimoniava la sua invalidità e che lui teneva in camera. Mio padre si chiamava Giorgio, classe 1883. Sarebbe stato da "schioppo", ma siccome aveva avuto l'otite era riuscito a stare a casa. A Lubiana, lui e tutti gli uomini anche qua di Pradipozzo, Pramaggiore, che avevano sui 50 anni, sono stati portati via, fatti camminare fino a Lubiana, senza mangiare. Era un pezzo d'uomo come me e quando è ritornato a casa pesava 28 chili. Solo camminare e niente mangiare.
D. Ma cosa faceva a Lubiana?
R. Niente! Niente!
D. E perché l'hanno portato a Lubiana?
R. Eh sarebbe un discorso quello là... Erano ordini così, di andar via. Poi sono ritornati a casa. Qualcuno è morto, lui invece era un uomo forte.
Mia mamma aveva salvato un sacchetto di biava, l'aveva nascosto sotto il tetto dello stalót della maiala. Faceva bollire questa biava, questo granoturco, e contava i granelli da dare a ciascuno di noi. A mio fratello che era più vecchio dava qualche granello di più, e noi a dirle, piangendo «perché lui è più vecchio gliene dai di più!» Erano granelli di granoturco lessati, senza nient'altro. Boia cane, se andava avanti ancora un altro po'!
Loro [i tedeschi] erano morti di fame! 
Sa i tedeschi, la guerra l'hanno persa per quello, mica per i cannoni degli italiani, l'hanno persa perché erano morti di fame!
Non sente anche la canzone, cosa dice: 
«Ritornò il nemico, per la gloria e per la fame, vogliam fermare tutte le sue brame»

È la La leggenda del Piave. Originale: 
«E ritornò il nemico per l'orgoglio e per la fame /
volea sfogare tutte le sue brame» ...

Glielo dico io che loro non avevano niente, niente, niente, e niente!
Perfino [successe che] uno, le dico, andava a prendere su fagioli nel campo di Tita Sottil. Questo austriaco andava a prendere i fagioli seminati in mezzo al campo di mais, che poi li avrebbe lessati e Tita con la zappa gli ha dato un colpo forte in testa e l'ha ammazzato. E l'ha seppellito sotto le foglie, là. Nessuno se n'è accorto, tutti hanno taciuto... Ai tedeschi mancava quest'uomo, ma non hanno sospettato della gente del posto di Tita Sottil, Tita Màt lo si chiamava dopo, perché non sono cose da fare. Eh, quella sì me la ricordo proprio!
Comungne non era un paese, allora, e neppure adesso. Il paese era Pramaggiore,  il prete era a Pramaggiore dove hanno portato via anche le campane. [I tedeschi] hanno buttato giù le campane, ma il prete è rimasto in parrocchia.

Nastro 1998/13 - Lato B

Degli italiani che si ritiravano mi ricordo che erano con questi carri (barocci li chiamiamo) a due ruote, con un mulo che tirava e portavano avanti quello che portavano.
Ma nelle campagne del Veneto, qua, c'erano 14.000 disertori. Gli italiani erano quasi tutti disertori quella volta. Rimasti di qua, e dopo andavano per le case; dopo Caporetto s'intende. Quella volta, invece di seguire e andare al Piave a far la difesa si sono buttati di qua e di là e dopo erano per le famiglie. Il prete ha pensato di sistemarne una buona parte, e dopo la guerra c'è stata l'amnistia.

Interviene un avventore più giovane che dice che i fascisti poi diedero la caccia a questi disertori e anche Tita Sottil era fascista... 


Ma, ribadisce Dal Mas, questo è avvenuto dopo la guerra. I fascisti hanno iniziato nel '19-20. Quei lazzaroni erano disposti a tutto, perché, con cosa hanno formato il partito fascista? Con i peggiori arditi che c'erano. Fioi, tuti fioi. (Ragazzi, tutti ragazzi).
Di questi disertori, il prete di Pramaggiore ne metteva uno in ogni famiglia. C'era uno di Taranto da Pastorel, che ha sposato la Maria, mentre quello che era da Stefani proveniva da Ancona, e poi ha sposato... Quelli sì me li ricordo, i nomi me li ricordo di questi soldati, ma non i cognomi. Giovannin si chiamava quello che era da Stefani e Cataldo era quello da Pastorel, perché lo hanno tenuto loro anche dopo finita la guerra, perché ha sposato una loro figlia.
I tedeschi non si sono accorti di questi disertori, perché rimanevano nascosti.
I tedeschi non andavano mica a far perquisizioni per cercarli, perché neanche non gli interessava, perché non c'erano tutti questi partigiani come è stato questa volta qua [nella Seconda guerra mondiale]; loro stavano nascosti.

Interviene un altro avventore del bar. E quella volta che i tedeschi hanno fucilato vicino al cimitero i quattro loro soldati? Durante la ritirata dei nostri soldati nel '17, li hanno fucilati poco lontano [da Pradipozzo]. Erano andati, praticamente, nella famiglia dei Martini... Me le raccontava mia nonna, a me queste cose. Sono andati là, erano ubriachi, hanno bevuto vino e dopo hanno appeso la vecchia con le gambe sulla catena del camino. Allora il comando tedesco li ha fucilati, in località Campo Manin. Appena lei va sulla strada grande ... non quella casa nuova, quella più avanti, più vecchia; là, proprio là. C'era questo pezzettino di terra e lo chiamavano il Campo Manin: erano i conti Manin che comandavano. Là hanno fucilato questi quattro soldati austriaci, che erano di stanza a Pradipozzo e per un po' sono rimasti dei blocchi di cemento. Mi ricordo quando andavo in cimitero,  dei "blocchi" a ricordo di questi quattro soldati tedeschi fucilati dai tedeschi stessi, nel cimitero di Pradipozzo. Non so se ci siano ancora, dovrebbero esserci ancora perché erano robe di guerra... Il prete, qualche anno fa, ha rinnovato il cimitero e non so se li ha levati. Io non ho più guardato. Ma prima c'erano questi quattro blocchi, entrando, sulla destra, in fondo al cimitero di Pradipozzo, c'erano queste quattro pietre. E mio cognato mi raccontava sempre, lui più o meno era del '6, se ne ricordava bene, li aveva visti fucilare. Poi lui era ragazzo e mi mostrava sempre il coltello che (assieme ad altri ragazzi del posto) aveva preso dallo zaino di questi soldati; e lo portava sempre con sè, questo coltello.
La località Campo Manin si trova partendo da Pradipozzo in direzione di Blessaglia, sulla strada principale.
Ma ci sono tanti episodi che mia povera nonna mi raccontava. Quando le hanno portato via la [polenta] ... che stavano facendo la polenta e sono entrati dentro gli ungheresi, perché la più parte quelli che erano cattivi erano gli ungheresi.

Riprende a parlare Dal Mas. Io so dei Minuzz di Blessaglia. Quella volta sulla ritirata si sono presentati a Blessaglia vestiti da capitano, e gli italiani li hanno ammazzati.
I Minuzz avevano la trattoria, il bar a Blessaglia. Erano militari sul Carso, e quando c'è stato la rotta di Caporetto, erano due fratelli, non so dove siano andati a prendere queste divise. 
Si presentano a casa vestiti da ufficiali, da capitano, da tenente, non so: sono stati arrestati dagli italiani e subito fucilati. Dagli italiani. Loro camminavano dove volevano, perché erano vestiti da ufficiali, e allora come adesso per gli ufficiali c'era rispetto, nessuno li fermava chiedendogli «tu dove vai, tu dove vai». Andavano dove volevano e li hanno presi a casa. Ci sono state delle spie ... quella volta era come adesso, anche adesso qualcuno avrebbe fatto così.
Mi ricordo quando sono andati via. Mio padre aveva un poche di viti, cento duecento viti di uva fragola che veniva anche senza solfato. Aveva fatto un 4-5 ettolitri di vino che aveva messo sempre nella stanza in cui si dormiva e dove c'era di tutto, formaggio ... e topi in quantità (avevano mangiato la carta di mio padre), e pulci ce n'erano a chili. Quella notte che sono andati via, c'era la cavalleria là da noi. Hanno sellato i cavalli, si sono preparati e dopo hanno riempito le borracce di vino. Ma non l'hanno mica preso tutto, perché se erano cinque ettolitri ce ne volevano di borracce! Una borraccia teneva non so, sui due litri, così... e sono andati via e hanno lasciato aperto il candolín, il tappo sotto. Era quando sono andati al Piave... [non è chiaro se si riferisca a italiani o a tedeschi].

Altro avventore. Quella volta, sempre nella ritirata, i tedeschi avevano la cassaforte del comando qua da Stival, da Bettiol. Quando sono andati al Piave, non sono più tornati indietro e questo Stival con la cassaforte si è fatto milionario. Perché prima era uno che andava a vendere meloni con il musso, qua a Belfiore.
Dal Mas. Non è così. La cassaforte sì che c'era, ma sul treno che loro hanno assaltato, carico di sigarette ... che hanno messo il tronco sulla ferrovia. Era Stival, quello che ha fatto quei lavori là.
Avventore. No, quello era Donadon, suo padre del prete Donadon, che era lui dei ferrovieri, quello che ha fatto quella cosa là. Dopo è stato condannato, questo Donadon, ma quello è un altro episodio. Quello che dico io invece è quando le truppe sono andate al Piave, e hanno lasciato qua la cassaforte e poi non sono più tornate indietro. Quella volta là, Stival si è tenuto la cassaforte. Questa è una voce, ma la sanno tutti, qua.
Dal Mas. Ma cosa vuole che avessero i tedeschi nella cassaforte; avevano solo la cragna [lo sporco, la miseria]. Non avevano niente!
Dal Mas all'avventore. Conosceva Momi Sec, che era anche postino? Anche lui diceva che quando si era affondata la nave era riuscito a mettere le mani sui soldi della cassaforte. Ma dopo si è venuto a sapere. Una volta mettevano i soldi nel paion [pagliericcio di granoturco], e si è saputo che da là lui prendeva i soldi, non da altre parti, erano soldi di famiglia... 
Avventore. Don Puppin, prete vecchio di Pradipozzo [o Pramaggiore] si diceva che era collaboratore dei tedeschi, e alla fine della guerra sono venuti gli arditi e la nonna mi diceva che chiedevano a tutti cosa e come. Gli arditi avrebbero fucilato subito il prete, ma hanno trovato che era in chiesa con moltissime casse da morto, perché era scoppiata la spagnola. Si è salvato per quello, altrimenti lo avrebbero fucilato immediatamente.
Dal Mas. Proprio durante la disfatta austriaca ... a Pramaggiore, Lubiato Riccardo, padre di G., che faceva anche il postino, tre austriaci ha ammazzato lui, là a Pramaggiore. Erano disarmati, e loro speravano di andare a casa, come è capitato a me e a tanti altri [dopo l'8 Settembre]. La gente ha cominciato a dire che mi hanno portato via quello, mi hanno fatto quell'altro, e hanno fatto sì ... per quello l'hanno fatto. Ma occorreva ammazzarli? ...
Avventore. Li ha ammazzati davanti alla chiesa di Pramaggiore. La povera mamma me lo raccontava sempre. Li ha ammazzati con il fucile ... ma non li ha ammazzati lui direttamente. Lui ha fatto la spia, ha detto agli italiani che venivano avanti: «Guarda che là dietro ci sono dei tedeschi» e li hanno ammazzati dietro alla chiesa dove c'è la cantina di [?].
Dal Mas. Io invece ho sempre saputo che non "li ha fatti ammazzare", ma che "lui li ha ammazzati".
Avventore. A me, mia mamma e mio nonno mi hanno sempre detto che lui ha detto agli italiani: «Guarda che là dietro alla chiesa ci sono due tedeschi!»

Il gestore del bar. Ha detto mia nonna che stava facendo la polenta, nella sua casetta. Mia nonna era "peverina", era grande così ma era terribile. Lei era là sul foghèr, entra il tedesco, le prende la calièra e ... parti. Mia nonna, Rosa Gorgato, classe 1850, si è messa a corrergli dietro con la forca, ma non è riuscita a prenderlo. È morta a 95 anni nel 1945.
Dal Mas. Sul cimitero di Pramaggiore c'erano 8-10 tombe di soldati, tedeschi, sì. Perché c'era il campo di aviazione. 
Una volta ho visto una battaglia fra due aerei italiani e uno tedesco. Il tedesco è stato abbattuto ed è caduto là, sulla riva di un fosso e si è bruciato tutto. Quella volta non avevano il paracadute e uno si è buttato fuori ed è rimasto sulla strada, morto; un altro è rimasto bruciato dentro. Sarà stato a un cinquecento metri da casa nostra. Io sono andato a vedere, siamo andati tutti a vedere. Il relitto si è bruciato tutto. Poi i tedeschi hanno preso il morto che era sulla strada e l'hanno portato in cimitero e di quello bruciato non so cosa ne abbiano fatto.
I preti sono stati poi accusati di essere collaboratori dei tedeschi e forse non lo erano. Perché ad esempio quello di Summaga, don Pietro Mazzon... 
Gli austriaci hanno detto che tutti quanti gli sbandati che erano sotto una determinata età dovevano presentarsi in un dato posto. Porca puttana, fra questi c'era anche uno zio di mio papà che si chiamava Birulin, il quale poi ... avrebbe ammazzato il prete, perché diceva che era stata colpa sua ... e non l'ha più guardato. Era successo come con mio papà, solo che mio papà era [stato internato] a Lubiana, e gli altri li hanno portati da un'altra parte, là sull'interno. A non far niente.
Come adesso in questa guerra qua [seconda guerra mondiale]. Io ho lavorato in cantiere a Monfalcone per 30 anni e se si presentava uno, zac lo buttavano subito dentro a lavorare, i tedeschi. C'erano 14.000 operai. Li mettevano anche perché in questa maniera li controllavano. Vanno a lavorare e così non sono in giro con la pistola...
Al tempo della Prima guerra invece ero contadino. Mio padre aveva poca roba, un tre ettari di terra, si vivacchiava. Mentre adesso vicino a noi c'è uno che ha venti campi [campi veneziani, tre campi = un ettaro]. È lui da da solo, perché non si è neanche sposato, ha una trentina di vacche, vende il latte, ha la pensione ... ed è pieno di debiti! Una volta in un ettaro viveva una famiglia. So che ha debiti perché conosco chi avanza soldi da lui.

Ultimi giorni di guerra. 
Anche i tedeschi hanno buttato via il fucile, per le strade, di qua e di là. Dopo, mentre passavano ritirandosi, sono anche venuti a salutarci, due tre di quelli che erano stati un anno a casa nostra, quelli che si allenavano con le bombe; in particolare uno che non era neanche austriaco, mi sembra che fosse stato croato e che si era affezionato a me. C'erano anche due o tre ufficiali.
Poi sono arrivati gli italiani, che li hanno fermati e per prima cosa gli hanno preso l'orologio e dopo hanno guardato se avevano soldi e dopo li hanno portati via e non so cosa gli abbiano fatto.
Era il bottino! Così hanno fatto anche loro [i tedeschi] quando gli italiani dopo l'8 Settembre hanno capitolato. Noi abbiamo tenuto duro per 17 giorni, mi ricordo. Io ero sull'isola d'Elba; dopo loro avevano gli apparecchi e i nostri si sono arresi.
Anch'io sono stato in Germania, 22 mesi a Monaco di Baviera sotto i bombardamenti. C'erano gli apparecchi americani di giorno, e quelli inglesi di notte. Monaco era una città che adesso e tornata forse anche meglio di prima, industriale. Hanno spaccato tutto. I tedeschi avevano provato a portare le industrie ... le officine a portarle nei boschi perché avevano tanta boscaglia. Ma non combinavano niente. Dovevano perderla quella guerra, dovevano cessarla prima, e senza far tutti quei morti ancora.

Io ero prigioniero a Monaco. Ho sposato una di Sesto al Reghena e ho lavorato a Monfalcone dopo e prima della guerra, per 37 anni.
Più 7 di militare.

lunedì 10 maggio 2010

Intervista ad Eugenio Tomasi

Nato il 23 novembre 1909 a Cismon del Grappa (VI).

Nastro 1999/2 - Lato B                        17 agosto 1999

Nel 1915 quando ha iniziato ad arrivare la truppa italiana, pernottavano qua, nelle tende, sulla terra vicino al fiume. Stavano qua qualche giorno e poi andavano avanti. In fondo, vicino alla stazione c'era il comando tappa e poi un pochi andavano ad Enego e un pochi andavano sul forte Leone.
Io sono un ex minatore, in Germania, in Francia, in Lussemburgo, in Belgio e poi in Africa con le centurie operaie, prima della guerra in Abissinia. Poi ho chiesto al maggiore del genio se potevo espatriare ... ho fatto un anno in Italia e poi son stato richiamato.
Ho preso un po' di silicosi, inoltre l'invalidità per i dolori reumatici, per l'umidità a lavorare a mille metri sotto terra, cinquecento, ottocento.
Mi ricordo l'offensiva di Caporetto del '17. Prima ho visto della truppa partire con i cannoni sui treni, poco distante di qua.
Con la ritirata abbiamo avuto ordine di evacuare e abbiamo fatto tre convogli. È venuto a darci l'ordine il maresciallo dei carabinieri del paese.
La nostra famiglia fino ad allora era rimasta sempre in casa e quella volta ci hanno detto che avremmo dovuto andarcene da casa per sei mesi: «Lasciate qua tutto». Mio padre era militare, richiamato carabiniere. Lo vedevo tante volte passare di qua che accompagnava tradotte fino a Primolano. Poi è stato riformato durante la guerra.
Siamo partiti io, la mamma, il papà, mio fratello più piccolo che era del '14 mentre una mia sorella era a Feltre con i nonni. Anche loro, della città di Feltre, hanno avuto ordine di evacuare, in parte, la città.
Per prima è partita mia nonna con le figlie – i figli erano in guerra – ma non sapevamo dove loro fossero andate; dopo l'abbiamo saputo. 
Mio nonno era guardiano della segheria a Feltre, in faccia alla stazione dove adesso hanno fabbricato. «Beh, beh, diceva, allora partirò domani». Invece domani sono arrivati gli ungheresi e ha dovuto rimanere là. Fortuna ha voluto che lo hanno messo ad accompagnare il cappellano militare austriaco - o ungherese che fosse stato - ed è rimasto con lui per tutto il periodo dell'occupazione. Mio nonno si chiamava Luigi Furlanetto, perché era di origine trevigiana.
Noi siamo andati con il primo convoglio [di profughi] a Caltanissetta. Il secondo è andato a Giarre e il terzo in altri paesi là della Sicilia: tutto il paese di Cismon è andato in Sicilia.
Poi mio padre è andato a lavorare in un campo d'aviazione a Parma e noi siamo andati con lui.
Ricordo a Caltanissetta di aver visto un tenente degli alpini del nostro paese, del battaglione Valbrenta, che poi sono stati su al Berretta. Lui si vede che aveva ottenuto due giorni di permesso, durante la ritirata. Si chiamava Peruzzo Vincenzo e poi ha fatto anche carriera; per un po' di giorni è venuto anche lui giù in licenza a Caltanissetta.
La partenza per Caltanissetta. Ci hanno detto che saremmo stati sei mesi a Rovigo. Invece ci abbiamo impiegato otto giorni solo per arrivare in Sicilia.
Da Caltanissetta siamo andati a Parma a raggiungere il papà e là siamo rimasti fino all'armistizio. A Parma vedevo arrivare tradotte cariche e stracariche di prigionieri austriaci, migliaia... 
Mio zio che era un po' «più avanti degli altri» ha chiesto di tornare nel paese, sei mesi dopo l'armistizio. E allora [...] siamo venuti su, io assieme a lui. 
Qua a Cismon le case erano distrutte. C'era materiale bellico dappertutto, bombe, granate inesplose, di tutto c'era.
La nostra casa era rotta, proprio in centro al paese. Mio padre era carabiniere. Prima aveva fatto due anni di alpino, poi è stato due anni in Germania poi è ritornato qua, non sapeva cosa fare e ha chiesto di ritornare militare, a Roma, dei carabinieri. È rimasto là e si è preso l'encomio solenne a Napoli.
Quando siamo partiti, da Cismon, in tre giorni hanno fatto tre tradotte. C'era il maresciallo, c'era il sindaco, c'era il parroco: erano tutti con noi (il sindaco non era scappato prima). 
Quando siamo tornati, la casa non c'era più; c'erano degli operai dal Bergamasco, dal Friuli che costruivano delle baracche. E finché non ci hanno dato la baracca siamo stati otto giorni dentro un carro merci in un binario morto della stazione di Cismon. Dopo, c'era l'asilo che era rimasto in piedi, l'hanno restaurato un po' e siamo andati sull'asilo finché hanno finito la baracca. 
La nostra famiglia era composta da me, mio padre carabiniere, mio fratello Giorgio e mia sorella Antonietta: cinque persone.
Siamo ritornati sei mesi dopo l'armistizio, nel mese di giugno del 1919. Prima di allora ci avevano detto di non tornare e poi [gli abitanti di Cismon] hanno cominciato a venire [a casa], venire sempre.
A Parma c'erano quelle migliaia di prigionieri austriaci che avevano preso sul Grappa. Io ero ragazzo e andavo a vederli, anche: avevano fame e gli davano da mangiare, gli davano da bere, e li hanno messi dove c'erano i giardini, in una parte e l'altra. Tanti, tanti prigionieri. Erano migliaia di prigionieri, decine di migliaia, perché qua in poche ore, quando hanno fatto l'offensiva i nostri, quelli del Pertica, sono passati direttamente sul ponte che c'era al Corlo, che non l'hanno fatto saltare e sono passati subito.
Questi prigionieri erano proprio in Parma città.
Le nostre truppe, passato il Corlo, sono arrivate fino a Fonzaso dove c'era il comando dell'armata austro-ungarica.
D. Da profugo, a 8 - 9 anni come si trovava a Caltanissetta?
R. C'era della brava gente, anzi c'era uno che era capo dei magazzini delle ferrovie, proprio di Caltanissetta, mi ha invitato tante volte a casa sua a mangiare. C'era di tutto, brava gente là [...]
Mi ricordo che non c'era acqua e si andava fuori in campagna con l'asino a prenderla e si trovava sempre delle pattuglie di carabinieri che andavano in cerca di disertori, c'erano tanti disertori, là.
A noi profughi, ci davano una lira e 25 al giorno.
D. E vi bastava?
R. Doveva bastare, non c'era altro. Mia mamma allora si adattava a fare un po' di tutto, faceva materassi... Poi a Parma mio padre lavorava sul campo d'aviazione.
Quando siamo ritornati qua a Cismon noi ragazzi si andava in giro in cerca di rottami di ferro, cartucce, per venderle, prendere qualche lira e tirare avanti la baracca. Il materiale lo vendevamo a un paio di commercianti qua, che erano autorizzati a raccogliere il materiale bellico.
Il viaggio per andar giù. Otto giorni ci abbiamo impiegato. Siamo arrivati a Rovigo, ma ci han messo in un binario morto per lasciar il posto alle tradotte dei soldati nostri che venivano su e andavano al fronte. Ci hanno lasciato in un binario morto, e poi via, e poi avanti a sbalzi. 
Quando siamo arrivati a Napoli, la Marina ci ha dato un piatto di riso, ecco ... quello ci hanno dato, per strada. È stato un viaggio piuttosto duretto, ma per noi ragazzi, andava, ancora.
Ci eravamo portati via un pacco, da tenere con le mani, e basta. Abbiamo lasciato tutto qua. Tutto, tutto. Al ritorno non abbiamo trovato più niente, niente. Neanche i muri della casa, neanche i muri.
D. E come avete fatto, dopo?
R. Mio papà ha cominciato a lavorare subito, alla ricostruzione del paese, a far case. Si mangiava quello che si aveva. Qualche volta ci davano qualche cosa che mandava l'America, ma ci si doveva arrangiare. Chi aveva mangiava e chi non ne aveva ... "subiàva" [fischiava].
D. Laggiù, come vi trattava la gente?
R. C'era della brava gente, là, i siciliani. C'era della brava gente. Ce n'era di quelli che se ne fregavano, che ci trattavano malamente, ma anche a Parma, non in Sicilia solo; ci chiamavano i profüga, i profughi in parmigiano.
D. Era quasi peggio a Parma che non a Caltanissetta...
R. Sì, sì. 
Noi ragazzi si cercava di arrangiarsi un pochettino. Là vicino a noi c'era una caserma di granatieri. Erano quasi tutti quelli che erano in convalescenza, e io andavo là tante volte. Si portava via della legna da loro e si andava a venderla. C'era un piccolo caffè che così ci dava qualche lira per la legna, sempre a Parma.
A Caltanissetta non c'era commercio.
Lo chiamavano il palazzo ferroviario, ma non era ancora proprio finito e ci hanno messo là dentro. Si era famiglie promiscue, in dieci quindici per camera,  "camerone" grandi. C'eravamo noi qua del paese, friulani...  Si era misti.
Per la scuola, in base alla legge che c'era allora, bisognava avere sei anni compiuti e io li compivo l'anno dopo, in novembre. Così ho iniziato ad andare un po' a scuola là, a Caltanissetta e, dopo, un poco a Parma. 
A scuola mi trattavano bene, mi davano anche da mangiare. Però si era figli di nessuno.
D. Nel complesso che ricordo ha di questo periodo da profugo?
R. Parlano dei profughi del Kossovo, ma noi siamo stati peggio di loro...
Dopo ci si arrangiava. Finita la guerra, si è tornati in paese, si lavorava, lavoro ce n'era, venivano a casa quelli del fronte che si congedavano un po' alla volta.
Nel 1924, a quattordici anni e mezzo, sono già emigrato in Francia, per lavorare. Mio padre era emigrato anche lui, già in Francia, dalle parti di Grenoble. Allora ero ragazzo, lavoravo fuori, da una parte e l'altra; subito dopo sono andato in un'acciaieria. Mi davano un franco francese all'ora perché non avevo i sedici anni. Per otto ore al giorno. Me ne volevano sei, di franchi, per mangiare; e alla domenica si lavorava. Era durissima, e la famiglia era a casa. 
Finché, tira e molla, cambiato lavoro, cambiato di qua, cambiato di là, dopo mi davano una paga come a un adulto: 1,60 franchi francesi all'ora. Poi ho continuato sempre con l'emigrazione.
D. Il ricordo che ha di questo periodo di profugo, se dovesse definirlo, come lo definirebbe?
R. Come i kossovari, come i kossovari! Anzi, loro sono stati trattati meglio, almeno da parte dell'Italia. Noi siamo stati buttati là, e via. E [per fortuna] che ci hanno dato la possibilità di sloggiare, perché qua c'erano gli ungheresi.
Interviene il nipote di Eugenio. Riguardo a quelli che sono rimasti sotto la dominazione austriaca ricorda che la nonna dell'intervistato è morta di fame. 
«E per fortuna non hanno violato le donne, perché hanno trovato degli ufficiali severi. La bisnonna era là con sei bambini e un soldato tedesco che ha provato fare il furbo si è preso un ceffone dal suo ufficiale. Poi però i civili sono stati allontanati dal paese e li hanno mandati verso Lentiai e là è stata dura. I bambini se la cavavano con la piccola questua».
Eugenio Tomasi. Il paese di Cismon era con le case senza tetto, senza muro, rase al suolo; dipende da dove avevano colpito le granate.
Qua gli austriaci avevano subito fatto dei lavori per mettere le teleferiche e portar su il materiale, partendo da Cismon e arrivando al Fenestron. C'erano due teleferiche che andavano lassù. Una partiva qua sotto, vicino a dove c'è l'imbocco della centrale elettrica e una partiva da Piovega, dove c'è il camping. Quella era più grande e andava un po' più su, e quella portava giù anche i feriti.
Quando siamo tornati noi c'era ancora tutto: c'erano le teleferiche e c'erano armi dappertutto. 
Molti e molti dei miei amici [sono stati] feriti e uccisi dai residuati bellici. Si toccava magari una spoletta, scoppiava, e tantissimi sono rimasti...
La partenza per la Sicilia. 
Nessuna resistenza, niente. Abbiamo fatto su un fagotto - due, tanto eravamo convinti che saremmo ritornati presto. «Non occorre neanche chiudere la porta», ci avevano detto.
Noi siamo tornati dopo un anno e mezzo, ma altri sono tornati anche dopo.
Hanno fatto le baracche in legno, eternit e mattoni. Era il Genio militare che sovrintendeva a queste compagnie che venivano da fuori. Ma anche gente del posto lavorava: tutti lavoravano, allora. In un paio d'anni Cismon è stata rifatta.

Congedandomi, il sig. Tommasi ripete il paragone con il Kossovo: «Sono stati trattati bene, benissimo loro, e noi altri invece come è capitato.»
Poi anche mia sorella più piccola, che era dell'11, è riuscita ad arrivare a Firenze...

Intervista a Luigi Tramontina

Nato nel 1911 a Poffabro (PN).

Nastro 1998/12 - Lato A   [dall'inizio a 29:22, su nastro originale]               19 maggio 1998
    
Dopo sono passati [gli austriaci], hanno buttato giù le campane e ogni famiglia ha portato le fascine alla base del campanile e sono state buttate giù le campane e portate via;  fascine, perché le campane non si rompessero. La gente ha portato le fascine, tutte, ogni famiglia, quattro o cinque fascine.
I nostri si sono ritirati. Allora io avevo la casa a Poffabro e si doveva venire nelle Fornasatte... 
Mia madre è partita con la mucca, si aveva una mucca noi, ma le strade erano piene di questa ritirata, dei nostri. Mi pare il 4° Bersaglieri, ma non so di preciso.
Sulla strada militare - che è in parte a Frisanco e fa il giro, là dove è scritto "dominio militare" - ci hanno fatto fermare una giornata, con la mucca: io e mia mamma. Io avevo due fratelli e una sorella, ma tutti non si era là, ma io vi ero, ero il più esperto.
Allora l'abbiamo riportata a Poffabro, la mucca, e quando è stato libero siamo andati alle Fornasatte, perché noi l'inverno si andava a farlo in paese e l'estate alle Fornasatte, e là abbiamo una casa ancora. Si vede che i miei vecchi si erano divisi: una metà qua e una casa, la casa principale è al paese.
Abbiamo passato l'inverno "invasi". 
Durante la ritirata non c'era un metro di strada libero per attraversare. Prima erano i nostri, dopo erano loro. E i nostri gli han fatto una piccola resistenza in Forcella Pala Barzana, dove è stato ammazzato un tedesco, al basso della Forcella, là dalla Palazzina del Conte, comunque un tedesco. L'hanno seppellito poco, che siamo andati dopo a vedere ed era con le scarpe di fuori, e abbiamo preso una paura, da bambini, che siamo scappati!
Allora i nostri, sulla Forcella, proprio a Pala Barzana ... ma astuti! Le zolle tagliate quadre, hanno fatto un po' di ... come un muro per nascondersi e tirare giù per la Forcella. Sono 12 km da Pian delle Mérie andar sulla Forcella. Sempre per ritardare l'avanzata. Poi [gli italiani] si sono ritirati e han preso possesso gli altri.
Dopo hanno messo il comando all'albergo, là in paese, a Poffabro. Andavano a perlustrare per le case, un giorno andavano a prendere questo, un giorno quell'altro, roba da mangiare, da portar via, una mucca, ecc.
La massa dei tedeschi era andata avanti, resistenze non ne hanno fatte gli italiani. Non c'era posto da far resistenze, tranne che c'è stato un tedesco morto, io gli ho visto i piedi. E hanno fatto un po' di combattimenti anche giù a Navarons, là dove c'è il fiume che viene giù da Tramonti, dalla Selva ... insomma quel fiume che passa per Navarons, il Meduna, e là mi pare che ci sono stati un undici morti, di italiani. Han combattuto e c'è la lapide, il monumento, mi pare del Quarto Bersaglieri. A Navarons, quando si sale su c'è il monumento là.
Il morto di Pala Barzana l'hanno portato giù. L'ha portato giù Anzul Ciagala [?] ... è andato giù col comando; il comando era venuto all'albergo e questo povero discepolo (perché era solo al mondo, non aveva nessuno, era amico di mio padre) gli hanno dato da mangiare qualcosa, era senza nessuno. Era andato su a prendere questo morto e l'hanno portato nel cimitero di Poffabro, e là ora non c'è più. O meglio l'hanno portato là e là è rimasto (non l'hanno portato in nessun ossario), ma non c'è né croce né lapide che lo ricordi.

Mio padre è tornato a casa senza una gamba.
Mio padre è stato ferito sul Sabotino e l'hanno portato a Milano e gli hanno tagliato la gamba in quattro volte e gliel'hanno scarnata qua [all'altezza del femore].
Così di gambe lui ne aveva tre... Una era col piede, con le sue cinghie. Una era el piston, la chiamava lui, più leggero (un bastone) ma fatta a Milano, fatta a regola d'arte. Una un po' più pesante. Aveva qua sulla cinghia il bottone, tirava, s'inginocchiava. Riusciva a muoversi, camminava. Mio padre, ha lavorato con una gamba.
La gamba artificiale era fatta con una specie di plastica, di compensato, non proprio di legno, non so, non mi ricordo ... ma poi l'abbiamo bruciata, ne abbiamo bruciate due tre, perché gliele facevano gratis, dopo.
Mio padre si chiamava Tramontina Gravèna Giovanni, ed era classe 1881, mentre sua moglie aveva un anno di più ed era del 1880.
Era stato ferito sul Sabotino. Lui era portaferiti, andava a raccogliere i feriti. Mentre andava a tirar su questi feriti, non mi rammento la zona là ... è arrivata una granata: quattro morti, uno troncate le gambe e a mio padre portata via una gamba sopra la noce del ginocchio, la gamba destra. Poi l'hanno portato a Milano, all'ospedale di via Arena n. 3, mi pare, e là ha fatto la sua cura e quando ha finito è venuto a casa.
Dalla noce del ginocchio ha avuto un'infezione che si è trasformata in cancrena, e quel professore che ha curato lui non era tanto bravo, ma soprattutto "chimiche" non ce n'erano e non è riuscito a fare di più.
Aveva le "crottole" [stampelle] quando voleva camminare solo con una gamba e quando invece andava in piazza metteva su, se voleva far poca fatica, el piston, diceva lui; era leggera, solo un bastone. L'altra invece era un po' più grossa e con quella si poteva mettere la scarpa.
Se il professore fosse riuscito a salvargli venti centimetri di gamba mio padre avrebbe vissuto come noi, invece l'infezione si è propagata e hanno dovuto tagliargli la gamba fin su al femore. Quando a Milano mio padre era in fin di vita, mio zio, cognato di mia madre, è stato chiamato dall'ospedale e gli hanno detto che ormai c'erano poche speranze di salvarlo. 
L'hanno operato un'ultima volta, si è svegliato e l'hanno portato sul letto con l'osso di fuori. Spacciato. Invece, fibra forte, ha iniziato a riprendersi e allora gli hanno tagliato anche l'ultimo pezzo di osso. Ma se gli fossero rimasti venti centimetri di gamba lui poteva vivere come uno normale. Invece il sangue ultimamente gli ha fatto la cancrena. Così è morto giovane, a 39 anni, nel 1920. 
Aveva dolori al cambiamento del tempo ... e lui per vivere, quei quattro mesi che è vissuto dopo l'ultima operazione, dapprima aggiustava gerle, e dopo è passato dalle parti di [...] un "aggiusta sedie" e gli ha insegnato il mestiere e così si è messo ad aggiustare [impagliare] le sedie, quelle di una volta, con la paglia. Ha fatto un viaggio a San Daniele [del Friuli], col carro, a prendere la paglia a S. Daniele, perché c'era il lago a S. Daniele. Poi invece l'ha fatta venire da Bologna, e quando è morto è rimasta una catasta di paglia. La paglia la metteva a mollo e poi la lavorava...
Prendeva qualcosa di pensione, e dopo, morto lui, la prendeva mia madre, ma poca roba. Mia madre aveva cinque creature...

Ritornando all'arrivo dei tedeschi. Prima erano passati in ordine gli italiani e gli ultimi soldati nostri a ogni cespuglio avevano fatto una fossa. Dappertutto, sul Fornacetti [?] c'erano tutte queste "tombe", queste buche da poter nascondere la testa e far resistenza. Questo avveniva su, al centro di Poffabro, su questa altura a Fornacetti, che c'è anche una casa là. Li hanno tenuti fermi più che hanno potuto, con il solo [fucile] '91. E i tedeschi sempre dietro, ma a corona. 
Insomma facevano contatto italiani e tedeschi, ma dove c'era la possibilità di fare contatto. Passando su di là, i nostri hanno lasciato sul Moè [?], sul torrente Moè, una cucina da campo, hanno lasciato un camion buttato giù in parte e noi bambini si andava a sedere dentro a questa cosa, finché i tedeschi hanno ramazzato tutto, dopo qualche mese.
Durante l'occupazione: «mangiar niente»! Nessuno dava niente, botteghe non ce n'era, si partiva e si andava "per le Basse". Uno dava un pomodoro, uno dava una palotta di farina, una elemosina e se si aveva una lira si comprava un sacchetto di biava.
Io avevo sei anni, mio fratello più vecchio era del Sette e un altro più piccolo era del Quattordici. Eravamo bambini.
Il più delle volte andavano giù mia sorella più vecchia con le sue compagne. Andavano «a provédi», così si diceva. Si andava in cerca di fortuna, di mangiare. "Nelle Basse" voleva dire andare dappertutto: Vivaro, Tezze, Basaldella, Latisana. Si stava via anche di notte, anche due tre giorni, anche una settimana. Si andava a dormir per le stalle, a dormir per le stalle.
Anche io e mio padre andavamo, lui con le stampelle. Andavamo a tirar giù l'uva e si dormiva sulla stalla e si mangiava qualche cosa. Io avevo coraggio e domandavo un pomodoro. Ma nessuno è proprio morto di fame.
Tutti si aveva un campetto di patate, e quando era il momento della raccolta bisognava stare attenti, la notte, perché i prigionieri nostri, disertori, venivano a rubar le patate.
Erano quelli che durante la ritirata non sono andati avanti e sono rimasti indietro e per non andar con i tedeschi. Vivevano nelle grotte. In tanti posti. Anche là ... passata la cava, vi porto io oggi, che c'è ancora la grotta con il segno del fuoco... Bisogna andar su e saper dove andare. C'era rimasta la cenere e i pezzi di granoturco, manici di zucche e così vivevano. E la notte, noi che avevamo i nostri campetti, si doveva stare attenti perché loro, poveretti, venivano a rubarci.
E allora, a turno, su dal Bus di Colvere, davanti a quel capitello, là dall'albergo San Paolo, io ho il campo là sotto. A turno, perché i campetti erano tutti assieme, si faceva la guardia a turno, di notte. Non avevamo paura, perché "erano soldati di niente", erano con le scarpe rotte anche loro, dormivano come le galline, eh...
Se venivano presi venivano portati dai tedeschi, al comando e il comando li spediva in prigionia. Se i tedeschi sapevano che [in tal posto] c'era questa caverna con 12 o 7 sbandati, andavano là, la circondavano e li prendevano, li portavano al comando e poi li spedivano. E questo è successo più di qualche volta.
Nella zona qua delle Fornasatte era dove ne dormivano un pochi. Ma in tanti posti ce n'erano, anche per le stalle in giro. Erano senza armi, avevano buttato via tutto, se ne stavano nascosti e noi li chiamavamo disertórs. La gente del paese non ne aveva paura. Erano poveretti come noi, se si fosse potuto aiutarli li si avrebbe aiutati, ma noi non si poteva aiutare nessuno perché a casa mia eravamo in sei persone, mio padre, mia madre e quattro figli. In tutto tre maschi e tre femmine.
Quando sono ritornati gli italiani, me lo ricordo, siamo andati a Maniago ad aspettarli. Sono arrivati prima i bersaglieri a Maniago, non so che reggimento. C'era tantissima gente ad aspettarli, c'era la piazza che si moriva a muoversi, quando sono arrivati questi primi bersaglieri e i tedeschi se n'erano andati, spariti. Ed era un tu per tu, perché noi siamo stati invasi per un anno ... e chi poteva scappare scappava svelto, chi era organizzato ancora portava il suo reparto dietro.
Noi bambini sapevamo che stavano arrivando gli italiani, perché si era come le galline, sempre in giro. Si era al corrente. La borgata dove ero io (Fornasatte) era al corrente. In particolare c'era un uomo che si chiamava Marcolin Angelo – che ha fatto la pietra di quei ponti della ferrovia qua, quegli archi - e lui era un uomo esperto, lui aveva contatto con il mondo. E dopo, poveretto, è andato via lui e tutta la famiglia in America e là son morti tutti.
I bersaglieri non parlavano con un bambino come me, andavano dove vedevano una ragazza! Con quelle biciclette di una volta...
Non ricordo se siano state messe fuori delle bandiere, all'arrivo degli italiani.
Eh, son tante robe piccole, non valorose.
E su tante cose posso ritornarci sopra. Ero esperto io, perché giravo sempre...
L'anno dell'invasione non siamo andati a scuola; solo l'anno dopo, ma poca scuola anche l'anno dopo.
E quando hanno buttato giù le campane, ogni famiglia portava due fascine perché buttavano giù le campane ... al campanile di Poffabro, e dopo le han portate - quelle di tutti tre i paesi - sulla "Crociera", quella casa che va in su ... vicino alla chiesa c'è un portone e là le hanno scaricate tutti e tre i paesi (Poffabro, Frisanco e Casasola). La "Crociera" sarebbe un incrocio, dove c'è il monumento.
Venivano delle montane, delle piove che quelli della casa hanno detto ... che con il peso delle campane e con la montana, la loro casa si è un po' incrinata e poi hanno richiesto i danni di guerra...
In tutto erano tre, e tre sei, e tre nove campane, "grande, mezzana e piccola"...

venerdì 7 maggio 2010

Intervista a Prospero Vieceli

Nato nel 1907 a Fonzaso, dove risiede.

Nastro 1999/5 - Lato A  [da 12:45 su nastro originale]               17 settembre 1999

Tutto qua! (mi mostra la fronte) ... è il periodo della prima guerra mondiale.
D. Cosa si ricorda?
R. De tút!
Siamo stati un anno senza gli italiani, siamo stati qua sotto i tedeschi. Ah, mi ricordo come fosse adesso...
La nostra casa è del 1902, rimasta intatta con la guerra, non ha subito alcun danno.
I tedeschi, a quel tempo, erano presi malamente e soffrivano tanto, sta povera gente...
Gli italiani in ritirata, venivano avanti con le mani in tasca, perché l'Austria e i suoi amici erano presi tutti dalla fame, ed erano vestiti come i mascalzói, sti póri soldadi. Mi ricordo come fosse adesso.
Io li ho visti gli aviatori italiani, che buttavano giù gli aeroplani tedeschi. Noi non sapevamo se fosse Baracca, ma sapevamo che era italiano, che gliele dava ai tedeschi. Si vedevano questi aerei dove ci sono quelle colline, quelle montagne là, a Roccon. Però ha sbagliato anche Francesco Baracca: quando non trovava più aeroplani tedeschi, andava dentro per le trincee a bombardarli, a mitragliarli, la povera gente. Povera gente sì, ma avevano lo schioppo anche loro e gli hanno tirato e l'hanno preso; ma era tanto che lo faceva, finché una volta gli è capitato così, a Francesco Baracca!
D. Quando gli italiani sono scappati...
R. Non scappati. Un anno prima che finisse la guerra il nostro esercito era a pochi metri da Trento; il General Cadorna li ha fatti tornare indietro e per qua sono passati gli alpini, la fanteria, di tutte le specie. Cannoni tirati a mano, con quelle piastre là, di ferro, che facevano sblif sblaf.
Io andavo, scalzo, a vedere questi poveri alpini che tornavano indietro. Erano contenti, anche ... però una cosa devo dire ... quelli che erano del 7° alpini qua di Feltre, a tornare indietro e lasciare tutte le famiglie qua ... hanno preso le armi, le hanno date agli ufficiali e sono scappati su per le montagne.
Sono rimasti qua, e a Fonzaso ne avevamo 16-17 del paese, di Frassené, di Arten. Erano tutti su di qua, senza armi, scappati. Loro hanno detto così: «Se noi lasciamo le nostre famiglie - ce n'erano anche di maritati, a quel tempo - in mezzo ai tedeschi, andiamo a combattere perché? Quando qua ci hanno lasciato le nostre famiglie sotto i tedeschi» ... e sono rimasti qua; e gli ufficiali a corrergli dietro...
Quando poi è finita la guerra, sono tornati nell'esercito di nuovo e li hanno mandati a casa come gli altri. Gli ufficiali avrebbero ovviamente voluto che restassero con loro.
Gli italiani avevano fermato i tedeschi sul Col di Lana, che là è stato il cimitero dell'Italia e sul Piave e sul Grappa.
D. Ma dove si nascondevano questi soldati che erano rimasti qua?
R. Su per le montagne, sull'Avena, sul Monte Avena, a nord di Fonzaso, sei sette km a nord del Grappa in linea retta.
Per mangiare venivano giù, di notte ... e c'era mio padre che veniva dalla campagna con un cesto di pomidoro di quelli piccoli, perché una volta non c'erano mica pomidoro grandi, c'erano di quelli piccoli, selvatici; e se li mangiavano come... Venivano qua, dentro su questa cucina, in sette otto di Fonzaso. E la polizia dei tedeschi? Guai a Dio... !
Mio padre si chiamava Giacomo Vieceli detto Baracca. Adesso le racconto anche il perché si chiama Baracca ... [mi racconta dell'emigrazione di suo padre in America, Stati Uniti, nelle miniere di carbone, dove gli pesavano giorno per giorno, ogni sera, quanto carbone avevano scavato, lavoro a cottimo ... di come si fosse sposato, senza neanche un soldo andando in prestito del vestito ... e poi si fosse fatta la casa ... ma non era riuscito a coprirla del tutto e in paese gli dicevano che sembrava una baracca. Così ritornò ad emigrare finché riuscì a finire la casa, nel 1902. Ma intanto il soprannome rimase...]

C'erano le compagnie degli alpini che cantavano questa storia qua: [canta]

El general Cadorna l'ha scritto alla regina
se vuoi vedere Trento prendi la cartolina
bim e bim e bom...

... e io gli correvo dietro, scalzo, perché mi piaceva sentirli cantare.
Loro venivano giù contenti, poverini, perché marciare (via) dal fronte è una bella cosa, perché io l'ho provato, nella seconda guerra.
Andavano dove li portavano, perché si sono fermati qua su in provincia di Belluno, perché il Grappa è in provincia di Belluno.
E un'altra storia cantavano, che mi ricordo come fosse adesso ... ma è bella questa qua:

Su in cima a quelle Alpi c'è la neve
rossa di sangue, sangue italiano
c'è l'Austria che la stringe a mano a mano
ma la vendetta non tarderà
gioia mia...

Eh, i soldati!

gioia bella se tu mi ami
non più l'Italia tu devi amare
le Alpi nostre è il nostro amore
Trento e Trieste veniamo a conquistar
bum, bum, bum...

Non è bella questa qua?

Mi ricordo della fame (me ricorde de la fam). C'erano [gli abitanti] di quei paesotti del Grappa verso il nord. Erano capitati qua [profughi], chi trovava una casa e chi niente. Ma casa che? Sui fienili bisognava che dormissero, altro che profughi. Non era come adesso che li aiutano, una volta non la aiutavano la povera gente, no, non è neanche da pensarci. E allora, poverini, erano senza mangiare, senza case e famiglie magari di quattro cinque ragazzi. Qua ... fame!
Per dormire si arrangiavano come potevano. C'erano dei barchi di paglia, una volta - che adesso non ci sono più - il tetto era in paglia e sotto c'era il fieno, e dormivano là.
D. Anche d'inverno?
R. Sono stati là poco. Poi sono venuti gli italiani e sono andati ancora a casa sua. [?]
D. Di che paesi erano?
R. La Rocca, Arsiè, Mellame. Tutti quei paesotti da quelle parti là verso il Grappa.
Da mangiare non ce n'era. Morivano di fame, e noialtri poco da mangiare anche noi. Perché mia madre e mio padre avevano iniziato a nascondere il sorgo sotto il fieno, sotto quello e sotto quell'altro, così noi ce la siamo anche cavata un po' alla meno peggio. Ma do mesi, sior, fam!
D. Finché non è arrivato il nuovo raccolto?
R. Ecco, finché non è arrivato il nuovo raccolto... 
Quello che non avevano mangiato questi poveri tedeschi! Che mangiavano le pannocchie, le abbrustolivano e poi le mangiavano come dei bussolà.
C'era tutta la povera gente che veniva per le strade. Eh, adesso non c'è più nessuno! La povera gente, erano tutti coltivatori ... perché ce ne sono delle storie, avrei da raccontarle tante robe! 
Perché una volta qua in paese c'erano cinque-sei signori e dominavano tutto il paese e i contadini. La povera gente che doveva lavorare per loro il sorgo (granoturco): due pannocchie per il padrone e una a quello che aveva lavorato. Non mezzo e mezzo, così erano le terre, qua! E quando che la gente, come mio padre e tanti altri sono andati in America, in Francia, in Svizzera ... allora (i signori) hanno iniziato a vendere la terra. Perché ce n'era della terra, ce n'era tanta!
D. Chi erano questi signori?
R. Bianco, Elpansch [?] - di origine tedesca, Mengotti e poi ancora ma non mi ricordo più ... erano loro. Quelli che avevano le donne belle, quelli che avevano qualcosa di più degli altri. Perché qua c'erano delle belle donne, sa... Adesso no, eh ... anche se mia nuora, che è venuta a trovarmi questa mattina, è così ben fatta che mi tocca guardarla! È della bassa Italia, è una calabrese, di Monte Folone [Mottafollone] in Calabria...
D. Dopo Caporetto, i signori sono rimasti qua?
R. I é marciài subito, tuti i é marciài... [sono scappati subito, tutti sono scappati], prima che venisse la ritirata. Tuti i é marciài.
D. E il sindaco, chi era il sindaco?
R. Sior, podaria [potrei] anca parlar mal? Qua c'era sindaco uno che saranno stati sei sette anni che era sindaco e ormai non potevano più cambiarlo, perché non poteva ... la povera gente, niente da fare. E lui faceva a modo suo. Aveva le mani ... io dico che aveva le unghie lunghe come i brink [?] de la stalièra, la stalièra, quella che pesa [stadera]. Io dico che aveva le unghie lunghe così. Ladro! Era uno da maritare, era d'accordo con il prete; perché io non ci credo niente ai preti, io sono stato combattente ma non ho mai ucciso nessuno, e sono combattente. E neanche del male ne ho mai fatto, perché ho fatto anche tre anni la ultima guerra qua [...] io sì che sono stato chiamato. Mi hanno tenuto là tre anni, con tre figli qua, e la moglie e mia madre; ma io non ho fatto del male a nessuno.
D. Mi racconti di questo sindaco, da sposare...
R. Il suo nome è anche scritto fuori della sua casa, dove "ha lasciato" ... sulla piazza dei Frati, l'ultima piazzetta per andare in Primiero, là c'è un'insegna grande dove è scritto il suo nome.
Quello era un ladro di prima qualità, finché è arrivata la morte anche per lui. Ha preso, figli non ne aveva ... ha lasciato tutto ai frati. Ma sa quanta roba! Là dopo via Frassenè ... fabbriche quassù verso Fàller. El pascolon e poi case anche là... Ma era uno che aveva rubato tanto. Perché un sindaco - a quel tempo la povera gente era ignorante - allora lui gli diceva "firmate qua, firmate là". E lui diventava padrone, e messo piede in un posto ... quelli che gli erano attorno, sempre più si allargava, imbrogliandoli tutti...
Lui andava anche d'accordo con il prete, perché il prete era d'accordo con lui. Ladro anche il prete! 
Però stiamo parlando prima della guerra mondiale!
Durante la ritirata qua in paese c'erano due preti: uno è rimasto, il parroco vero e proprio, mentre il cappellano se n'è andato via.
D. Degli abitanti di Fonzaso sono partiti in molti?
R. I sióri sól! Tutti gli altri sono rimasti qua.
Mi ricordo che dal Grappa tiravano sulle rocce, sopra le case, in modo di non far morti qua. Erano "prolungati", gli dicevano, erano cannoni che venivano dalla Francia, perché se l'Italia, quella volta non l'aiutava la Francia e l'America avrebbe perso la guerra. Io ho sempre sentito dire così, dai nostri combattenti.

Nastro 1999/5 - Lato B

Con la spagnola non c'era neppure il dottore. Ne ho viste anche sei sette casse, io, a portarle al cimitero in una giornata ... e poi sempre ancora.
Noi in famiglia non abbiamo preso la spagnola. Mio padre non l'ha presa, era un omenon in gamba.
D. Allora c'era tanta fame, e i suoi paesani per sopravvivere, cosa mangiavano?
R. Erba sui [dei] campi; la cucinavano, mangiavano l'erba e bevevano anche un po' di brodo, se era ristretto.
D. Che erba era?
R. Erba di campo. Non radicchio, i radicchi li avevano già presi prima. Era erba, così, la cucinavano. Ma non erba diritta, "erba di foglia". Non ortiche: erba di campo. 
Il vino se l'erano portato via i tedeschi, le bestie anche ... poveretti, anche loro avevano bisogno di vivere, perché erano presi malamente a quel tempo i tedeschi. Perché gli italiani hanno vinto la guerra proprio per la fame dei tedeschi... 
D. Quando sono arrivati gli italiani, il 4 novembre, avete fatto festa, qua in paese, suonato le campane?
R. Macché, sono arrivati gli italiani, stufi di stare sotto il militare, (contenti) per aver portato a casa la pelle. Qua in paese non è stato fatto niente di particolare. [...]
All'epoca della guerra eravamo in quattro figli, io maschio, e tre sorelle che erano più vecchie ed ora sono tutte vive. Ce ne sono qua in paese e fuori del paese; ne ho una a Cremona.
Durante quell'anno mio padre mi diceva sempre: sta qua perché puoi farti male. (I tedeschi) buttavano a casaccio le bombe, le munizioni; tante bombe buttate via a stròss... E di questi ragazzi ce ne sono stati quattro cinque qua in paese che si sono fatti male con queste bombe. Perché ne prendevano su una e poi la buttavano dentro sul fuoco e se non erano veloci a scappare si rovinavano le gambe. Così, anche qua nella nostra contrada...
A noi, i soldati non facevano niente. Non ho alcun ricordo particolare. Non ci potevano fare del male, perché non gli si faceva del male.
Con le donne non ci sono state violenze. Quelle che andavano in cerca di qualche ufficiale, prima, e poi di qualche soldato ... Così ce ne sono stati tanti, non tanti ... tre-quattro ... di nati in quell'anno là. Hanno fatto porcherie, poi "hanno comprato" qua sotto gli italiani e li hanno allevati e sono venuti grandi, bravi ragazzi, ma quelli erano figli dei tedeschi. Nessun tedesco si è poi sposato con le nostre. [Mi son dimenticato di chiedere se poi le "ragazze-madri" si sono  sposate.]
Questi figli dei tedeschi saranno stati tre o quattro, o anche di più, ma non sono nati con la violenza.
I tedeschi avevano quasi paura di noi. Era un "esercito mort de fam, oramai", l'Austria. Perché la Germania anche a quel tempo ... sono stati qua i germanici due giorni, hanno "raspato" su le vacche, gli asini, qualche pecora e poi si sono ritirati, e hanno lasciato qua l'esercito austriaco, ma loro se ne sono andati di là e si sono portati via roba da mangiare. Non hanno fatto del male alla gente, i germanici, hanno portato via tutto, loro, e hanno lasciato qua l'esercito austriaco senza niente.
Gli austriaci, su questa strada qua sopra che costeggia la mia casa avevano la cucina a due ruote, e mentre marciavano la roba si cucinava mentre marciavano. Per far da mangiare erano magari in tre quattro e mischiavano questa farina bianca e ci mettevano dentro altra farina, per allungarla. Facevano come una pasta tonda e grande. Poi la strappavano a manciate e facevano come delle "ballotte", ma non come la mia mano, come il mio pugno, ma più piccole ... e ne davano a ogni soldato una di queste porzioni, e del brodo con cui era cucinata questa pasta. Ne davano un piccolo mestolo ciascuno, e con quello erano a posto. Come pane gli davano 40 grammi a testa ... potevano vivere, quella povera gente? Volevano che morissero, e bella finita!
D. Come fa a sapere che gli davano solo 40 grammi?
R. Perché era una pagnotta grande così [piccola come il suo pugno]. Era scura, e dai bordi usciva fuori come della roba verde, della verdura, per allungare il pane. Poveretti ... povera gente...
E morivano, sul Grappa. Stavano qua una notte e invece di dargli da mangiare ... li portavano avanti come fossero state bestie che dovevano essere ammazzate. Su, sul Grappa, e da là non tornava indietro nessuno.
La cucina mobile che ho visto io, ricordo che era trainata da un cavallo.
Noi bambini eravamo sempre dietro, assieme ai soldati; ma non erano gente cattiva, non avevano il cuore cattivo.
Aspetti che le racconto, qua c'era il brolo di Elpansch ... il brolo non era un giardino ma era un grosso appezzamento di terreno, recintato [con alberi da frutta, ecc.] e là questi poveri tedeschi avevano seminato dappertutto, zappando. Non c'erano mica trattori, e soprattutto facevano zappare ai prigionieri italiani, ai prigionieri di tutte le parti che loro prendevano. Seminavano pomidoro, cetrioli, verdura insomma ... carote, patate. E c'erano questi ragazzini del paese, ce n'era uno che abitava qua in contrada che aveva il padre che faceva il vachér presso un possidente qua vicino alla chiesa di Fonzaso. Questo bambino aveva fame e saltava dentro al brolo [scavalcando il muro di cinta]. Si prendeva un pochi di cetrioli e se li metteva in tasca... 
Si vede che erano tanti giorni che faceva così e i soldati austriaci che erano dentro al brolo un bel giorno lo hanno preso e io ... ero andato scalzo a far compagnia a mio padre che era andato sul campo a lavorare proprio di là del muro dove questi tedeschi coltivavano la verdura ... tutt'un tratto questo ragazzo ci capita fuori in strada, volando sopra il muro. Lo avevano buttato fuori, loro! Il ragazzino era piccolino. Si vede che lo hanno preso in due e gli hanno fatto fare il volo oltre il muro che sarà stato alto un metro e mezzo. Questo bambino lo chiamavamo Tàppare, ma non ne ricordo il nome, adesso è un pezzo che è morto. Appena sceso a terra dal lancio, il bambino si rialza, si riassetta i calzoni, se li pulisce con le mani e poi se ne va a casa...
C'erano prigionieri italiani e russi. I russi avevano un pastrano color viola, ma non parlavano con nessuno. Quelli sono morti di fame, non gli davano da mangiare. Zappavano sulla terra dove già avevano levato le patate e se ne trovavano ancora qualcuna rimasta, grande come una nocciola, una parte la mangiavano e una parte la mettevano via in tasca ... e dopo con la zappa e col piccone, a lavorare. I russi e anche gli italiani erano assieme.
D. A scuola, andavate a scuola, qua in paese?
R. No, scuola niente, a quel tempo là, niente: i maestri sono scappati, loro. Ne avevamo uno, noi: lo chiamavano il maestro Bocchi. Era stato capitano di artiglieria di montagna, ma a quel tempo era solo maestro, ed è scappato anche lui. [L'é marcià anca el].
Anche il dottore l'é marcià dirèto, è scappato subito. Noi invece siamo rimasti...
Alla fine della guerra i tedeschi se ne sono andati a casa con le mani in tasca...
D. Hanno rubato, fatto qualche marachella?
R. Sa cosa hanno fatto? 
[... ma inizia a parlare dell'ultima guerra: «Avevano detto: Non state far del male ai tedeschi, altrimenti»... ]
Ritornando alla prima guerra la partenza è stata tranquilla, nessuno del paese è insorto contro gli austriaci che se ne andavano [nel novembre 1918].
Erano stufi anche loro, poverini, gli austriaci. Gli italiani sono arrivati dopo, erano distanti. Non è che gli corressero dietro, non ne hanno ammazzato neanche uno, qua.
Gli austriaci sono andati via e il giorno dopo sono arrivati gli italiani, prima le camicie nere, no ... gli arditi, quei mascalzoni là, insomma.
D. Perché mascalzoni?
R. Perché di sì! Perché pestavano i prigionieri e io sono stato militare, per un bel pezzo, e ho sempre sentito dire: «Guai a Dio! Quando c'è un prigioniero bisogna aiutarlo e dargli da mangiare, se si può. Invece loro non facevano così, i ghe petéa, gli davano pugni, sberle...
D. Come fa a saperlo, lei?
R. Io? Ma non li ho visti, po'? Erano quaggiù sulla piazza grande davanti al Municipio. Ce n'erano una ventina di questi prigionieri, con le mani giunte, inginocchiati giù in terra. E noi ragazzi li si vedeva ... guarda, poverini. E passavano gli arditi, così, per farsi vedere dalla gente ... e giù uno schiaffo sulla faccia, come fosse niente, come fossero delle bestie. Capisce? Erano gli italiani , quelle porcherie là. Quelli erano capaci di farle tutte! Mascalzoni erano, uno con la testa a posto [non fa queste cose], pensa per lui, o anche per gli altri può pensare, ma in bene, non in male. E invece gli davano gnòche. [...]
Aerei. Durante la guerra dapprima venivano i caccia italiani, due-tre. Guardavano se c'erano le contraeree e se le vedevano, li ammazzavano dentro alla trincea («i li cópa entro sul búss»). Vanno giù e li ammazzano, e noi li vedevamo da qua mentre facevano queste manovre. Dopo i caccia, venivano gli aerei grossi, con le bombe. Quelli non possono mica star su, alti, per vedere dove c'è l'obiettivo. Così prima passavano i caccia a torghe a pèl [a fargli la pelle] alle contraeree e dopo venivano loro.
D. Ma non c'erano anche aerei austriaci, a contrastare quelli italiani?
R. Erano messi malamente, non avevano neppure aerei. Non avevano niente. Avevano poco, poco. L'Austria a quel tempo era messa malamente. Io a quel tempo non potevo sapere come fossero [in realtà], ma erano messi malamente.
D. Cantavano anche i tedeschi qualche canzone?
R. Macché, non cantavano. Gli veniva poca voglia di cantare, poréti. Stavano qua forse due-tre ore e poi fòra sol Grapa, su per il Grappa, e là era la morte. 
Mi ricordo che i comandanti tedeschi avevano cambiato il nome del Grappa e gli avevano messo il nome di Monte Fiore.
Fiore, fior, non è più il Grappa ... perché i soldati avevano iniziato a prendere paura; così andavano fuori tranquilli, sta povera gente...
La paura fa tante robe. Io non ho mai avuto paura, in vita mia, con tutto quel che ho passato. Ma sono sempre stato fortunato. Prima fortuna: la salute.
Nell'ultima guerra qua, avevano detto qua, i superiori [tedeschi] che se fosse stato ammazzato uno dei loro soldati loro ne avrebbero ammazzati dieci dei nostri. Invece, «di quei partigiani, di quei lazzaroni là, non hanno ammazzato un maresciallo dei carabinieri tedesco che stava andando a Frassenè, a cercarsi due tre uova per mangiare. Non sono andati ad ammazzarlo, quavvia, al ponte di Frassenè. Lo hanno ammazzato!». Allora, quando lo hanno ammazzato - però io ero militare a quel tempo, non posso dire - però lo so lo stesso.
C'era un guardiaboschi, un buon ragazzo che non faceva del male a nessuno. Stava giocando a carte in una bettola, sono andati là, quei lazzaroni, e l'hanno ammazzato. Poi c'erano tre inglesi su una baracca, che vivevano di carità, con qualche donna che portava loro delle patate e dei fagioli - come facevano durante la prima guerra mondiale con quelli che erano rimasti di qua delle linee - e questo qua, il guardiaboschi, per fare il suo dovere, ha mandato su i carabinieri tedeschi i quali li hanno presi subito e li hanno portati giù. Ed è per questo che quei lazzaroni là, che passano per patrioti, lo hanno ammazzato. [...]

La più bella cosa che io dico alla gente è: «Non state far del male a nessuno e vedrete che acquisterete molto del bene».
Mi sono sposato a 27 anni, quando avevo già fatto il militare "da permanente" a Conegliano, nel 56° Fanteria. Sono arrivato a 27 anni senza sapere cosa volesse dire una donna; mi sono sposato e non sapevo niente. Ho trovato una ... "na bèa tosàta, ciò" che mi voleva bene, e io anche, e siamo stati assieme finché lei è morta, quando aveva 84 anni. E prima di sposarmi io non sapevo niente; e dopo sposato sono stato dappertutto, in Svizzera. Dappertutto, ma non ho mai toccato nessun'altra donna. E così insegno io alla gente, perché uno che si procura femmine è la rovina di tante famiglie...

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Tentativo di intervistare una donna di 101 anni nella casa di riposo di Seren del Grappa. Per l'ennesima volta non riesce.
Difficilmente le persone di quell'età riescono a ricordare con lucidità. O meglio le rare volte che mi è capitato di intervistarne ho avuto sempre questo esito deludente (tranne con Antonio Faccin) ... anche se la gente del posto diceva prima che, «no, no... il/la tal dei tali è ancora lucidissimo, ricorda tutto... ».

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