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lunedì 15 maggio 2017

Giovanni Brescancin (Nani Brescacin)

Nato nel 1906 a Ponte della Priula (TV)

Nastro 1994/27 - Lato B                 17 agosto 1994

Nei primi mesi della guerra vedevamo un prete che andava su e giù per l'argine del Piave, camminando avanti indietro. Lo hanno preso ed era una spia. Dopo tre giorni che l'avevano preso sono arrivati i tedeschi a bombardare il ponte.
Qua c'era la scuola dei bombardieri ed è una storia che non finisce mai. Erano sotto la montagna. C'erano i carretti con le ruote di legno, e la bombarda ha quattro ali, come sa chi l'ha vista. [...]
Per raccontarle la vita che ho fatto in tempo di guerra ci vorrebbero otto giorni, e c'è anche il prete del paese che deve venire a casa mia e vorrebbe farne un diario.
Le dico solo che nel 1917 i tedeschi mi hanno portato a Vittorio Veneto. Da Vittorio ci hanno portato a Gemona, ma Gemona è un paese come Conegliano, e fuori di Gemona c'è Ospedaletto per andar su in Carnia. Da mangiare non se ne aveva e da bere neppure ... e là siamo stati un anno. Ho più mangiato erba io che tre lepri messe assieme; e non solo io, ma tutta la nostra famiglia.
E da Ospedaletto dove ci trovavamo, di qua del Tagliamento dove c'è la montagna alta, c'era "un vigneto di ciliegie", protetto da un muro alto così, sulla cima della quale c'era un metro di rete. Io e mio povero fratello Angelino (Angeìn) ci siamo arrampicati sulla rete, perché le ciliegie stavano per diventare mature, per prendersele ... con la speranza che i padroni delle ciliegie ci trovassero e ci ammazzassero.
Sul forte di Osoppo, di fronte a Gemona, c'erano i tedeschi, e c'era una bella spianata di terra che penso ci sia anche adesso. Io e mio povero fratello, in primavera ... i tedeschi avevano piantato le patate e noi dove si vedeva che i tedeschi avevano messo giù le patate si andava là e le si tirava via con le mani. Se le prendeva e le si mangiava direttamente. I soldati tedeschi ci tiravano fucilate, ma se noi eravamo qua, loro ci tiravano qua, o qua, o qua ... tutt'attorno, senza prenderci, per farci andar via, non per ammazzarci.
A Ospedaletto si era profughi in tre famiglie su tre stanze. Una da Quero, noi e nostro zio Piero Brescancin. E  el pòro Toni Brescancin è nato sotto i tedeschi a Gemona.
Nell'inverno che abbiamo passato fra il '17 e il '18 si andava su per Villa Santina, l'ultima stazione in cui arriva il treno. Si partiva il lunedì e si andava su "in elemosina". Si andava mia madre davanti, io a metà e mio povero fratello Angeìn di dietro. La neve era ghiacciata e ci tagliava i piedi perché scarpe non ne avevamo. Mia mamma ci chiamava e noi le si andava dietro come si poteva, e dai piedi veniva fuori sangue.
Se, su di là, durante il giorno si trovavano questi benedetti friulani che ci davano una patata la si mangiava, altrimenti Dio abbia misericordia...
I furlani ci facevano elemosina di farina e mettevano dentro la mano dove avevano la farina. Ti davano quel poco che ci stava dentro al pugno, ma quanta ce ne stava? Alla sera, se si trovava una buona famiglia, ti prendevano a dormire in casa, altrimenti si andava dentro a queste capanne in cui tenevano le bestie e là si trovava un po' di strame e ci si appoggiava tutti e tre in un angolo, io, mia povera madre e mio fratello e là si stava là tutta la notte. Alla mattina successiva si partiva nuovamente per andare in elemosina; questo era su per la Carnia.
D. È morto qualcuno di fame che conoscevate voi?
R. Mio nonno di sicuro, si chiamava Bastian.
Siamo stati un anno senza vedere la farina per fare la polenta.
Noi, una settimana andavamo su per la Carnia e una settimana si veniva giù per il Friuli, San Daniele del Friuli, Pavia, Perocoto.
L'adunata, perché si partiva in sei-sette per andare in elemosina, era alla sera quando andava giù il sole. Ci si radunava al campanile e dal campanile si andava in qualche famiglia che si conosceva e ci prendevano a dormire nella stalla. Pieni di pidocchi che lo sa solo il Signore quanti pidocchi avevamo. Si partiva al lunedì e - in primavera e in questa stagione qua - si andava giù mangiando cavi delle viti [tralci] che si trovavano per la strada o trifoglio per terra, o erba béch, che era un'erba che cresceva lungo un canale oppure nei campi. 
Se si aveva la fortuna di vedere dove i friulani avevano piantato le patate, in questa stagione qua, [...] noi si andava a prendergliele. E se ci avessero trovati, beh, non ci sarebbe dispiaciuto che ci avessero ammazzato. Se c'era un campo di pannocchie si prendeva la pannocchia, la si scartocciava, si prendevano i granelli e li si mangiava così. Questa è la vita che ho passato.
Quando siamo ritornati in paese non eravamo capaci, io e mio fratello, di rimetterci in forze. E lei avrà sentito nominare che c'era il prof. Tramontini a San Polo. Mia mamma ci ha portato, sempre a piedi, dal professore, e il professore dopo averci visitato ha detto a mia mamma: «Signora, i suoi figlioli sono sani perfetti; se sono magri - perché si vedeva l'acqua scendere giù per il gozzo - sarebbe bene solamente se riusciste a trovare qualche pezzo di pane e qualche bicchiere di vino nero. Dargli da mangiare pane e vino, che si rimettano e facciano sangue.»
Sempre quando sono ritornato, lungo l'argine del Piave c'erano le trincee in cui c'erano stati i tedeschi... 
Quando siamo tornati da Gemona, siamo tornati a piedi, tanto non avevamo roba da portarci dietro. Perché non si aveva niente se non quei pochi stracci che si aveva addosso. Siamo venuti qua e siamo andati lungo l'argine ... e là c'era il più bel fiòl che ho visto. Morto. Un bel biondino, un bel fiòl, e con il freddo che c'era (siamo tornati indietro nel mese di dicembre) era ancora là mezzo ghiacciato.
A casa nostra c'era stato il comando tedesco. Avevano tirato via tutti i travi della casa e avevano fatto un bunker sotto la casa, perché le granate degli italiani passavano sopra la casa. I muri sono rimasti sani e salvi. Abitavo in Strada vecchia, attuale via Pascoli. Era una strada larga due metri [a cinquecento metri dall'incrocio di Ponte della Priula].
Il paese di Ponte della Priula ... mi ricordo che prima di partire c'erano sei case, compresa la stazione.
«C'erano tante di quelle bombe e di quelle granate che solo Dio lo sa. Qua c'era tutta una buca.» [Interviene un altro avventore del bar in cui viene registrata l'intervista]
C'era un campo, e lo chiamavano "Campo delle munizioni". Sono andati a raccogliere tutte queste bombe con le trattrici. Gli italiani con i prigionieri tedeschi. Attaccavano tre rimorchi e andavano in giro a raccogliere queste bombe, là nella nostra terra. Non lo ricordo più di preciso, ma in diversi buchi di granate, ci stavano dentro - non voglio dire un'esagerazione - ma venti-trenta quintali di bombe da 149 che erano alte così ... o altri proiettili.
Una volta le trattrici erano cingolate e i rimorchi avevano le ruote di ferro. Là fuori di casa nostra, fra i prigionieri tedeschi [austriaci] uno ha cercato di saltar giù... - una volta si aveva tanta fiducia sul Signore - saltar giù dal rimorchio ed è scivolato sotto le ruote. Io sono andato là, mi son fatto il segno della croce e mi sono inginocchiato a pregare, perché dicevano i nostri vecchi che uno quando sta per morire così, è bene raccomandargli l'anima. Il soldato è morto. Gli era passato sopra il rimorchio carico di bombe.
Qua c'era il "Campo delle munizioni", e chissà quante migliaia di quintali di bombe che c'erano. Poi le bombe le portavano via.
[Interviene un altro avventore del bar: con le scavatrici anche al giorno d'oggi, nel Piave si trovano delle bombe].
Tanti nel paese si sono fatti male e sono morti, sono rimasti uccisi con le bombe.
Come chiesa giù al Ponte c'era una baracca e veniva il prete da Campolongo. Lo portavano qua con il cavallo, e intanto che si vestiva diceva messa e dopo, quando era a metà messa, veniva il treno da Montebelluna. Quando il treno passava di là i macchinisti davano una suonata e ... avesse finito la messa o fosse a metà messa, il prete si faceva il segno della croce, si tirava giù i vestiti e andava a prendere il treno per tornare a Conegliano. Quella era la chiesa.
Scuole non ce n'erano. Lungo la strada vecchia, c'era invece il Lazzaretto, dove venivano i soldati italiani con tifo e brutte malattie. E là c'era un frate che gli faceva da mangiare e li curava. La casa c'è ancora.
Alla prima domenica di ottobre andavo a messa in questa baracca, venivo su per la strada io e mio fratello, sempre a piedi ... e sentiamo un'esplosione, un colpo grande, da Tòjo. Nel cortile c'era un fighèr, e suo zio di Tojo, Chéchi, lui e mio povero compare, stavano segando un 149, perché la polvere che c'era dentro la vendevano a quelli che cavavano crode. A questo 149 è partita la spoletta, è scoppiato, ha preso sto pòro Chéchi in pieno, gli ha tirato via tutta la pancia e la testa. Le budella sono andate fuori.
Subito finita la guerra venivano i prigionieri tedeschi [austro-ungarici] e le granate che erano fuori uso le buttavano sotto nel fondo di una buca e poi ci buttavano sopra terra e chiudevano il tutto.
Quando sono ritornato da profugo, quanti soldati tedeschi, quanti soldati italiani - in gran parte arditi, che erano quelli che venivano mandati avanti quando c'era da fare un'avanzata - e di questi arditi quanti ne ho visto appesi sui reticolati!
Io sono ritornato un po' prima della fine dell'anno, e c'erano ancora questi soldati appesi ai reticolati. [E sono rimasti là] finché sono venuti a tirarli via. E chi c'era che passava a tirarli via prima? ... Quello che non ho visto non glielo dico...
E quando i tedeschi volevano passare, qua, su quel de Fadalti [sul terreno di Fadalti], ha mai sentito nominare che hanno seppellito non so quante migliaia di tedeschi e poi i pantegani sono andati giù a mangiarli? 

Intervengono altri avventori.
«Chi ha inventato la Canzone del Piave? Un napoetàn a Saét!» (un napoletano, a Saletto di Piave!).
E un altro: «Mio suocero fu uno dei primi aviatori, si chiamava Menegon Luigi, ancora prima di Baracca, nel 1916. A Colfosco, nel monumento, c'è una raccolta di fotografie che lo ricordano.

Quando siamo partiti da qua - riprende a parlare Brescancin - per prima cosa siamo andati profughi a Barbisano. Siamo partiti alla mattina alle sette, con una mussa che faceva tre passi ... e sono arrivato a Barbisano alla sera che era scuro. Sul carretto avevo una luja [scrofa] e 11 maialini. La scrofa legata dietro al carro e i maialini sul carro in un mastello. Lungo la strada la scrofa sighéa [piangeva, urlava] perché voleva dare da mangiare ai suoi figli e i maialini gridavano perché avevano fame. Poi finalmente [siamo arrivati] a Barbisano.
Si aveva una vacca - che dopo i tedeschi ce l'hanno ammazzata - e si va fuori con questa vacca io e me pòro fradèl Angein. Gli italiani stando sul Montello ci vedono a pascolo con questa vacca e ci tirano uno sdrapnel e qua sul polpaccio sono stato preso da una pallina di sdrapnel. Fino a poco tempo fa si sentiva ancora il buco.

A raccontare dall'inizio tutto quello che mi è successo ci vorrebbero otto giorni. 

Da Barbisano sono venuti i tedeschi con i cavalli e i loro carretti che avevano e ci hanno portato a Vittorio Veneto, dove ci hanno scaricato e poi caricato su un treno e ci hanno portato a Gemona. Da Gemona, ancora con i cavalli, ci hanno portato fino ad Ospedaletto.
A Vittorio Veneto siamo rimasti per alcuni giorni.
La scrofa e i maialini a Barbisano, i tedeschi poi ce l'hanno presa, senza darci nessuna carta, né soldi né niente.
Sui danni di guerra non le so dire, perché allora io ero giovane. Qualcosa comunque ci hanno dato.

Intervengono altri avventori. A Santi Angeli del Montello - dove c'è l'osteria - c'è un ex negoziante del luogo, ora trasferito a Montebelluna, certo Trevisiol, che ha visto gli arditi partire al contrattacco chiedendo «dove sono i tedeschi?» Erano arrivati "pieni", carichi di cognac, perché andavano all'arma bianca, e non facevano prigionieri.

Brescancin mi dice che conosce molto bene Cochi Basei di Santa Lucia [altro intervistato] «perché un tempo facevo il commerciante di maiali, e lui era un mio fornitore.» [...]

Nastro 1994/36 - Lato A

Aggiunte e precisazioni, 26 settembre 1994

Mia mamma si chiamava Angela Baso e mio papà Brescancin Bortolo. Hanno avuto sei figli. Io mi sono sposato con Pompeo Virginia nel 1928 e ho avuto cinque figli.
Ho sempre lavorato la terra e in più ho fatto un po' il commerciante di maiali.
C'era uno vestito da prete che andava su e giù per l'argine e poi sono venuti i tedeschi a bombardare il ponte; hanno fatto cadere le bombe che però hanno fatto poco danno al ponte e i "bombardieri" - a Ponte della Priula c'era la "Scuola Bombardieri" - gli hanno tirato con il fucile. A un apparecchio hanno rotto il serbatoio di benzina tanto che è stato costretto ad atterrare qua nella proprietà dei Collalto, e il pilota si è salvato. Questo episodio è avvenuto ancora all'inizio della guerra.
Da profugo si mangiava l'erba che si trovava: bruscandoli [germogli di luppolo],  cavi delle viti, erba che cresceva da terra, radicèe [tarassaco]. Per dirle, si partiva da Gemona e si andava su per la Carnia, Villa Santina, Tolmezzo su di là "in elemosina". Mia mamma davanti, io in mezzo e mio fratello dietro. Scalzi, con la neve per terra, ghiacciata e i piedi si screpolavano [i se crepéa] tutti. Dai piedi veniva fuori sangue [...] e se alla sera si trovava buona gente ci prendevano a dormire in qualche banda [parte], altrimenti ci si riuniva in un angolo di queste casere e là si dormiva tutti tre. 
Si parla della Carnia.
Se parliamo invece di Pavia, Perocoto, San Daniele del Friuli, quando si veniva giù per di qua ... al lunedì sempre e si tornava indietro al sabato. A San Daniele del Friuli c'era il posto di blocco e [...] quando si tornava a casa al sabato di sera, se si trovava buona gente si riusciva a passare, altrimenti ci prendevano la farina e tutto. «L'era fame anca par lori».
È arrivata la stagione dell'orzo e i tedeschi lo hanno tagliato e facevano il pane, ma siccome c'erano dentro dei pezzi di paglia e di spiga non si riusciva a mandarlo giù, bisognava ciucciarlo in bocca e poi sputarlo fuori. 
Un'altra cosa che ho sempre in mente. A Gemona attaccavano tre [prigionieri] russi sotto ai carretti, che avevano le stanghe e ci mettevano un bacchetto davanti (tipo giogo). Un prigioniero in mezzo alle stanghe e uno parte per parte; così portavano quello che c'era da portare dalla stazione alle varie parti. Una volta un russo ha detto a una ragazza che avrà avuto 18-20 anni, in questo paese di Ospedaletto: «polenta, polenta». Questa povera ragazza ha preso un pezzetto di polenta, l'ha portato fuori e sua madre ha preso un bastone e ha dato una botta sulla testa alla figlia e l'ha accoppata. [?] L'ho vista per terra, morta. Il soldato era un ragazzo, e a lei ha fatto pecà [pena]. Sua madre le ha dato una bastonata e l'ha ammazzata. Verità.
[Mio fratello] Toni, del 1918, è nato a Gemona, ed è morto 10 anni fa.
Eravamo profughi a Barbisano e gli italiani stavano sul Bosc del Montel. Io e me poro fradel si andava "a pasto" con due vacche. Gli italiani ci tirano quelle pallottole di piombo e una pallina si è piantata qua dentro nel polpaccio.
I tedeschi da Barbisano ci hanno portato a Vittorio Veneto e da Vittorio a Gemona. A Gemona eravamo insieme a mia zia Marietta Teresi originaria di Colle Umberto, moglie di Piero, che dopo Caporetto aveva dovuto andare di là del Piave con gli italiani [bando Cadorna] lasciando di qua la moglie "in stati" [incinta].
08:38 [Ritirata di Caporetto] Ricordo che noi boce si andava giù al ponte [della Priula] a vedere questa gente che passava il ponte e andava di là. Passavano sul ponte i carri [affiancati] per tre, e un soldato - c'era la Piave alta - ha fatto un salto giù dal ponte, perché di là c'era un posto di blocco. I soldati venivano fermati e radunati. Questo soldato l'ho visto che è saltato giù dal ponte, è andato dentro nell'acqua, e l'acqua era torbida e non l'ho più visto. (AUDIO brano selezionato)
Noi bambini andavamo a vedere là sul ponte. Mia mamma aveva male a un piede e noi una volta si era così ... lasciati a noi stessi [...]. Abitavamo anche allora vicino all'argine, qua in via Pascoli.
Sul ponte si vedeva questa gente che andava avanti a stentón, a strappi.
Di ritorno da profugo ho trovato davanti alla mia casa le trincee sotto l'argine, e c'erano queste stanze, questi rifugi. 
C'era ancora un soldato, un bel figliolo biondo, che aveva del sangue sul naso, là per terra morto.
Quando noi siamo tornati sarà stato nel mese di dicembre, verso le feste di Natale [del 1918]. I prigionieri tedeschi erano qua e lavoravano a raccogliere le bombe e a chiudere le buche delle granate. Il paese era distrutto. La nostra casa era priva di travi e sotto c'era il comando dei tedeschi.
Esplosione da Tojo [recuperante]
Tojo era uno che assieme a un mio zio (fratello di mia mamma), a mio compare Cice Menegon (chiamato Cice Can) e ad altri, andava a raccogliere i 149 e con la mazza faceva saltare la spoletta. L'esplosivo che c'era dentro (una polvere gialla) lo vendeva a chi andava a cavar crode, qua dalle nostre parti, sulle rive.
Sul ponte i preti avevano tirato su una baracca-chiesa. C'era un prete basso e moro che veniva a dire la messa da San Vendemiano col treno che da Conegliano andava a Montebelluna. Quando era ora di tornare indietro i macchinisti suonavano e sia che avesse finito sia che stesse ancora celebrando la messa lui lasciava là tutto e partiva. E noi, dopo questa poca messa che si riusciva a prendere, venendo su dalla strada abbiamo sentito un gran colpo. Siamo corsi là dov'era avvenuta l'esplosione e abbiamo trovato mio compare Cice e lo zio di Tojo Videsch (soprannominato da Cariot) [...] questo proiettile lo aveva preso dal basso e gli aveva aperto tutta la pancia fino alla testa, ed era là per terra buttato giù.
Nella raccolta delle bombe, erano impiegati i prigionieri austriaci, che buttavano le granate dentro queste grandi buche e poi le coprivano con terra e le lasciavano là.
Questi prigionieri andavano su per le campagne, per di qua e per di là con le trattrici e due o tre rimorchi attaccati dietro, a raccogliere bombe e granate. Passavano per la strada e facevano tam tam tam tam. Molto piano, 1 km all'ora ... e un prigioniero tedesco era seduto su questo rimorchio. Ha fatto per saltare giù ed è scivolato sotto le ruote, che erano di ferro. Quello della trattrice si è fermato e io sono andato là vicino. Una volta si era molto più religiosi di adesso, "se credea tant nel Signor", e io vestito come adesso, descòls [scalzo], sono andato là dov'era questo povero soldato sotto le ruote del trattore e mi son messo a recitare una requiem eterna, perché dicevano che quando uno stava per morire era bene presentargli l'anima al Signore. Credo di aver fatto un'opera di bene ... e i cinque soldati tedeschi a vedermi non si sono neppure mossi.
Quando c'è stata la battaglia del Piave [giugno 1918] i tedeschi sono passati di là del Piave sulla terra di Fadalti, dove il Piave è vicino all'argine. Mi ricordo che dopo tornati andavamo vedere quel posto. Avevano seppellito in grandi buche queste migliaia di soldati e si vedevano i pantegani scorrazzare: avevano fatto dei buchi e andavano giù a mangiare.
Quando siamo partiti per Barbisano abbiamo utilizzato una mussa che sarà stata più vecchia di quanto non lo sia io adesso. Faceva «tre passi su na piera cota», cioè andava pianissimo.
Mia mamma era ammalata a un piede ed era seduta in stalla. Avevamo una mussa e si aveva una scrofa che aveva undici maialini. [Un giorno] mia mamma ha detto ai miei fratellini più vecchi che aveva trovato di andar profughi a Barbisano, e ci ha portato da questa famiglia che si chiamava Balliana ... e c'era una ragazza che si chiamava Palmira, ricordo. Là siamo rimasti circa un mese, poi i tedeschi ci hanno portato via.
La mamma ci ha detto di andar via con la mussa, e con un mastel da lissia [lisciva, bucato], con dentro gli undici maialini. Io sono partito alla mattina e sono arrivato su a Barbisan alla sera, e saranno dieci chilometri. I maialini nel mastello gridavano [i crièa] perché volevano mangiare e sua madre [a lùja] - legata dietro al carretto - gridava perché voleva dare da mangiare ai maialini e io che "paravo via" questa mussa. Ma che non camminava! Che non andava avanti, perché era vecchia.
[Nel 1918] quando siamo venuti giù da Gemona, si andava nella Piave e c'erano gli arditi italiani. Vestiti di nero, erano appesi sui reticolati, morti, ancora là. Sono andati a tirali via dopo molto tempo.
Nel 1945 hanno bombardato il ponte della Priula. Qua in casa c'era la cucina economica, avevamo due figli uno di otto anni e un altro di sei sette [...] e sopra la tavola si è formato un centimetro di polvere.

Eravamo in sei fratelli, e i più vecchi comandavano. Una festa [una domenica] chiedo a mia madre cosa ci fosse da mangiare e lei mi ha detto: fagioli. Allora io prendi e vado giù in una buca del Piave, con il badile, il crivello e una secchia. Ho chiuso e buttato fuori l'acqua per prendere una branca di pesce per mangiare (perché c'erano solo fagioli) e quando ho quasi finito di buttar fuori l'acqua arriva uno della mia età sui 12-13 anni. Io ero vestito male, con un paio di scarpe da soldato, e lui era vestito peggio di me. Gli chiedo chi fosse e lui non mi dice niente e non risponde. Mi ha fatto pecà, l'ho portato a casa con me e abbiamo mangiato il pesce con la polenta. 
Il ragazzo è rimasto con noi dalle feste di Natale fino al mese di giugno finché una volta mia mamma mi ha mandato a fare la spesa a Susegana. Io sono andato di sopra a prendere cento lire e lui - passando per andare a portare la foglia ai bachi da seta - ha visto dove io avevo preso i soldi. Alla sera, dopo essere venuto a letto con me e mio fratello, si è alzato ed è andato a prendere mille lire che erano nascoste sotto il cuscino di mia madre. Alla mattina dopo è scappato. 
Io ho avvertito mio fratello D. di questo furto - dopo che mia madre aveva detto a D. di andare a prendere le mille lire che c'erano sotto il cuscino per andare a Montebelluna a comprare una vacca al mercato, e D. non aveva trovato i soldi. Mio fratello è andato dai carabinieri a denunciarlo ... e infatti il ragazzo dopo due giorni, a Paese, è andato a prendere delle sigarette con le mille lire, e il tabacchino ha chiamato i carabinieri che hanno arrestato il ragazzo. Così siamo ritornati in possesso dei mìe franchi.

Nastro 1994/36 - Lato B              
    
Mio fratello mi ha minacciato, in seguito a questo furto, che le mille lire se le sarebbe trattenute nell'eredità. Ma cosa ne potevo io? 
Nel 1929 quando è passato il ciclone, e ci ha buttato giù la casa, tutti quanti gli abitanti qua attorno sono venuti ad aiutarci a rifarla su. Però il materiale abbiamo dovuto pagarlo e per prendere i soldi per pagare 'sti debiti sono andato operaio in Francia, e là mi hanno detto che ero fascista.
Ero a fare una diga ... [il racconto prosegue su un'altra pagina]

sabato 15 maggio 2010

Aurelia Bozzat, Cordovado (PN)

Nata nel 1907, sposata Infanti, abitante a Gruaro (VE)

Nastro 1998/7 - Lato A                   19 marzo 1998
All'intervista è presente l'informatore Rodolfo Bacchet

All'epoca della ritirata dei tedeschi [...] gli ho fatto la foglia. Non deve essere andato a casa quello. Gli ho dato una tànghera!
Io ho visto la ritirata degli italiani, l'anno prima.
Ho detto "Berto, Berto"  - Papais, mio amico vicino di casa, della mia stessa età - [...] «Berto, Berto [...] corri, corri, andiamo io e te, facciamo la via dei Cigolòt», che è la strada provinciale che va a Porto [gruaro], da Cordovado.
È stato così che siamo andati, noi due bambini. Vediamo passare la fanteria. C'erano di quelli che piangevano e di quelli che cantavano, ma fiàpi [senza forza]. Cantavano "Il Piave mormorò", o forse "Di qua e di là del Piave". Dovevano andare di là del Piave e cantavano quella roba là, ma non tutti.
Dopo, io ero ragazzina, e anche Berto lo era ... e non abbiamo visto i bersaglieri con due ruote in bicicletta! E io «Berto, Berto, i casca», perché era la prima volta che vedevo una bicicletta, una bicicletta verde, non alta. Il bersagliere tutto in grigio, bicicletta grigia e poi aveva il cappello. Tutta una piuma e cantava la sua canzone dei bersaglieri ... e poi ho detto al mio amico Berto che si sentiva cantare lavvìa dove sono le scuole, nella piazza di Cordovado. Cantano ancora, dicevo, ma devono essere di un'altra squadra, non la fanteria, perché quelli cantavano più piano. Così aspettiamo, aspettiamo e infatti ... non vediamo gli alpini! Uno, che deve essere stato il capo, una bella piuma bianca, ma a piedi, a piedi come disertori. Piuma bianca e dopo vediamo che cantavano ... con la piuma nera.
Ho detto al mio amico: «Guarda, Berto, quando sono passati questi qui, andiamo a casa». Dalle 8 fino alle 11 di mattina, due ragazzini, da soli, perché c'era il coprifuoco e non c'era anima viva, siamo andati ... ma nessuno ci ha mandati via, perché nessuno veniva fuori, e così siamo tornati a casa. Perché dopo che sono passati gli alpini non c'era più niente, ci sarà stata un'altra squadra più indietro, non lo so.
Siamo andati a casa e sono andata a dire a mia madre: «Mamma, sono andata a vedere che c'è la ritirata degli italiani, ma non ho ancora visto mio papà, sai ... né io né Berto. Non c'è il papà!»
«No, tuo papà è su a Pertegada, a Latisana», ha detto la mamma.
Poi siamo andati a casa di questo Berto, e [...] ho detto a sua mamma: 
«Ma il papà non l'ho visto!» 
«No - mi ha risposto - lui è a Pertegada» 
«E dov'è questa Pertegada?» 
«E' dalle parti di Latisana ... fa un'altra strada tuo papà».
Allora vado via, torno a casa, e alla mattina ci troviamo invasi, perché gli italiani avevano fatto l'armistizio, la ritirata e l'armistizio, coprifuoco con l'armistizio.
Dopo invece ci troviamo invasi con i tedeschi, "fissi" come un fulmine [tantissimi].
Là davanti a me c'era via Ferrarelli, c'è il Duomo e dopo c'è via Ferrarelli. Vado a prendere l'acqua e trovo questo Giovanni Bot che mi dice: «Guarda che c'è coprifuoco anche questa notte, perché arrivano i tedeschi».
Davanti alla casa mia c'era una casa grande, e là hanno fatto cucina; c'era un reggimento di tedeschi.

[...] Sono andata a carità al mulino di Brussolo, a Stalis, il primo mulino in cui sono andata a chiedere l'elemosina ["a carità"]. Io ero una ragazzina e viene fuori un barbone così, barba bianca, il mulinaio. I giovani erano via, un vecchio ... e là trovo un'altra ragazza che aveva un anno più di me che andava anche lei a carità. E el mulinèr ci ha detto: «Guardate ragazze, vi insegno io un posto, andate per questa strada dritta qui, andate da Rumiero a Bagnarola, dove vi riempiono il sacchetto»
Chiedevo un po' di farina per fare degli zuf (in furlano) o pastariei (in veneto). Si tratta di farina diluita nell'acqua (con sale), tenera, tenera, tenera come il brodo e dopo si metteva nel piatto e sopra vi si versava del latte che faceva una pellicina, due cucchiai di latte ciascuno. [...] Gli zuf erano per marenda al mattino.
Una volta, verso le 11 mia mamma fa la polenta per mangiare a mezzogiorno per noi quattro, tre bambine e lei. Quando la polenta è pronta sentiamo battere la porta. Là c'era un vecchio che aveva 90 anni e io credevo che domandasse qualcosa e aprivo sempre la porta, ma mia madre mi ha detto: 
«No, guarda che devono essere i tedeschi, no!»
«Mamma, può essere Luigi» [il vicino di 90 anni]. 
Invece, quando apro, entra questo tedesco che «ciàpa, tira el gabàn, butame la polenta e portala via». El gaban sarebbe la mantellina, il cappotto che aveva questo soldato. Allora io sono andata al comando, che era come andare da qua ai cancelli. Sono andata là: «Io vorrei il capo, el ser, el caporion». 
Esce uno, chi sa chi sarà stato, e gli ho detto: «Guardi che io ho fatto la polenta ... dovevo farla per mezzogiorno e mangiarla noi quattro, siamo tre sorelle e la mamma, dobbiamo mangiare anche noi ... e quello mi ha portato via tutta la polenta. Polenta che avevo trovato io andando a carità». E questo mi fa: «Vedrà che gli costa cara». [...] 

Nastro 1998/7 - Lato B

Quando sono le due, tornano a battere la porta. Mia mamma mi dice: «Non sta aprire, che c'è il tedesco». Ma io [...] torno ad aprire. Io non avevo paura, e gli ho detto: «Qui non abbiamo mica più polenta, perché noi cosa dobbiamo mangiare?» 
Che vergogna, un tedesco morto da fame! Lazzarone! ... Non guarda sotto la tavola? ... Scosta una sedia (tira na carèga) e ci porta via el porsèl, un porcellino di circa 40 kg che avevamo sotto la tavola.
E mi ciàpa su e via al sìr [e io, prendo su e vado al comando]. Là ci sono sempre dei soldati, ma io dico: «Voglio el sir», e si presenta lo stesso della mattina [...]
«Perché qua siete tutti ladri, voi tedeschi!», gli dico. 
«No, io sono il sir» 
«Ma guardi che quello che stamattina mi ha portato via la polenta adesso mi ha portato via il maiale» ...
Poi io, curiosa, sono andata dietro al casale, e non c'era il mio maiale? Messo allo spiedo, là, bello. 
Ho chiamato il capo: 
«Sir, venga qua» 
«È il mio maiale, quello» 
«Ah, ha fatto anche questo» 
«Eh, voi siete d'accordo, vigliacchi! Siete una razza morta da fame!»
Non basta. Alla mattina del giorno dopo, verso le nove mi tornano a battere, e io non apro; via di corsa in camera. Il tedesco entra e con la sciabola faceva tic e toc sul pagliericcio. Su un angolo ha sentito duro e allora sbrèga, sbrèga con la sciabola ed è venuta fuori la macchina da cucire... 
[Era sempre lo stesso soldato, quello della polenta, che evidentemente si aproffittava della presenza di una donna, sola con tre bambine; quindi probabilmente non aveva la sciabola, ma la baionetta. Difficile che fosse un ufficiale ... ma forse era un cavalleggero. Vedi più avanti]
Allora io torno ancora da questo sir.
«Guardi che quello là mi ha portato via la macchina da cucire e un lenzuolo. Quello là deve fare la dote alla sua fidanzata, ma non ritorna mica in Germania - gli ho detto - con la calma io lo trovo».
«Che nome hai?» 
«Aurelia»
«Orè (non era capace di pronunciare Aurelia) avresti coraggio di ammazzarlo?» .
Mi ha visto piccolina ... ma avevo una lingua! [...]

Così passa un anno. E un giorno Giovanni Bot [un vecchio di Cordovado, orbo, che trasportava ghiaia col cavallo e per quello evidentemente sapeva sempre tutto... ] mi avvisa che la notte ci sarà il coprifuoco perché inizia la ritirata dei tedeschi. Infatti, mi dice Giovanni: 
«Aurelia, domani vanno via e stanotte c'è il coprifuoco. Non andar fuori di casa altrimenti ti portano via.»
«Portano via dove?, gli ho detto, devo ammazzarne uno, io. Deve passare per le mie mani.»
Quando sono le otto vado a vedere fino alla stalla grande dei Segalotto, sulla strada che porta a San Vito [al Tagliamento]. L'anno prima erano gli Italiani che andavano verso Porto(gruaro) e adesso erano i tedeschi che se ne andavano verso San Vito in ritirata.
In fondo alla strada c'era la stalla della famiglia Segalotto. Là era ferma la cavalleria, con tantissimi cavalli ["fissi così"]. Io sono andata in questa stalla, ho passato uno a uno i soldati [prigionieri austriaci] e dentro di me dicevo: «Qua deve saltar fuori», ma lui non c'era.
Finalmente lo vedo venir fuori dalla stalla. Eh, adesso ti ho trovato, gli ho gridato ... e quando ho gridato così lui è venuto avanti mogio mogio e si è messo lungo il muro.
Mi avvicino e vedo che c'è un fucile con una baionetta in canna appoggiato al muro. Piano piano, perché ero lontana cinque sei metri, mi sono avvicinata, ho preso il fucile dalla parte della canna e della baionetta e quando gli sono stata vicino gli ho dato una tànghera con il calcio del fucile sulla testa, così forte che l'orecchia si è staccata quasi del tutto rimanendo appesa solo con la pelle. Con il calcio del fucile, perché se gli avessi dato con la baionetta gli avrei tagliato mezza testa.
Sangue come quando si ammazza un maiale, e urlare... 
«Eh, non muori, no - gli ho detto - non muori, no». 
L'ho accompagnato un po'... e continuava a venir fuori sangue ... allora i tedeschi hanno fatto una portantina e l'hanno portato via in portantina.
Il fatto è successo quando ormai la guerra era finita. I lancieri italiani accompagnavano verso San Vito i tedeschi prigionieri. 
Ero sicura che era lui, ero sicura, come fosse stato mio fratello. [...]

[Aurelia parla un dialetto strettissimo del luogo - terra di confine tra Veneto e Friuli - che al momento dell'intervista mi pareva di capire molto bene e invece al momento della trascrizione mi accorgo che non è così; una difficoltà incredibile a decifrare quanto dice! 24.XI.1999]

Dopo vado ad aprire i ganci dello zaino e trovo la macchina da cucire. 
Mia mamma mi grida «guarda che ci saranno bombe», «guarda che ti ammazzi».
E io «è la macchina, è la macchina!» le gridavo
Prendi, apri lo zaino, prendi il lenzuolo, la macchina è là. Il lenzuolo di canapa filato da mia mamma [...] e sotto c'era tanta altra roba di biancheria. Ma della macchina non potevo sbagliarmi. Prendi su e porta a casa.
Poi sono tornata nuovamente nella stalla dove prima c'erano i tedeschi e vedo una bella "crovatina" piccola [una cavalla di razza croata], poco più di un bel muss. Io le ho fatto, toccandola sulla coda: «Oh, morettina, morettina, crovatina ... ma che bèla, ma che bèla». Lei si è spostata, prendile la cavezza, sposta un altro cavallo grande che le era vicino «i cavalli erano fissi così» [addossati l'uno all'altro] e portala a casa. Quella sì che gliel'ho presa io, ai tedeschi! E quando sono arrivata a casa ho detto a mia mamma: 
«Mamma, guarda che bella cavalla che ho rubato ai tedeschi!» 
«Ma dai, cosa devi farne alla cavalla? Quando viene a casa tuo padre... »  «Compriamo il carretto e andiamo sul campo con la cavalla. Dai, dai, mamma!»
Poi l'ho messa dentro nel recinto [stavolo] delle galline, dove c'era un punèr [pollaio] grande così e io andavo nel mio campo a prenderle l'erba; andavo dentro, la pulivo, le portavo da bere ... ma buona. «Crovatina, ma guarda che bella che sei!»
Tre giorni è stata là dentro. Poi alla sera sono andata a far erba per dargliela alla mattina dopo come merenda, e non la trovo più. E io a piangere, subito a dirlo a mia mamma: «Mi hanno portato via la mia morettina, la mia morettina!» 
Vado a dirlo anche a una vicina di nome Pasqua, che aveva il marito che non era andato in guerra ed era rimasto a casa imboscato: «Mi hanno portato via la mia morettina, la mia morettina!» 
In quello la cavalla ha fatto Eh-i, Eh-i, da dentro il pollaio di Pasqua. Era stato suo marito, l'imboscato, a portarmela via. E la cavalla che mi aveva sentito piangere aveva risposto. 
Allora io mi sono fatta aprire il pollaio dalla padrona di casa [...] e vi trovo la cavallina: «Morettina, i te ga portà via!» ... e lei, invece di mangiare ... leccarmi, baciarmi; questa cavalla!
La porto a casa mia e dopo due giorni me la rubano ancora, sempre lui, il marito di Pasqua Petrass, l'imboscato Giovanni Duz [...]. Io ero andato a prendermela in mezzo ai tedeschi, e lui veniva a rubarmela in casa.
Sempre quella volta che ho ritrovato il tedesco che mi aveva rubato la macchina da cucire, nel suo zaino c'erano anche delle bombe. Io piano piano ho messo le bombe a mano per terra, per potermi prendere la macchina da cucire. Era di marca Singer [lo dice con decisione e orgoglio!], di quelle a mano. Vi lavorava mia mamma, per le necessità della famiglia.
Il lenzuolo era fatto con la canapa nostra, coltivata in casa e sfibrata con una specie di matterello finché diventava morbida. E lavorare, sempre lavorare...

Mi mostra un bossolo da 75 mm. «Me l'ha dato uno di Villanova di Portogruaro».
Vi è scritto «Infanti ricordo». Porta la data 1917.

Mi ricordo che nella ritirata [di Caporetto], quando sono passati gli italiani per Cordovado, entravano nelle cantine e mollavano il vino dalle botti «perché altrimenti i tedeschi si ubriacavano». A casa nostra no, perché eravamo sotani [braccianti], con un campo di terra appena, per la polenta e i fagioli. Poveri. Eravamo poveri. E in famiglia eravamo tre sorelle, papà e mamma, con la macchina da cucire...
Mia sorella più piccola è morta di spagnola, e non hanno neanche suonato le campane, perché le avevano rubate. Ma di spagnola in paese a Cordovado ne sono morti due - tre per casa.
Il Sir, con cui parlavo e denunciavo il furto, diceva di essere triestino: «io sono triestino». Ma dirglielo o non dirglielo, ero lo stesso, perché tanto portavano via tutto.
Il maialino, quando l'hanno portato via e pesava 40 kg sarà stato in maggio-giugno. Il maialino taceva, era buono. Gli si dava da mangiare a lui e a noi. Era sotto la tavola.
Io gli ho detto al Sir: «Se è un triestino, dovrebbe intimorirli i suoi soldati!». Invece lui faceva uguale.
Il soldato che mi aveva rubato la macchina, quando poi l'ho ritrovato ... mi credéa de copàrlo [la mia intenzione era di ammazzarlo].
Solo io mi sono ribellata, in paese. Nessuno che abbia protestato, avevano tutti paura.
Finita la guerra è tornato mio papà, senza baffi.

***

Interviene il marito di Aurelia, Infanti Giuseppe, pure lui classe 1907 [però cinque mesi più giovane della moglie ... vedi più avanti, non trascritto - dopo il racconto della guerra - le avventure al momento di doversi sposare, perché la moglie non voleva sposare uno più giovane di lei]. 
Mi racconta della sua esperienza nella Seconda guerra mondiale.


Sono stato richiamato nel 1943 e stavo per essere inviato in Sardegna, ma il mio capitano non ha voluto e mi ha mandato a Bari e da là a Foggia. Il 15 di agosto avevamo requisito 200 muli. Scappati tutti in seguito a un bombardamento. Ha dovuto intervenire un reggimento di soldati per ritrovarli e poi con i muli sono andato a Gorizia a portarli agli alpini, e vi arrivo al 5 settembre. A Gorizia parlo col capostazione che mi dice che domattina la tradotta parte per Treviso. Vado a Treviso e da là partiamo per Bressanone, dove restiamo fermi una giornata. Dopo, io potevo venire a casa, invece mi hanno portato a Fortezza. Poi sono tornato indietro, ma all'una del mattino i tedeschi mi hanno fatto prigioniero. Da là a Limburgo, campo di concentramento per otto giorni. Dopo sono andato a Mannheim dove ho fatto 9 mesi, a lavorare ... e là c'erano anche dei prigionieri francesi.
Dopo 9 mesi sono stato a Strasburgo, in Francia, a lavorare in una cartiera. Io avevo una mia parente da Bagnarola che era là in Francia, a 17 km di distanza, e ci ho messo un mucchio di tempo per rintracciarla, tanto che i miei compagni di prigionia ormai dicevano i ga copà el vecio.
Dopo arriva l'armistizio e, vestito da tedesco (non avevo altro), vado dai miei parenti. Arrivano gli americani ... e loro a dirgli che ero un italiano, e gli americani: no! Mi caricano in una gip e sono rimasto quattro ore rinchiuso in un gabinetto. Dopo le quattro ore mi hanno chiamato. È venuto un capitano di origine italiana, da San Donà, e allora mi hanno lasciato libero.
Sono andato alla Croce Rossa a Parigi e da là mi hanno portato a Como, dove sono rimasto 8 giorni. Poi sono venuto a casa.

Abbiamo avuto due figli, uno nel 1932 e uno nel 1938 ... e lavorare come una mussa, dice Aurelia. Due anni ho mandato avanti io la baracca, quando lui era in guerra. Sono venuti qua i partigiani e mi hanno battuto [trebbiato] il frumento. [...] 

Nastro 1998/8 - Lato A

Poco dopo sono arrivati i carabinieri e mi convocano in caserma, accusandomi di aver nascosto il frumento per far mercato nero. [...]

Racconta le sue peripezie in caserma, riguardo a questo frumento. Durante l'ultimo periodo della seconda guerra mondiale - Nastro da trascrivere fino al minuto 6:22 ... poi
D. Volevo chiederle della 1GM - C'erano altre persone che venivano da fuori, dal Piave... a chiedere la carità nei vostri paesi (loro dicevano "Alle Basse")?
R. Non ho visto nessun'anima viva...
7:48 FINE









Maria Cella, Rustigné di Piavon (TV)

Nata nel 1903 - Residente a Nervesa della Battaglia.

Nastro 1994/2 - Lato A                       9 marzo 1994
    
Sono nata il 26 luglio 1903 da Antonio e Zambon Caterina.
Mi ricordo che quando sono arrivati i tedeschi ci hanno detto di mettere fuori dalle finestre le lenzuola per fare un evviva.
Invece quando sono entrati sono andati dentro la cantina, hanno aperto le botti e si sono messi a bere il vino con i cappelli di ferro.
Era stato il prete in chiesa a dirci di mettere fuori le lenzuola per fare un evviva, perché non ci facessero niente.
Invece quando sono venuti dentro i a fàt un demonio. Erano austriaci, tedeschi, ungheresi.
Si sono piazzati in casa e in cucina e noi abbiamo dovuto andar fuori, improvvisare un focolare con un bastone e due tre pietre e farci un po' di minestra fuori nel campo. Ci avevano occupato il granaio e tutto. Noi si dormiva in stalla e loro in casa.
In famiglia eravamo 6 fratelli + altri cinque cugini figli dei miei zii (Cella Costanzo e Marchesin Luigia) che abitavano nella stessa casa. Inoltre c'erano i quattro genitori e il nonno Sante Cella.
I tedeschi si son presi tutte le bestie, le hanno ammazzate, se le sono mangiate e noi abbiamo dovuto partire e andare nel Friuli, a Orzano, un paese tra Udine e Cividale. 
Siamo rimasti a casa con i tedeschi ancora un mese, prima di andare a Orzano.
Per le bestie che si erano prese, i tedeschi non hanno rilasciato niente. Erano padroni loro, però non hanno fatto del male alle persone.
Dopo circa un mese ci hanno caricato su dei carri trainati da cavalli e ci hanno portato a Pordenone su un gran prato. Siamo partiti alla mattina e siamo arrivati verso sera, noi e tutte le famiglie della nostra frazione di Rustignè. Carri guidati da soldati.
In questo prato di Pordenone siamo rimasti fino alla mattina, coprendoci con quel po' di stracci che avevamo. Il guaio era che noi ci eravamo portati dietro un po' di farina e ce l'avevano rubata ... i nostri stessi compagni, non abbiamo mai saputo chi. Eravamo là tranquilli, poi abbiamo guardato e non abbiamo più visto la farina.
Alla mattina successiva ci hanno caricato su dei vagoni da bestiame.
La notte l'avevamo passata all'aperto, ma non pioveva. Non ricordo di preciso dove fosse questo prato.
Nei vagoni eravamo buttati là, seduti su quei pochi stracci che ci eravamo portati con noi.
A Orzano ci hanno sistemato nella canonica del paese e i friulani ci hanno portato da mangiare e la paglia per dormire. A noi ci hanno dato la canonica del prete forse perché eravamo una famiglia numerosa, con tanti figli. Nella canonica però non c'era niente, solo i muri e tanto freddo, tutto vuoto. Il prete era «in Italia» (noaltri se diséa). Pochi erano rimasti nelle famiglie del posto; erano uno due vecchi. Gli altri erano andati in Italia. E poi i friulani a volte ci dicevano che dovevamo andarci anche noi, in Italia.
In principio i friulani ci volevano anche bene, ci hanno portato la paglia per dormire, ci rispettavano. Ma c'erano di quelli invece, come c'è dappertutto... 
Noi avevamo queste due tre camere, abbiamo messo la paglia per terra e sistemati questi pochi stracci che si avevano. Abbiamo dormito là fin quando è finita la guerra. 
Mio nonno Sante, poverino, dormiva al primo piano della canonica, sulla paglia e "l'é mort pien de pedoci e mort da fame". È morto quando sono arrivati gli italiani, subito dopo la fine della guerra. Sono arrivati mio padre e gli zii ... e l'hanno visto.
Mio padre e i suoi fratelli erano rimasti in Italia. Mio padre non era militare, mentre i suoi due fratelli sì. Mio padre è stato militarizzato ed è arrivato a Orzano appena finita la guerra, e ha fatto in tempo di vedere suo padre morire, con i pidocchi e morto di fame.
Eravamo tutti pieni di pidocchi e morti di fame. 
Si andava in giro per i campi a cercare se si trovavano due tre fagioli, delle patate. Si mangiava un minestrone alle quattro e nel resto della giornata niente. Non c'era niente da mangiare, e il sale ci toccava andarlo a prendere lontano. Ce ne davano una croda e noi lo battevamo col martello: era una mia zia che era più esperta di mia madre e se lo andava a prendere, non so se a Udine o dove.
Niente carne, né formaggio ... niente, niente. Botteghe non ce n'erano, non c'era niente di niente in nessun posto. Era tutto consumato, i tedeschi erano rimasti là finché avevano mangiato tutto, e dopo quando avevano mangiato tutto e non ne trovavano altro erano partiti.
La gente del posto in qualche maniera tirava avanti. Avevano la vacca, il latte, avevano la patata, ma anche loro non se la passavano bene. Non c'era niente.
Noi poi si andava anche "a carità". Non io, perché essendo già grandicella andavo per le famiglie a far qualche lavoro, o sul campo a tagliare frumento ... intanto mangiavo, il latte o il formaggio. Andavo a lavorare per il mangiare.
Nessuno passava alle famiglie un sussidio, un aiuto. Niente, non ci hanno dato niente. Abbiamo vissuto sempre così. Si andava a carità, per le famiglie. Qualcosa ci davano; c'erano alcune famiglie che qualcosa ci davano, delle altre invece ci dicevano che dovevamo andare in Italia, profugat.
Degli undici fratelli e cugini tutti hanno preso la spagnola. Solo io non l'ho presa, e andavo a cercare per le famiglie qualche mezzo litro di latte da dare agli ammalati. Per fortuna tutti se la sono cavata. La spagnola era una febbre ... febbre, e stavano a letto, sulla paglia, con qualche goccetto di latte.
Tutti erano in un'unica camera grande, coperti con le coperte che si erano portati via da casa. Da casa ci eravamo portati via anche la calièra per la polenta. C'era il focolare, e per le legne andavamo in cerca di trovarle, un po' di qua un po' di là. Nelle stanze invece niente riscaldamento. [...] Attorno alla canonica c'era un bel muro e quando veniva fuori il sole i miei fratelli e cugini si disponevano tutti lungo la mura per scaldarsi al sole. Poi magari si riusciva a trovare un litro di latte da na banda [da una parte] e mezzo da un'altra. Allora lo si metteva via e si faceva il burro e quello doveva bastarci per tutta la famiglia, pensi lei di quante persone.
Pane non lo abbiamo mai visto. Si andava magari sui mulini a trovare un po' di farina e si mangiava così soprattutto la polenta. Solo la polenta e mio nonno diceva: «Non state girarla troppo, altrimenti fa tutte le croste e non ci resta più polenta, poi».
Quando si andava nei mulini, mi ricordo che andavo io e mio nonno con la carriola. Magari ci davano un pezzo di pinza, ogni tanto, e eravamo contenti e la portavamo a casa. Era fatta con la farina di polenta impastata con della zucca e batarìe. Perché anche loro ... dove andavano a bottega, che non c'era niente? Né da vestire né niente. I negozi erano vuoti. Tutto vuoto. Anche a Udine, tutto vuoto.
A Orzano c'erano dei soldati tedeschi... 
La nostra famiglia era sistemata nella canonica, davanti alla quale c'era una famiglia di contadini in cui erano alloggiati dei soldati e mi ricordo che una volta un soldato mi ha fatto avere una stecca di cioccolata - tramite un'altra persona - e io l'ho rimandata indietro perché avevo paura che poi venisse a trovarmi. Poi mi sono tanto pentita ... era un militare tedesco.
Finita la guerra, io da Orzano andavo a Udine a piedi, da sola, in un negozio a prendermi qualcosa, qualche scampolo per farmi un vestito, qualcosa. Andavo a piedi, questi dieci chilometri da Orzano a Udine, da sola ... quando vedo che mi sorpassa un ragazzo in bicicletta abitante in una casa di Orzano dove io andavo a prendermi il latte. Mi passa davanti ed era un sergente militare che era ritornato in licenza. Mi passa davanti e poi si ferma e abbiamo fatto un bel po' di strada insieme, a piedi. Poi quando io sono tornata a Rustigné ha continuato a scrivermi tanti espressi ed è venuto due volte a trovarmi (el l'é venuo do volte a trovarme). Ma io avevo ormai un altro moroso ... ma non era quello con cui poi mi sono sposata. Avevo tanti morosi. ["A iera bea me mama", interviene la figlia]
Siamo partiti da Rustigné in autunno e siamo tornati dopo aver fatto due inverni (1917-18 e 1918-19) a Orzano. Nella primavera del 1919 siamo tornati a casa, in questa casa di cui erano rimasto solo i muri. Infatti era stata bombardata, essendo a 6-7 km dal Piave. Anche tutte le altre case del paese erano rovinate. Tutto il paese era rovinato.
I soldati nella nostra casa avevano utilizzato la cucina per mettervi i cavalli e c'era il letame alto così. Senza balconi, senza porte.
Mio zio, mio padre e i miei zii hanno portato fuori tutto lo sporco, hanno pulito e siccome la casa non era nostra - eravamo in affitto, proprietario era uno da Piavon di cui non ricordo il nome - i miei hanno messo qualche trave per riuscire in qualche maniera a salire sulle camere. Tutto provvisorio; poi il proprietario della casa ha sistemato la stalla.
La terra era tutto un buco. C'erano resti di bombe ... non ho ricordi di bombe scoppiate in mano a qualcuno.
Un po' alla volta abbiamo pulito tutta la campagna in modo che siamo riusciti a seminare il granoturco nella primavera del '19.
Un po' alla volta è ripresa la vita normale, un po' alla volta il proprietario ha sistemato il granaio e la casa.

Mi sono sposata quando avevo 21 anni e sono rimasta un anno a Rustigné, poi ci siamo trasferiti a Nervesa dove avevamo trovato "una campagna".
Mi sono sposata con Ambrogio Pizzutto che era del posto, da Oderzo. 
A Nervesa siamo arrivati nel 1924. Dapprima su una campagna di 15 campi circa in località Sovilla, una bella campagna, con una bella casa che è ancora là. Poi siamo passati a Bidasio. Sempre come mezzadri, sia a Sovilla che a Bidasio. A Sovilla i padroni hanno venduto la campagna... 
Dopo essere rimasti a Bidasio per 7-8 anni siamo ritornati a Sovilla in un'altra campagna. Eravamo in 5 cognati, e dopo la seconda guerra molti sono emigrati a Milano, nessuno di loro è ancora a Nervesa. Anch'io ho un figlio, sposato, nel Milanese. Ormai la campagna non era sufficiente per tutti.
Mio marito è morto a 32 anni a causa di una ferita procuratagli da un toro (ne avevamo parecchi in stalla). Il toro era scappato, ha corso dietro a mio marito e lo ha sacagnà
Inoltre, subito dopo la guerra, mio marito aveva fatto il militare in Alta Slesia, in Germania, a tegnér bon ordine. E di un battaglione di soldati italiani ne sono rimasti solo trenta fra cui mio marito. Erano soldati di leva, mio marito era del 1901, e ritornato dall'Alta Slesia evidentemente aveva preso qualcosa di malattia. Si era indebolito.
Nel 1929 mi ricordo che ero incinta di Danilo e c'era un gran freddo. Ero "in stato", abitavamo a Sovilla e l'acqua non c'era. Bisognava bere quella del canale oppure si andava in piazza a Sovilla dove c'era una fontana a prendere l'acqua col bigol, e mi ricordo che c'era la neve alta così...

martedì 11 maggio 2010

Intervista a Maria Todoverto Pasquale

Nata il 4 agosto 1899 a San Vito di Valdobbiadene (TV).

È presente il figlio.

Nastro 1994/32 - Lato A                        24 agosto 1994

Siamo arrivati a Vittorio Veneto io, mia mamma, mio fratello, altri due bambini e una vecchiotta, e una volta arrivati a Vittorio non si sapeva più da che parte andare. Allora abbiamo preso la strada diretta che va verso Ponte nelle Alpi, su per San Floriano. A San Floriano c'era un albergo vuoto, con però dentro dei prigionieri russi, e di fronte c'erano delle case. 
Là siamo rimasti un pochettino. C'era la canonica e il parroco ci ha indicato la casa dei sagrestani, che ci hanno fatto un pochino di caffè, alla buona di Dio, ma insomma abbiamo mangiato qualcosa. 
Dopo non si sapeva dove andare e ci siamo portati in una casa sotto la montagna, sulla riva, da una famiglia di contadini benestanti, che avevano anche un terreno a San Giacomo e che avevano una stanza nel retro della casa. Vi abbiamo messo un po' di fieno per terra, ci siamo sistemati meglio che abbiamo potuto e siamo sempre stati là. Abbiamo lavorato con loro.
Poi siamo andati a lavorare per i tedeschi quando hanno messo il lavoro sulla strada da San Floriano a Nove. Si lavorava dalla mattina alle otto fino a mezzogiorno. A mezzogiorno ci davano un po' d'acqua con quello che capitava dentro ... e dopo si tornava a lavorare fino alla sera, quando si ritornava in questa casa.
I padroni avevano anche una bestia nascosta ... e per fortuna non muggiva mai! Così si riusciva ad avere un goccio di latte. C'erano anche dei bambini, ce n'erano quattro di loro.
Insomma tra i contadini e tra andare sulla strada, siamo andati avanti.
A volte si andava anche verso Vittorio per vedere cosa si poteva fare, ma visto che non c'era di meglio siamo stati là fino alla fine della guerra.
Per trovare da mangiare, in quattro ragazze con un carrettino si andava «a carità verso la bassa», nei paesi di pianura dove c'era la campagna. Passando per i campi di erba medica si raccoglievano i radicchi [tarassaco], e Dio ce ne liberi perché li abbiamo mangiati tutti crudi; così com'erano li si mangiava. Per dormire, quando si era fuori anche la notte, si andava in qualche casa, o in qualche fienile. Chiedevamo se ci lasciavano andar dormire e ci lasciavano andar dormire sul fieno. Alla mattina ci si alzava, si partiva e si camminava ancora e poi si tornava a casa con un sacchettino, con una branca di farina con qualcosa che si trovava par carità [elemosinando].
Ma quando si era per la strada bisognava stare attenti perché gli altri ci portavano via [il mangiare], i tedeschi. I militari stessi ci portavano via il sacco, lo portavano al comando e noi si doveva andare a casa senza niente. Bisognava fare tutti i nascondigli che si poteva fare. 
Giù nella bassa c'erano le famiglie grosse - con anche quattro cinque matrimoni all'interno della stessa casa - e c'era sempre qualche donna più buona delle altre che ci dava qualche branca di farina, na ciopéta de pan, qualcosa per i figli, così...
Si aveva sempre qualcosa da poter portare a casa; solo che bisognava stare attenti che non ce la portassero via.
Andavamo a carità soprattutto noi quattro-cinque ragazze, tutte giovani dai 18 ai 22 anni; mia mamma stava a casa con i figli. Poi se n'è aggiunta un'altra che era partita dalla Francia e si era trovata là in mezzo, con noi. Lei era più anziana di noi, e aveva girato il mondo. Ci indicava ... si va da questa parte o da quest'altra.
Mio padre era soprannominato Pasquale ed è morto prigioniero in Austria. Era stato fatto prigioniero da civile a Vittorio Veneto, lo hanno portato [internato] in Austria. Erano in sette italiani, portati tutti sette in ospedale, sono morti tutti di febbre spagnola nel giro di una settimana...
Siamo partiti da San Vito alla mattina verso le 11 quando erano iniziate le bombe italiane e non si poteva più stare in paese. Il nostro parroco Don Giovanni Tura ci ha portati su per le montagne, perché per altre parti non si poteva passare e siamo andati "su per le prese" e sulla montagna sopra Valdobbiadene e abbiamo incontrato su per la montagna anche quelli di San Piero (S. Pietro di Barbozza). Eravamo tutti su per la montagna, e dopo si è presa la strada che andava diretta a Vittorio Veneto. I più giovani erano andati verso la pianura perché dicevano che si poteva far qualcosa di più... 
E darsi da fare sempre per mangiare, perché non c'era niente...

Interviene il figlio
A San Vito [di Valdobbiadene] tutto il paese è andato su per la montagna ... su per Sanguarda; poi hanno attraversato la montagna verso San Piero e Santo Stefano e poi sempre a mezza costa sono andati a Miane, sempre seguendo i sentieri. E da Miane a Vittorio Veneto.
ll parroco attuale di San Vito ha fatto dei libri che hanno tutta questa storia.
Quando poi sono ritornati ... qua c'è la villa Barbon, dove c'era il comando degli italiani che passavano agli abitanti ritornati un piatto di minestra.
E dormire dove? Che le case erano tutte a terra! Hanno trovato qualche grossa botte, aperta sul fondo e là si sono ritirati per qualche notte. 

Tutto il paese era su per la montagna, tutti.
Quelli che potevano camminare camminavano e gli altri (che stavano male o che erano troppo vecchi o bambini) venivano portati a spalle; qualche vecchiotto era accompagnato per braccio. 
Senza portarsi via niente, lasciando a casa tutto, solo con la roba che si aveva addosso e una coperta. Né vacche, né altri animali...
La prima notte l'abbiamo passata a Follina, sulla fabbrica in cui non so cosa facessero. Là sul pavimento, senza niente. I contadini del posto ci hanno portato su un poche di canne di granoturco in maniera di non essere proprio a contatto con il pavimento, e là abbiamo dormito due notti.
Dopo siamo partiti e siamo andati a Vittorio Veneto e a Vittorio ci siamo dispersi una famiglia di qua un'altra di là, perché c'erano delle case vuote, quelle della popolazione che era scappata prima, che aveva fatto in tempo a scappare. Ci siamo sistemati, si lavorava per i tedeschi e loro ti passavano questa scodella di acqua.

Il lavoro consisteva nel ripristinare le strade [figlio].

Noi eravamo ragazze di 18 anni e sedute per terra ci portavano dei sassi grossi e con i martelli li spaccavamo per fare la ghiaia da buttare sulla strada. Perché era la strada che andava a Ponte nelle Alpi. Era sempre rotta e noi si era sempre in un angolo a battere questi sassi e farne tutte schegge così, come ghiaia: si faceva le "stradine", in quella maniera. Più che fatica, era fame! Perché a battere sul sasso col martello e non avere niente dentro... 
Per fortuna che poi abbiamo avuto fortuna. Sono arrivati i prigionieri italiani, che passavano su dei camion ... e sui camion loro avevano sempre qualcosa di nascosto. Salendo per questa strada ci vedevano noi giovani ragazze e c'era sempre qualcuno che ci lanciava qualche ciòpa de pan [pagnotta], sempre cercando di non farsi vedere dai tedeschi. «Ciàpa, ciàpa». Si mangiava per quello, perché c'erano i prigionieri nostri che cercavano di rubare per darcene...
I russi invece erano prigionieri come noi, fermi sempre là in quell'albergo. Senza niente, stavano là, anche loro come noi. Si facevano da mangiare tra di loro, quello che potevano, perché ... che non ne avevano! Non ne avevano da mangiare! Acqua, acqua, e qualche volta una pagnotta. E se qualche volta i tedeschi riuscivano a procurargli qualche po' di fagioli, i russi poi li cucinavano.
Noi ragazze non siamo mai state "tormentate" dai tedeschi e sì che là eravamo tutte giovani.

Nastro 1994/32 - Lato B

Ringrazio Dio di essere ancora qua; sono cattolica, e basta. Ma per mettermi in mostra no! [Non vuole essere fotografata se non dopo molte insitenze].
Mi ricordo ancora che quando si andava in giro par carità a volte capitava di essere messe in prigione. Chiuse in una stanza lungo la strada. Quando ci prendevano con un sacco ci portavano via il sacco e ci chiudevano in una stanza e ci lasciavano là, magari una settimana, con un po' di acqua o di quello che mangiavano i militari. Poi quando ci lasciavano liberi allora si correva per la campagna di quant'anima, per poter scappare...
Vecchi o giovani, quando si poteva camminare, bisognava camminare. E quando si andava giù per la bassa, il pantano era fin quassù (a metà gamba), per le strade.
Alla sera quando si andava a chiedere aiuto per dormire e si dormiva sul fieno, allora col fieno ci si puliva dal pantano. Non si aveva né acqua né niente, e col fieno ci si puliva, si tirava via tutta la terra gialla che c'era giù di là, tutta questa 'palta' che si era attaccata alle gambe.
E camminare scalzi. Non si aveva niente per i piedi. Chi aveva uno straccio di ciabatta o uno zoccoletto di legno come c'era una volta, tirava avanti; ma scarpe nessuno le aveva. Senza scarpe.
Quando siamo partiti da San Vito, mio padre non c'era - era prigioniero - o meglio era a lavorare per i militari. Prima dell'invasione era venuto a casa; quando siamo partiti da qua siamo andati insieme a Vittorio. C'era mia mamma Emilia Battistetti, mio papà Pasquale, mio fratello Silverio e io ... e poi c'era tutto il paese.
Al ritorno a S. Vito la prima notte abbiamo dormito dentro a una botte, sulla via Carobb [...]. C'erano delle grosse botti di vino lungo la strada, ma senza fondo, e si poteva entrarvi. Ci siamo entrate io, mia mamma, mio fratello e altri due assieme. Almeno se piove non ci bagniamo, ci siamo detti, e ci siamo rimasti a dormire per due - tre notti nelle botti.
Nel frattempo avevamo iniziato a lavorare noi, a metter a posto un po' - meglio che si poteva - la casa. Recuperare quello che si poteva. La casa era senza coperto, ma i muri erano in piedi. Non c'era niente per ripararsi, c'erano però delle tavole.
Tutto il paese era rovinato, ma giù per la Cal Fontana invece sembrava un giardino ... è una strada che dal paese va giù verso il Piave. La riva pareva un giardino, perché tutto il palazzo di Barbon era rimasto intatto con tutti i suoi mobili; era come un paesetto.
In piazza a San Vito, appena passato il negozio alimentari, verso Valdobbiadene, si vede una gran muraglia, là c'è il Camparà ... ed è chiamato il palazzo di Barbon perché vi abita la famiglia Barbon. All'epoca vi era un parco, le viti erano più in basso; sopra vi erano tutti alberi. La bellezza del paese - che era il palazzo di Barbon - era andata tutta su quel verso della strada. La strada andava giù sulle grave e qua c'era come una riva e c'era come una cittadina piccinina, con tutto quello che occorre per fare un paesetto, con le sue case con i suoi cancelli.
Però il palazzo di Barbon era andato per terra[?]. Però avevano potuto tirar fuori tutto prima che venissero le granate e l'avevano portato tutto giù di là perché su quel punto là non arrivavano le bombe. Così noi quando siamo ritornati a San Vito, e siamo andati giù di là a vedere, siamo rimasti d'incanto perché tutta la roba di Barbon, delle case nostre che si poteva aver là, era tutta là, per il cortivetto, per l'aiuola, un vero paese. Ed erano stati i tedeschi che avevano fatto quel lavoro là,  sistemato tutto bene...
Noi siamo stati dapprima nelle botti e poi da soli siamo riusciti a ripararci alla meglio in un angolo della casa, soprattutto per la notte e per la pioggia.

Ho dei parenti a Rovarè, Monastier, da quelle parti dove è nata mia mamma. Noi andavamo a far la spesa a Monastier e io abitavo lungo il drizzagno per andare a Fornaci. Dopo la guerra qua a San Vito c'era lavoro per mia madre, che faceva da mangiare agli operai, ma io e mio fratello eravamo andati dai nonni a Monastier.
Al tempo della guerra io abitavo in località Santa Caterina di San Vito.

Nastro 1994/35 - Lato B

Aggiunte e correzioni, 16 settembre 1994

Ho lavorato in filanda a Valdobbiadene.
La vecchiotta con cui siamo andati a Vittorio Veneto era la mamma di Bastianel (Sebastiano), Lùcietta Vanzin moglie di Francesco Sebenello.
Io abitavo in via Santa Caterina e mi sono sposata a trent'anni, nel 1929. Quando avevo 27 anni ero ancora a Torino. Mi sono sposata due anni dopo. Ho avuto tre figli, ma due morti piccoli, uno solo sopravvissuto.
I tedeschi a mezzogiorno ci davano da mangiare acqua scaldata con dentro sì e no qualche patata, senza condimento, senza niente; bòbara
Si mangiava male noi ma mangiavano male anche i tedeschi ... e i prigionieri russi come noi. I russi erano alloggiati in un albergo e avevano il loro cuoco che gli faceva da mangiare, ma non avevano niente per far da mangiare. Qua c'è l'albergo, lungo la strada, e qua c'era una casetta con quattro ragazze e una vecchiotta, sua mamma. Queste ragazze, quando avevano qualcosa da mangiare, glielo passavano ai militari perché non avevano altro che acqua, anche loro, come noi.
Ogni tanto si andava fuori e si stava via 4-5 giorni, una settimana, giù per la bassa. Si trovava qualche chilo di farina ... tanto che sono anche andata in prigione col sacchetto di farina. Però sono riuscita a portarmela a casa, perché siamo riuscite a scappare, perché non erano vere e proprie prigioni era un posto per essere chiuse dentro, così. 
Si correva per la campagna, si correva per tutti i cantoni, a nascondersi. Comunque la roba [raccolta con l'elemosina] non sono mai riuscita a portarmela a casa tutta, perché se in un bel sacco si aveva tanta farina, loro ne portavano via metà, o anche più. Perché [i tedeschi] erano senza anche loro.
Il ritorno in paese. 
Noi siamo stati i primi a tornare a San Vito e abbiamo dormito su queste botti senza coperchio perché siamo arrivati verso sera, sulle sei-sette. Assieme alla mamma ci siamo chiesti: «Dove ndóne, cossa éo che se pol far?». Vicino a un muro no, perché era pericoloso ... e allora c'erano tutte queste botti e siamo andati dentro a queste botti, due per botte. Eravamo in quattro, con le strasse che si avevano, senza niente. Eravamo io, la mamma, mio fratello Silverio e mio papà [?].
Quando siamo partiti profughi per Follina, siamo andati lungo la strada, non per le montagne. Su per San Piero, San Stefano, Combai e piano piano siamo arrivati a Follina, di notte.
Di notte non si sapeva dove andare e abbiamo trovato un vecchiotto che ci ha detto che c'era una fabbrica di stoffe con delle stanze libere. Non si aveva niente, le stanze erano vuote ... e sono arrivate due donne che hanno portato un bel po' di canne di granoturco. Con due fasci di canne ciascuno ci siamo buttati per terra a passare la notte.
Siamo partiti e arrivati alle porte di Vittorio Veneto per conto nostro e a Vittorio ci siamo fermati sulle prime case appena dentro. Là abbiamo trovato una che era arrivata prima di noi, proveniente da San Pietro [di Barbozza]. Avrà avuto una quarantina d'anni e ci ha detto: «Sono arrivata qua da sola, li ho persi tutti». Noi avevamo un po' di farina, abbiamo fatto una polentina e l'abbiamo mangiata assieme. Poi lei ci ha consigliato di andare su verso il paese di San Floriano, dove ci siamo fermati nella canonica e abbiamo cercato il prete. Il parroco ci ha indicato la famiglia di Santo Piccin, una famiglia di contadini che stavano bene, avevano terra propria e casa propria. Santo era sposato e aveva una bambina di tre anni. Era scappato da militare ed era venuto a nascondersi a casa e là era riuscito a rimanere, sempre nascosto. Nessuno lo ha mai preso, e intanto lavorava la sua terra.
Avevano le bestie in stalla e noi dormivamo di sopra, sul fienile. Le bestie erano chiuse dentro e non le si sentiva né mugolare né niente ... era un destino anche quello, sembrava quasi che sapessero di non far rumore e in questa maniera le hanno salvate. Dopo la guerra, con Piccin ci siamo persi di vista, non ci siamo più visti.
[Il disertore] Santo si era trasformato in una maniera tale che sembrava due volte più vecchio, si era lasciato crescere la barba. Ma era anche giù di salute, per il mangiare e per le paure ... e che era fortunato ad essere assieme a sua moglie! Aveva la sua bambina e in famiglia con loro c'era un'altra sua cognata che aveva tre bambini che andavano scuola. Noi profughi eravamo sistemati sopra il fienile.
Mio padre è morto prigioniero a Vienna in ospedale, con la febbre spagnola. Aveva due figli solo.