sabato 15 maggio 2010

Aurelia Bozzat, Cordovado (PN)

Nata nel 1907, sposata Infanti, abitante a Gruaro (VE)

Nastro 1998/7 - Lato A                   19 marzo 1998
All'intervista è presente l'informatore Rodolfo Bacchet

All'epoca della ritirata dei tedeschi [...] gli ho fatto la foglia. Non deve essere andato a casa quello. Gli ho dato una tànghera!
Io ho visto la ritirata degli italiani, l'anno prima.
Ho detto "Berto, Berto"  - Papais, mio amico vicino di casa, della mia stessa età - [...] «Berto, Berto [...] corri, corri, andiamo io e te, facciamo la via dei Cigolòt», che è la strada provinciale che va a Porto [gruaro], da Cordovado.
È stato così che siamo andati, noi due bambini. Vediamo passare la fanteria. C'erano di quelli che piangevano e di quelli che cantavano, ma fiàpi [senza forza]. Cantavano "Il Piave mormorò", o forse "Di qua e di là del Piave". Dovevano andare di là del Piave e cantavano quella roba là, ma non tutti.
Dopo, io ero ragazzina, e anche Berto lo era ... e non abbiamo visto i bersaglieri con due ruote in bicicletta! E io «Berto, Berto, i casca», perché era la prima volta che vedevo una bicicletta, una bicicletta verde, non alta. Il bersagliere tutto in grigio, bicicletta grigia e poi aveva il cappello. Tutta una piuma e cantava la sua canzone dei bersaglieri ... e poi ho detto al mio amico Berto che si sentiva cantare lavvìa dove sono le scuole, nella piazza di Cordovado. Cantano ancora, dicevo, ma devono essere di un'altra squadra, non la fanteria, perché quelli cantavano più piano. Così aspettiamo, aspettiamo e infatti ... non vediamo gli alpini! Uno, che deve essere stato il capo, una bella piuma bianca, ma a piedi, a piedi come disertori. Piuma bianca e dopo vediamo che cantavano ... con la piuma nera.
Ho detto al mio amico: «Guarda, Berto, quando sono passati questi qui, andiamo a casa». Dalle 8 fino alle 11 di mattina, due ragazzini, da soli, perché c'era il coprifuoco e non c'era anima viva, siamo andati ... ma nessuno ci ha mandati via, perché nessuno veniva fuori, e così siamo tornati a casa. Perché dopo che sono passati gli alpini non c'era più niente, ci sarà stata un'altra squadra più indietro, non lo so.
Siamo andati a casa e sono andata a dire a mia madre: «Mamma, sono andata a vedere che c'è la ritirata degli italiani, ma non ho ancora visto mio papà, sai ... né io né Berto. Non c'è il papà!»
«No, tuo papà è su a Pertegada, a Latisana», ha detto la mamma.
Poi siamo andati a casa di questo Berto, e [...] ho detto a sua mamma: 
«Ma il papà non l'ho visto!» 
«No - mi ha risposto - lui è a Pertegada» 
«E dov'è questa Pertegada?» 
«E' dalle parti di Latisana ... fa un'altra strada tuo papà».
Allora vado via, torno a casa, e alla mattina ci troviamo invasi, perché gli italiani avevano fatto l'armistizio, la ritirata e l'armistizio, coprifuoco con l'armistizio.
Dopo invece ci troviamo invasi con i tedeschi, "fissi" come un fulmine [tantissimi].
Là davanti a me c'era via Ferrarelli, c'è il Duomo e dopo c'è via Ferrarelli. Vado a prendere l'acqua e trovo questo Giovanni Bot che mi dice: «Guarda che c'è coprifuoco anche questa notte, perché arrivano i tedeschi».
Davanti alla casa mia c'era una casa grande, e là hanno fatto cucina; c'era un reggimento di tedeschi.

[...] Sono andata a carità al mulino di Brussolo, a Stalis, il primo mulino in cui sono andata a chiedere l'elemosina ["a carità"]. Io ero una ragazzina e viene fuori un barbone così, barba bianca, il mulinaio. I giovani erano via, un vecchio ... e là trovo un'altra ragazza che aveva un anno più di me che andava anche lei a carità. E el mulinèr ci ha detto: «Guardate ragazze, vi insegno io un posto, andate per questa strada dritta qui, andate da Rumiero a Bagnarola, dove vi riempiono il sacchetto»
Chiedevo un po' di farina per fare degli zuf (in furlano) o pastariei (in veneto). Si tratta di farina diluita nell'acqua (con sale), tenera, tenera, tenera come il brodo e dopo si metteva nel piatto e sopra vi si versava del latte che faceva una pellicina, due cucchiai di latte ciascuno. [...] Gli zuf erano per marenda al mattino.
Una volta, verso le 11 mia mamma fa la polenta per mangiare a mezzogiorno per noi quattro, tre bambine e lei. Quando la polenta è pronta sentiamo battere la porta. Là c'era un vecchio che aveva 90 anni e io credevo che domandasse qualcosa e aprivo sempre la porta, ma mia madre mi ha detto: 
«No, guarda che devono essere i tedeschi, no!»
«Mamma, può essere Luigi» [il vicino di 90 anni]. 
Invece, quando apro, entra questo tedesco che «ciàpa, tira el gabàn, butame la polenta e portala via». El gaban sarebbe la mantellina, il cappotto che aveva questo soldato. Allora io sono andata al comando, che era come andare da qua ai cancelli. Sono andata là: «Io vorrei il capo, el ser, el caporion». 
Esce uno, chi sa chi sarà stato, e gli ho detto: «Guardi che io ho fatto la polenta ... dovevo farla per mezzogiorno e mangiarla noi quattro, siamo tre sorelle e la mamma, dobbiamo mangiare anche noi ... e quello mi ha portato via tutta la polenta. Polenta che avevo trovato io andando a carità». E questo mi fa: «Vedrà che gli costa cara». [...] 

Nastro 1998/7 - Lato B

Quando sono le due, tornano a battere la porta. Mia mamma mi dice: «Non sta aprire, che c'è il tedesco». Ma io [...] torno ad aprire. Io non avevo paura, e gli ho detto: «Qui non abbiamo mica più polenta, perché noi cosa dobbiamo mangiare?» 
Che vergogna, un tedesco morto da fame! Lazzarone! ... Non guarda sotto la tavola? ... Scosta una sedia (tira na carèga) e ci porta via el porsèl, un porcellino di circa 40 kg che avevamo sotto la tavola.
E mi ciàpa su e via al sìr [e io, prendo su e vado al comando]. Là ci sono sempre dei soldati, ma io dico: «Voglio el sir», e si presenta lo stesso della mattina [...]
«Perché qua siete tutti ladri, voi tedeschi!», gli dico. 
«No, io sono il sir» 
«Ma guardi che quello che stamattina mi ha portato via la polenta adesso mi ha portato via il maiale» ...
Poi io, curiosa, sono andata dietro al casale, e non c'era il mio maiale? Messo allo spiedo, là, bello. 
Ho chiamato il capo: 
«Sir, venga qua» 
«È il mio maiale, quello» 
«Ah, ha fatto anche questo» 
«Eh, voi siete d'accordo, vigliacchi! Siete una razza morta da fame!»
Non basta. Alla mattina del giorno dopo, verso le nove mi tornano a battere, e io non apro; via di corsa in camera. Il tedesco entra e con la sciabola faceva tic e toc sul pagliericcio. Su un angolo ha sentito duro e allora sbrèga, sbrèga con la sciabola ed è venuta fuori la macchina da cucire... 
[Era sempre lo stesso soldato, quello della polenta, che evidentemente si aproffittava della presenza di una donna, sola con tre bambine; quindi probabilmente non aveva la sciabola, ma la baionetta. Difficile che fosse un ufficiale ... ma forse era un cavalleggero. Vedi più avanti]
Allora io torno ancora da questo sir.
«Guardi che quello là mi ha portato via la macchina da cucire e un lenzuolo. Quello là deve fare la dote alla sua fidanzata, ma non ritorna mica in Germania - gli ho detto - con la calma io lo trovo».
«Che nome hai?» 
«Aurelia»
«Orè (non era capace di pronunciare Aurelia) avresti coraggio di ammazzarlo?» .
Mi ha visto piccolina ... ma avevo una lingua! [...]

Così passa un anno. E un giorno Giovanni Bot [un vecchio di Cordovado, orbo, che trasportava ghiaia col cavallo e per quello evidentemente sapeva sempre tutto... ] mi avvisa che la notte ci sarà il coprifuoco perché inizia la ritirata dei tedeschi. Infatti, mi dice Giovanni: 
«Aurelia, domani vanno via e stanotte c'è il coprifuoco. Non andar fuori di casa altrimenti ti portano via.»
«Portano via dove?, gli ho detto, devo ammazzarne uno, io. Deve passare per le mie mani.»
Quando sono le otto vado a vedere fino alla stalla grande dei Segalotto, sulla strada che porta a San Vito [al Tagliamento]. L'anno prima erano gli Italiani che andavano verso Porto(gruaro) e adesso erano i tedeschi che se ne andavano verso San Vito in ritirata.
In fondo alla strada c'era la stalla della famiglia Segalotto. Là era ferma la cavalleria, con tantissimi cavalli ["fissi così"]. Io sono andata in questa stalla, ho passato uno a uno i soldati [prigionieri austriaci] e dentro di me dicevo: «Qua deve saltar fuori», ma lui non c'era.
Finalmente lo vedo venir fuori dalla stalla. Eh, adesso ti ho trovato, gli ho gridato ... e quando ho gridato così lui è venuto avanti mogio mogio e si è messo lungo il muro.
Mi avvicino e vedo che c'è un fucile con una baionetta in canna appoggiato al muro. Piano piano, perché ero lontana cinque sei metri, mi sono avvicinata, ho preso il fucile dalla parte della canna e della baionetta e quando gli sono stata vicino gli ho dato una tànghera con il calcio del fucile sulla testa, così forte che l'orecchia si è staccata quasi del tutto rimanendo appesa solo con la pelle. Con il calcio del fucile, perché se gli avessi dato con la baionetta gli avrei tagliato mezza testa.
Sangue come quando si ammazza un maiale, e urlare... 
«Eh, non muori, no - gli ho detto - non muori, no». 
L'ho accompagnato un po'... e continuava a venir fuori sangue ... allora i tedeschi hanno fatto una portantina e l'hanno portato via in portantina.
Il fatto è successo quando ormai la guerra era finita. I lancieri italiani accompagnavano verso San Vito i tedeschi prigionieri. 
Ero sicura che era lui, ero sicura, come fosse stato mio fratello. [...]

[Aurelia parla un dialetto strettissimo del luogo - terra di confine tra Veneto e Friuli - che al momento dell'intervista mi pareva di capire molto bene e invece al momento della trascrizione mi accorgo che non è così; una difficoltà incredibile a decifrare quanto dice! 24.XI.1999]

Dopo vado ad aprire i ganci dello zaino e trovo la macchina da cucire. 
Mia mamma mi grida «guarda che ci saranno bombe», «guarda che ti ammazzi».
E io «è la macchina, è la macchina!» le gridavo
Prendi, apri lo zaino, prendi il lenzuolo, la macchina è là. Il lenzuolo di canapa filato da mia mamma [...] e sotto c'era tanta altra roba di biancheria. Ma della macchina non potevo sbagliarmi. Prendi su e porta a casa.
Poi sono tornata nuovamente nella stalla dove prima c'erano i tedeschi e vedo una bella "crovatina" piccola [una cavalla di razza croata], poco più di un bel muss. Io le ho fatto, toccandola sulla coda: «Oh, morettina, morettina, crovatina ... ma che bèla, ma che bèla». Lei si è spostata, prendile la cavezza, sposta un altro cavallo grande che le era vicino «i cavalli erano fissi così» [addossati l'uno all'altro] e portala a casa. Quella sì che gliel'ho presa io, ai tedeschi! E quando sono arrivata a casa ho detto a mia mamma: 
«Mamma, guarda che bella cavalla che ho rubato ai tedeschi!» 
«Ma dai, cosa devi farne alla cavalla? Quando viene a casa tuo padre... »  «Compriamo il carretto e andiamo sul campo con la cavalla. Dai, dai, mamma!»
Poi l'ho messa dentro nel recinto [stavolo] delle galline, dove c'era un punèr [pollaio] grande così e io andavo nel mio campo a prenderle l'erba; andavo dentro, la pulivo, le portavo da bere ... ma buona. «Crovatina, ma guarda che bella che sei!»
Tre giorni è stata là dentro. Poi alla sera sono andata a far erba per dargliela alla mattina dopo come merenda, e non la trovo più. E io a piangere, subito a dirlo a mia mamma: «Mi hanno portato via la mia morettina, la mia morettina!» 
Vado a dirlo anche a una vicina di nome Pasqua, che aveva il marito che non era andato in guerra ed era rimasto a casa imboscato: «Mi hanno portato via la mia morettina, la mia morettina!» 
In quello la cavalla ha fatto Eh-i, Eh-i, da dentro il pollaio di Pasqua. Era stato suo marito, l'imboscato, a portarmela via. E la cavalla che mi aveva sentito piangere aveva risposto. 
Allora io mi sono fatta aprire il pollaio dalla padrona di casa [...] e vi trovo la cavallina: «Morettina, i te ga portà via!» ... e lei, invece di mangiare ... leccarmi, baciarmi; questa cavalla!
La porto a casa mia e dopo due giorni me la rubano ancora, sempre lui, il marito di Pasqua Petrass, l'imboscato Giovanni Duz [...]. Io ero andato a prendermela in mezzo ai tedeschi, e lui veniva a rubarmela in casa.
Sempre quella volta che ho ritrovato il tedesco che mi aveva rubato la macchina da cucire, nel suo zaino c'erano anche delle bombe. Io piano piano ho messo le bombe a mano per terra, per potermi prendere la macchina da cucire. Era di marca Singer [lo dice con decisione e orgoglio!], di quelle a mano. Vi lavorava mia mamma, per le necessità della famiglia.
Il lenzuolo era fatto con la canapa nostra, coltivata in casa e sfibrata con una specie di matterello finché diventava morbida. E lavorare, sempre lavorare...

Mi mostra un bossolo da 75 mm. «Me l'ha dato uno di Villanova di Portogruaro».
Vi è scritto «Infanti ricordo». Porta la data 1917.

Mi ricordo che nella ritirata [di Caporetto], quando sono passati gli italiani per Cordovado, entravano nelle cantine e mollavano il vino dalle botti «perché altrimenti i tedeschi si ubriacavano». A casa nostra no, perché eravamo sotani [braccianti], con un campo di terra appena, per la polenta e i fagioli. Poveri. Eravamo poveri. E in famiglia eravamo tre sorelle, papà e mamma, con la macchina da cucire...
Mia sorella più piccola è morta di spagnola, e non hanno neanche suonato le campane, perché le avevano rubate. Ma di spagnola in paese a Cordovado ne sono morti due - tre per casa.
Il Sir, con cui parlavo e denunciavo il furto, diceva di essere triestino: «io sono triestino». Ma dirglielo o non dirglielo, ero lo stesso, perché tanto portavano via tutto.
Il maialino, quando l'hanno portato via e pesava 40 kg sarà stato in maggio-giugno. Il maialino taceva, era buono. Gli si dava da mangiare a lui e a noi. Era sotto la tavola.
Io gli ho detto al Sir: «Se è un triestino, dovrebbe intimorirli i suoi soldati!». Invece lui faceva uguale.
Il soldato che mi aveva rubato la macchina, quando poi l'ho ritrovato ... mi credéa de copàrlo [la mia intenzione era di ammazzarlo].
Solo io mi sono ribellata, in paese. Nessuno che abbia protestato, avevano tutti paura.
Finita la guerra è tornato mio papà, senza baffi.

***

Interviene il marito di Aurelia, Infanti Giuseppe, pure lui classe 1907 [però cinque mesi più giovane della moglie ... vedi più avanti, non trascritto - dopo il racconto della guerra - le avventure al momento di doversi sposare, perché la moglie non voleva sposare uno più giovane di lei]. 
Mi racconta della sua esperienza nella Seconda guerra mondiale.


Sono stato richiamato nel 1943 e stavo per essere inviato in Sardegna, ma il mio capitano non ha voluto e mi ha mandato a Bari e da là a Foggia. Il 15 di agosto avevamo requisito 200 muli. Scappati tutti in seguito a un bombardamento. Ha dovuto intervenire un reggimento di soldati per ritrovarli e poi con i muli sono andato a Gorizia a portarli agli alpini, e vi arrivo al 5 settembre. A Gorizia parlo col capostazione che mi dice che domattina la tradotta parte per Treviso. Vado a Treviso e da là partiamo per Bressanone, dove restiamo fermi una giornata. Dopo, io potevo venire a casa, invece mi hanno portato a Fortezza. Poi sono tornato indietro, ma all'una del mattino i tedeschi mi hanno fatto prigioniero. Da là a Limburgo, campo di concentramento per otto giorni. Dopo sono andato a Mannheim dove ho fatto 9 mesi, a lavorare ... e là c'erano anche dei prigionieri francesi.
Dopo 9 mesi sono stato a Strasburgo, in Francia, a lavorare in una cartiera. Io avevo una mia parente da Bagnarola che era là in Francia, a 17 km di distanza, e ci ho messo un mucchio di tempo per rintracciarla, tanto che i miei compagni di prigionia ormai dicevano i ga copà el vecio.
Dopo arriva l'armistizio e, vestito da tedesco (non avevo altro), vado dai miei parenti. Arrivano gli americani ... e loro a dirgli che ero un italiano, e gli americani: no! Mi caricano in una gip e sono rimasto quattro ore rinchiuso in un gabinetto. Dopo le quattro ore mi hanno chiamato. È venuto un capitano di origine italiana, da San Donà, e allora mi hanno lasciato libero.
Sono andato alla Croce Rossa a Parigi e da là mi hanno portato a Como, dove sono rimasto 8 giorni. Poi sono venuto a casa.

Abbiamo avuto due figli, uno nel 1932 e uno nel 1938 ... e lavorare come una mussa, dice Aurelia. Due anni ho mandato avanti io la baracca, quando lui era in guerra. Sono venuti qua i partigiani e mi hanno battuto [trebbiato] il frumento. [...] 

Nastro 1998/8 - Lato A

Poco dopo sono arrivati i carabinieri e mi convocano in caserma, accusandomi di aver nascosto il frumento per far mercato nero. [...]

Racconta le sue peripezie in caserma, riguardo a questo frumento. Durante l'ultimo periodo della seconda guerra mondiale - Nastro da trascrivere fino al minuto 6:22 ... poi
D. Volevo chiederle della 1GM - C'erano altre persone che venivano da fuori, dal Piave... a chiedere la carità nei vostri paesi (loro dicevano "Alle Basse")?
R. Non ho visto nessun'anima viva...
7:48 FINE









Maria Cella, Rustigné di Piavon (TV)

Nata nel 1903 - Residente a Nervesa della Battaglia.

Nastro 1994/2 - Lato A                       9 marzo 1994
    
Sono nata il 26 luglio 1903 da Antonio e Zambon Caterina.
Mi ricordo che quando sono arrivati i tedeschi ci hanno detto di mettere fuori dalle finestre le lenzuola per fare un evviva.
Invece quando sono entrati sono andati dentro la cantina, hanno aperto le botti e si sono messi a bere il vino con i cappelli di ferro.
Era stato il prete in chiesa a dirci di mettere fuori le lenzuola per fare un evviva, perché non ci facessero niente.
Invece quando sono venuti dentro i a fàt un demonio. Erano austriaci, tedeschi, ungheresi.
Si sono piazzati in casa e in cucina e noi abbiamo dovuto andar fuori, improvvisare un focolare con un bastone e due tre pietre e farci un po' di minestra fuori nel campo. Ci avevano occupato il granaio e tutto. Noi si dormiva in stalla e loro in casa.
In famiglia eravamo 6 fratelli + altri cinque cugini figli dei miei zii (Cella Costanzo e Marchesin Luigia) che abitavano nella stessa casa. Inoltre c'erano i quattro genitori e il nonno Sante Cella.
I tedeschi si son presi tutte le bestie, le hanno ammazzate, se le sono mangiate e noi abbiamo dovuto partire e andare nel Friuli, a Orzano, un paese tra Udine e Cividale. 
Siamo rimasti a casa con i tedeschi ancora un mese, prima di andare a Orzano.
Per le bestie che si erano prese, i tedeschi non hanno rilasciato niente. Erano padroni loro, però non hanno fatto del male alle persone.
Dopo circa un mese ci hanno caricato su dei carri trainati da cavalli e ci hanno portato a Pordenone su un gran prato. Siamo partiti alla mattina e siamo arrivati verso sera, noi e tutte le famiglie della nostra frazione di Rustignè. Carri guidati da soldati.
In questo prato di Pordenone siamo rimasti fino alla mattina, coprendoci con quel po' di stracci che avevamo. Il guaio era che noi ci eravamo portati dietro un po' di farina e ce l'avevano rubata ... i nostri stessi compagni, non abbiamo mai saputo chi. Eravamo là tranquilli, poi abbiamo guardato e non abbiamo più visto la farina.
Alla mattina successiva ci hanno caricato su dei vagoni da bestiame.
La notte l'avevamo passata all'aperto, ma non pioveva. Non ricordo di preciso dove fosse questo prato.
Nei vagoni eravamo buttati là, seduti su quei pochi stracci che ci eravamo portati con noi.
A Orzano ci hanno sistemato nella canonica del paese e i friulani ci hanno portato da mangiare e la paglia per dormire. A noi ci hanno dato la canonica del prete forse perché eravamo una famiglia numerosa, con tanti figli. Nella canonica però non c'era niente, solo i muri e tanto freddo, tutto vuoto. Il prete era «in Italia» (noaltri se diséa). Pochi erano rimasti nelle famiglie del posto; erano uno due vecchi. Gli altri erano andati in Italia. E poi i friulani a volte ci dicevano che dovevamo andarci anche noi, in Italia.
In principio i friulani ci volevano anche bene, ci hanno portato la paglia per dormire, ci rispettavano. Ma c'erano di quelli invece, come c'è dappertutto... 
Noi avevamo queste due tre camere, abbiamo messo la paglia per terra e sistemati questi pochi stracci che si avevano. Abbiamo dormito là fin quando è finita la guerra. 
Mio nonno Sante, poverino, dormiva al primo piano della canonica, sulla paglia e "l'é mort pien de pedoci e mort da fame". È morto quando sono arrivati gli italiani, subito dopo la fine della guerra. Sono arrivati mio padre e gli zii ... e l'hanno visto.
Mio padre e i suoi fratelli erano rimasti in Italia. Mio padre non era militare, mentre i suoi due fratelli sì. Mio padre è stato militarizzato ed è arrivato a Orzano appena finita la guerra, e ha fatto in tempo di vedere suo padre morire, con i pidocchi e morto di fame.
Eravamo tutti pieni di pidocchi e morti di fame. 
Si andava in giro per i campi a cercare se si trovavano due tre fagioli, delle patate. Si mangiava un minestrone alle quattro e nel resto della giornata niente. Non c'era niente da mangiare, e il sale ci toccava andarlo a prendere lontano. Ce ne davano una croda e noi lo battevamo col martello: era una mia zia che era più esperta di mia madre e se lo andava a prendere, non so se a Udine o dove.
Niente carne, né formaggio ... niente, niente. Botteghe non ce n'erano, non c'era niente di niente in nessun posto. Era tutto consumato, i tedeschi erano rimasti là finché avevano mangiato tutto, e dopo quando avevano mangiato tutto e non ne trovavano altro erano partiti.
La gente del posto in qualche maniera tirava avanti. Avevano la vacca, il latte, avevano la patata, ma anche loro non se la passavano bene. Non c'era niente.
Noi poi si andava anche "a carità". Non io, perché essendo già grandicella andavo per le famiglie a far qualche lavoro, o sul campo a tagliare frumento ... intanto mangiavo, il latte o il formaggio. Andavo a lavorare per il mangiare.
Nessuno passava alle famiglie un sussidio, un aiuto. Niente, non ci hanno dato niente. Abbiamo vissuto sempre così. Si andava a carità, per le famiglie. Qualcosa ci davano; c'erano alcune famiglie che qualcosa ci davano, delle altre invece ci dicevano che dovevamo andare in Italia, profugat.
Degli undici fratelli e cugini tutti hanno preso la spagnola. Solo io non l'ho presa, e andavo a cercare per le famiglie qualche mezzo litro di latte da dare agli ammalati. Per fortuna tutti se la sono cavata. La spagnola era una febbre ... febbre, e stavano a letto, sulla paglia, con qualche goccetto di latte.
Tutti erano in un'unica camera grande, coperti con le coperte che si erano portati via da casa. Da casa ci eravamo portati via anche la calièra per la polenta. C'era il focolare, e per le legne andavamo in cerca di trovarle, un po' di qua un po' di là. Nelle stanze invece niente riscaldamento. [...] Attorno alla canonica c'era un bel muro e quando veniva fuori il sole i miei fratelli e cugini si disponevano tutti lungo la mura per scaldarsi al sole. Poi magari si riusciva a trovare un litro di latte da na banda [da una parte] e mezzo da un'altra. Allora lo si metteva via e si faceva il burro e quello doveva bastarci per tutta la famiglia, pensi lei di quante persone.
Pane non lo abbiamo mai visto. Si andava magari sui mulini a trovare un po' di farina e si mangiava così soprattutto la polenta. Solo la polenta e mio nonno diceva: «Non state girarla troppo, altrimenti fa tutte le croste e non ci resta più polenta, poi».
Quando si andava nei mulini, mi ricordo che andavo io e mio nonno con la carriola. Magari ci davano un pezzo di pinza, ogni tanto, e eravamo contenti e la portavamo a casa. Era fatta con la farina di polenta impastata con della zucca e batarìe. Perché anche loro ... dove andavano a bottega, che non c'era niente? Né da vestire né niente. I negozi erano vuoti. Tutto vuoto. Anche a Udine, tutto vuoto.
A Orzano c'erano dei soldati tedeschi... 
La nostra famiglia era sistemata nella canonica, davanti alla quale c'era una famiglia di contadini in cui erano alloggiati dei soldati e mi ricordo che una volta un soldato mi ha fatto avere una stecca di cioccolata - tramite un'altra persona - e io l'ho rimandata indietro perché avevo paura che poi venisse a trovarmi. Poi mi sono tanto pentita ... era un militare tedesco.
Finita la guerra, io da Orzano andavo a Udine a piedi, da sola, in un negozio a prendermi qualcosa, qualche scampolo per farmi un vestito, qualcosa. Andavo a piedi, questi dieci chilometri da Orzano a Udine, da sola ... quando vedo che mi sorpassa un ragazzo in bicicletta abitante in una casa di Orzano dove io andavo a prendermi il latte. Mi passa davanti ed era un sergente militare che era ritornato in licenza. Mi passa davanti e poi si ferma e abbiamo fatto un bel po' di strada insieme, a piedi. Poi quando io sono tornata a Rustigné ha continuato a scrivermi tanti espressi ed è venuto due volte a trovarmi (el l'é venuo do volte a trovarme). Ma io avevo ormai un altro moroso ... ma non era quello con cui poi mi sono sposata. Avevo tanti morosi. ["A iera bea me mama", interviene la figlia]
Siamo partiti da Rustigné in autunno e siamo tornati dopo aver fatto due inverni (1917-18 e 1918-19) a Orzano. Nella primavera del 1919 siamo tornati a casa, in questa casa di cui erano rimasto solo i muri. Infatti era stata bombardata, essendo a 6-7 km dal Piave. Anche tutte le altre case del paese erano rovinate. Tutto il paese era rovinato.
I soldati nella nostra casa avevano utilizzato la cucina per mettervi i cavalli e c'era il letame alto così. Senza balconi, senza porte.
Mio zio, mio padre e i miei zii hanno portato fuori tutto lo sporco, hanno pulito e siccome la casa non era nostra - eravamo in affitto, proprietario era uno da Piavon di cui non ricordo il nome - i miei hanno messo qualche trave per riuscire in qualche maniera a salire sulle camere. Tutto provvisorio; poi il proprietario della casa ha sistemato la stalla.
La terra era tutto un buco. C'erano resti di bombe ... non ho ricordi di bombe scoppiate in mano a qualcuno.
Un po' alla volta abbiamo pulito tutta la campagna in modo che siamo riusciti a seminare il granoturco nella primavera del '19.
Un po' alla volta è ripresa la vita normale, un po' alla volta il proprietario ha sistemato il granaio e la casa.

Mi sono sposata quando avevo 21 anni e sono rimasta un anno a Rustigné, poi ci siamo trasferiti a Nervesa dove avevamo trovato "una campagna".
Mi sono sposata con Ambrogio Pizzutto che era del posto, da Oderzo. 
A Nervesa siamo arrivati nel 1924. Dapprima su una campagna di 15 campi circa in località Sovilla, una bella campagna, con una bella casa che è ancora là. Poi siamo passati a Bidasio. Sempre come mezzadri, sia a Sovilla che a Bidasio. A Sovilla i padroni hanno venduto la campagna... 
Dopo essere rimasti a Bidasio per 7-8 anni siamo ritornati a Sovilla in un'altra campagna. Eravamo in 5 cognati, e dopo la seconda guerra molti sono emigrati a Milano, nessuno di loro è ancora a Nervesa. Anch'io ho un figlio, sposato, nel Milanese. Ormai la campagna non era sufficiente per tutti.
Mio marito è morto a 32 anni a causa di una ferita procuratagli da un toro (ne avevamo parecchi in stalla). Il toro era scappato, ha corso dietro a mio marito e lo ha sacagnà
Inoltre, subito dopo la guerra, mio marito aveva fatto il militare in Alta Slesia, in Germania, a tegnér bon ordine. E di un battaglione di soldati italiani ne sono rimasti solo trenta fra cui mio marito. Erano soldati di leva, mio marito era del 1901, e ritornato dall'Alta Slesia evidentemente aveva preso qualcosa di malattia. Si era indebolito.
Nel 1929 mi ricordo che ero incinta di Danilo e c'era un gran freddo. Ero "in stato", abitavamo a Sovilla e l'acqua non c'era. Bisognava bere quella del canale oppure si andava in piazza a Sovilla dove c'era una fontana a prendere l'acqua col bigol, e mi ricordo che c'era la neve alta così...

venerdì 14 maggio 2010

Una signora di Artegna, nata nel 1915

Questa testimonianza fa parte di una serie di interviste effettuate il 27 novembre e il 28 dicembre 1998 a un gruppo di vecchi presso la casa albergo Ai Faggi, via Macesio 31, Udine - (Animatrice sig.na Romina ...).


Nastro 1998/22 - Lato A                    27 novembre 1998    


Volevo dirle che, quando io ero piccolina, mia mamma, con me e due altri fratelli, è andata con la nonna e una zia in campagna a lavorare.
E lì mio fratello si è messo a giocare. Si vede che ha toccato una bomba, che è scoppiata, e lì è morto. 
Mia mamma aveva fatto molte domande per poter aver qualcosa. Ma siccome il figlioletto è morto, non ha potuto avere niente, mentre se rimaneva vivo con qualche menomazione avrebbe...

Angela Salviato, Musile di Piave (VE)

Nata nel 1907 in località Cascinelle.

Nastro 1993/6 - Lato B [da 34:11 su cassetta originale]          13 settembre 1993     Audio originale integrale

Siamo partiti proprio il 1. novembre 1917 e c'erano i soldati che passavano con un ponte di barche di qua del Piave. Quando siamo partiti era di mattina verso le 9,30-10. Io allora abitavo sotto Musile, finché non mi sono sposata, e dopo sposata anche, per un po'. Dopo sono venuta ad abitare a Fossalta.
A Musile abitavo in località Case Bianche.
Quando sono partita profuga ho fatto otto giorni di treno. Giorno e notte finché non siamo arrivati in Calabria a Nocera Terinese. Ma prima eravamo stati fermi per quindici giorni.
A Nocera Terinese siamo rimasti per circa due anni.
Dalle Case Bianche abbiamo dovuto fuggire perché hanno tagliato l'argine del Sile e un metro e mezzo di acqua è entrato nella nostra terra e nella nostra casa.
Avevamo la campagna, sono arrivate le guardie e ci hanno mandato via...
Per prima tappa ci siamo fermati a Campo de Piero, da Romanese. Lo chiamano meglio Campopiero, [Ca' Malipiero] ma anche da là abbiamo dovuto andarcene. 
Siamo partiti il 1. di novembre, il giorno di tutti i santi. Siamo andati a piedi a prendere il treno a Meolo. Io avevo un mio fratello piccolo in spalla e l'ho portato per tutti quei chilometri. Eravamo sei fratelli e nostro padre non si sapeva dove fosse perché era in guerra.
Io ero la più grande, e il più piccolo aveva sedici mesi. Mia madre portava in braccio il piccolo e io portavo un altro fratello, Guerrino, che aveva male a un piede e aveva due anni. Lo portavo in spalla e si camminava sulla Triestina.
Non ci siamo portati via da casa niente. Siamo andati via con quello che si aveva addosso e basta. Non ci hanno fatto prendere su niente, niente, niente. Le guardie sono venute là e ci hanno detto solo: via, via, via...
Arrivati a Meolo siamo stati messi in una tradotta di soldati con paglia sul pavimento, e corri... «Se à coresto oto jorni», e quando siamo arrivati dove era previsto, non c'era posto per riceverci. Torna a montare su questa tradotta e via ancora.
Per primo ci siamo fermati a Firenze, ma là non c'era posto. Dopo ci siamo fermati a Catanzaro e vi siamo rimasti per quindici giorni, tutti dentro a un grande stanzone, non ricordo bene cosa fosse. Poi finalmente siamo giunti a destinazione a Nocera Terinese, dove ci hanno sistemati in un convento di frati. «E là se patìa a fame, èco, cossa volo che ghe disa»
Era un paesino piccolo in cui tutti si arrangiavano con quel pochino che avevano. Il convento era vuoto, i frati non c'erano. Noi eravamo assieme a un'altra famiglia, per un totale di sessanta persone. Anche l'altra famiglia proveniva da Musile.
Siamo rimasti per tanto tempo senza parlare con gli abitanti del posto, per via della lingua. Sensa capirse ... e dopo, un po' alla volta, «se ga scomissià a capirse qualche parola, e mi son 'nata anca imosina» [ ... sono andata anche a elemosinare]. 
Si era sopra a un monte, in questo convento sopra la montagna, e non c'era niente. Tutti avevano quel pochino che era appena sufficiente per la loro famiglia. [...] Non che fossero cattiva gente, ma non ne avevano neanche loro. Allora il parroco del paese ci ha fatto una carta con la quale si andava negli altri paesi e si passavano i fiumi con le vacche e un carrettone grande, con le ruote alte. Fame tanta, caro. Tanta fame.
No ièra né un gioss de late, né gnente [non c'era né un goccio di latte, né niente].
I miei zii più anziani hanno cominciato a protestare e ci hanno mandato un sacco di riso che sapeva da petrolio, che non si riusciva a mangiarlo; per quanto lo si facesse bollire, sempre puzzava da petrolio. Ma se o magnéa, se o magnéa, caro, parché a iera fame. 
Quando è arrivato questo sacco di riso, noi eravamo tutti contenti, e invece sapeva da petrolio.
Abbiamo preso tutti la spagnola, tutti 64. Tutti ammalati, senza niente.
L'unica cosa che c'era in abbondanza era l'olio d'oliva e allora le nostre mamme facevano bollire una pignatona di acqua ci si metteva dentro dell'olio e si beveva quello, senza metterci dentro un po' di pane, senza niente.

Nastro 1993/07 - Lato A        18 settembre 1993
[La parte iniziale di questo lato della cassetta è stata sovra-registrata il 3.3.1994 dall'intervista a Renato Schioppalalba (archiviata come 1994.1b). Si è salvata comunque la trascrizione che nel frattempo era stata fatta. L'audio originale dell'intervista e la rispettiva trascrizione riprendono dal minuto 25:07  - NdC, 1 febbraio 2015]

A Nocera Terinese è nata anche una mia cuginetta.    
La spagnola: una gran febbre a quaranta. Forse erano i soldati che venivano a casa e portavano l'infetto.
Veniva il dottore del paese a visitarci, anche più volte al giorno e diceva: «Guarda, poveri cristiani, poveri profughi». Lo diceva con il suo accento, come che i parléa lori ... «sensa un giosso de late».
Mia madre quando sentiva le capre che venivano giù dalla montagna mi diceva: «Ciapa Angea a pignatèa», vai a prendere un po' di latte; e i pastori, i pecorari, fermavano una capra e mi riempivano il pentolino.


[Per maggiori informazioni su Nocera Terinese si veda il sito noceraterinese.com]

Il ritorno a casa è avvenuto sempre col treno; questa volta treno di terza classe con le sedie in legno e ci sono voluti tre giorni.
Siamo arrivati a Musile, in campagna ... La nostra casa era tutta rotta e in tutta la zona c'erano soldati morti. Quanti! Non si poteva neanche venir fuori a fare un passo. Era tutto uno, tutto uno.
Con questi carrettoni, con questi cassoni, venivano a portarli via. Poi prendevano le bombe, le ammucchiavano e alla sera sul tardi ci dicevano "giù tutti", e noi ci si nascondeva in un angolo della casa. 
Dopo ci hanno dato la baracca di legno, finché non ci hanno ricostruito la casa.
Quando siamo ritornati, "dopo do ani", non c'erano ancora le baracche. Era luglio e abbiamo dormito all'aperto. Solo dopo ce le hanno portate.
Malgrado fossimo già nel luglio del 1919, ancora c'erano i morti per terra. Non ossi, ma proprio soldati, vestiti e non seppelliti ... là sopra la terra.
In quell'occasione ci siamo anche presi la malaria.
E questi morti li portavano via, sui cimiteri. Si vedevano ancora questi morti, ce n'erano tanti, tanti ... quando siamo ritornati a casa. Era tutto un deserto, tutto un bosco, con quelle erbe alte, i paveróni. E in quel groviglio c'erano tuti sti morti, poaréti, tuti soldài.
Nella baracca siamo rimasti un po' di tempo, poi il Genio ha dato il via ai muratori per la ricostruzione.
Le bombe le facevano scoppiare verso il pomeriggio. Facevano di quegli scoppi e di quelle buche! E poi le chiudevano.
Non c'erano invece reticolati sui nostri campi, solo tante bombe e tanti morti.
Dopo che era stata ripulita la terra l'abbiamo arata con le bestie che ci hanno dato i soldati. Le bestie erano grandi grandi, con questi corni lunghi. Gli zii un po' alla volta hanno sistemato la campagna e l'anno dopo l'hanno messa in produzione.
La nostra frazionetta delle Case Bianche, non aveva chiesa. Era composta solo da un piccolo gruppo di case. In famiglia eravamo in 37. Prima della guerra eravamo in affitto, non ricordo di chi. Dopo la guerra siamo diventati mezzadri sotto Bizzarro. Si lavorava una campagna di 84 campi. E in un'unica casa erano in cinque fratelli sposati, cinque famiglie. [...]

Viaggio di andata. Otto giorni che si correva in quel treno, senza mangiare, senza dormire, senza un po' di gabinetto per i propri bisogni. Si faceva su un vaso e poi un colpo e fuori dal treno. Ad un certo punto il treno si ferma e vediamo un prato pieno di cavalli, con tutte queste "bisacche" colme di carrube; e noi avevamo fame. Allora un mio zio è sceso dal treno e si è fatto dare dare una "bisacca" carica di carrube, indicando i suoi figli fermi nella tradotta.
Con tutta la fame che avevamo in corpo, abbiamo mangiato carrube, carrube, carrube ... e per poco non morivamo tutti. Ci avevano chiuso l'intestino. [Fine parte sovra-registrata]

Cassetta 1993.07   Lato A [dal minuto 25:07 alla fine della cassetta]  18 settembre 1993

[…] [Riprende sincronizzazione con audio]

26:50 Il papà era stato prigioniero in Austria e al ritorno si fermò un pochi di mesi dalla nonna a Vallio, per riprendersi un po’ perché era magro, e poi un po’ alla volta riuscì a venirci  a trovare in Calabria, perché  lui non sapeva dove fossimo, né noi in precedenza sapevamo dove lui fosse prigioniero.
27:55 “Devo fare un libro, passerà un paio di anni, prima che lo faccia”

“Eh, ma non sarò qua” … “Deve tener duro! che dopo le porterò, le farò vedere il libro”.

27:11 Mio papà è venuto a casa che pareva uno scheletro. Quanta fame ha patito anche lui, sotto i tedeschi. Mi pare che il papà lavorasse la terra, diceva che c’erano tante patate.

29:42 Il padre aveva nome Giovanni Salviato, e la mamma Amalia. Avevano 8 figli, quattro maschi e quattro femmine
30:11 A Nocera Terinese non sono andata a scuola, e neanche al ritorno, perché era tutto rotto. Ho fatto solo i primi giorni della seconda elementare, prima di partire profuga.
Sapevo fare la firma, ma ora non più.
31:22 - Avevate amici, a Nocera?
Si stava tutti fra di noi profughi. E chi capiva cosa dicevano loro?
Poi erano cattivi, guai al mondo. C’erano, per dire, i fidanzati che si [?]…
- Se per caso qualche ragazzo più vecchio del vostro gruppo andava assieme a una ragazza delle loro…
No, no, nessuno. Anche le mie cugine - si era in tante ragazze - … si restava fra di noi.
- Non ha ricordi di aver avuto amici del posto?
No. Si faceva fatica a capire… solo più tardi siamo riusciti a capire qualche parola.
32:26 Ci chiamavano quatralelle [?] e i maschi quatr […] , non ricordo più.
- Nel complesso erano buoni o cattivi [gli abitanti del posto]?
Non erano né buoni né cattivi, noi si stava per conto nostro.
- Non parlavate neanche col prete?
Sì, si andava anche a messa, giù, dove c’era la chiesa. E il prete vecchio ci diceva “Giovinette quanta pena [pecà] che mi fate: venite sopra da me che vi do un pochi di fichi”. Ci portò su per una scaletta come quella che - una volta - usavano le galline per andare sul pollaio. Ci ha portato in una stanza tutta scura, ha tirato fuori una cassa da morto da sotto il letto e ci ha dato i fichi. Aveva la cassa da morto sotto il letto.
Li abbiamo presi, ma poi non li abbiamo mangiati, li abbiamo buttati via. Ciò, erano dentro una cassa da morto!
35:15 C’era qualche lavoretto là in paese?
Sì, hanno fatto un ponte su un fiume e noi con le gerle, con le ceste di legno poggiate sulla testa, si portava la terra.
- Anche voi bambine?
Sì, sì, tutti. Portavamo terra, pietre, materiale per il ponte.
- Così avete guadagnato qualcosa.
40 centesimi al giorno, gli uomini, e a noi, quello che rimaneva.
- Con quell’olio e acqua che facevate quelle gran pentolate, dentro ci mettevate un po’ di farina?
Non c’era niente! Niente. Acqua e olio, si mangiava, si beveva, come bere il caffè, il latte. Alla sera, a mezzogiorno.
Non le ho detto che ci avevano portato un sacco di riso? E le mie zie e mio zio [me barba] facevano bollire e buttavano via l’acqua, bollire e buttare via l’acqua: veniva tutta una papparella, e il riso continuava a sapere sempre di petrolio. […]
36:50 Mi chiamo Angela Salviato vedova Sforzin, nata il 28 settembre 1907; “sono nata sulle bonifiche e quando mi sono sposata sono andata a stare alle Case Bianche. Sulle bonifiche vicino al manufatto” […]. I miei lavoravano la terra per un padrone di cui non ricordo il nome.
Abitavamo in una bella casa in muratura, in otto fratelli, ma le cognate avevano dei cugini; in tutto eravamo trenta…
39:35 Dopo sposata sono andata a stare alle Case Bianche, ma prima abitavamo in una località chiamata Cascinelle, dove quella volta [di Caporetto] è arrivata l’acqua del Sile perché hanno tagliato l’argine, ed era proprio il momento dei raccolti; andò tutto sotto acqua e non si prese nessun rimborso.
[…]
41:12 Da profughi abbiamo tanto patito e in più abbiamo preso la spagnola, tutti, non solo io.
Sono arrivati i soldati che erano stati al fronte e ce l’hanno “attaccata”.
E quando siamo ritornati a casa, a lavorare qua, ci siamo presi la malaria.
- In cosa consisteva la malaria?
Febbre. Due ore di febbre alta, alta. A noi davano dei cioccolatini di chinino, e ai grandi davano chinino [puro], quelle piastrine rosse, là.
- Quanti cioccolatini vi davano?
Ce lo dicevano loro quanti mangiarne, perché era chinino, non erano mica cioccolatini. Avevano il gusto della cioccolata, ma era chinino, si doveva mangiarlo, masticarlo.
Non durava tante ore, ma due ore: la febbre a quaranta, e brividi, e freddo; ci si copriva…
L’abbiamo presa appena tornati a casa dal profugato.
- Tutti i morti che ha visto al ritorno, erano alle Cascinelle?
Sì, sì.  [43:20 fine cassetta] 


Elisa Toffolo "Rosajuliana", Fratta di Maniago (PN)

Nata nel 1900

Nastro 1998/12 - Lato A                      19 maggio 1998

Mi ricordo di tante cose, mi ricordo ... che io ero vicino alla chiesa, la mia casa era vicino là.
Però, durante la guerra ... fame! Ci portavano via tutto, tutto. I tedeschi erano pieni di fame e gli altri lo stesso. Poco da mangiare, Madonna, che poco mangiare.
A casa nostra si faceva un po' di agricoltura, si tirava avanti così. Avevamo qualche campicello in tre quattro parti diverse.
In casa, sotto i tedeschi, eravamo io, mia mamma, mia zia e vari cugini; in tutto 8 persone.
Abbiamo passato la guerra con tanta fame. Io avrei mangiato non so cosa, si era giovani quella volta ... ma non ce n'era, non ce n'era. E portavano via, i tedeschi rubavano, gli altri rubavano e noialtri? Si mangiava quello che restava! Oh, che anni!
Certe volte, adesso, che c'è di tutto ... adesso a dir la verità non si può lamentarsi, e allora io dico, alle volte, avreste dovuto esserci a quei tempi che dico io! Non c'era da mangiare. E fame, tanta fame!
Quando sono venuti i tedeschi, quelli rubavano. Avevano fame anche loro e rubavano. E quel che rubavano loro, per noi non c'era più. Andavano a guardare dappertutto, nelle camere, dentro per i letti, credendo che ci fosse sempre qualcosa da mangiare, perché avevano fame anche loro. 
Eh sì! Ah, che anni!
Tante volte che sento i bambini: «Ah, non mi piace quella roba là, non mi piace!» Dico io: «Avresti dovuto essere a quei tempi che ero io giovane come voi. E fame ... e non ce n'era.»
Mi ricordo, dopo Caporetto, quanta fame, che portavano via tutto, anche gli italiani. Avevano fame anche loro, e come si faceva negare un boccone di polenta, mica grandi cose: polenta, e avanti.
Ah, che fame. Ero giovane io, avrei mangiato...
In casa con noi c'era mio papà, allora i tedeschi avevano riguardo. Io non ero come adesso brutta, ero una bella ragazza e mi facevano delle corti, e mio papà diceva: «Eh, no!»
Io comunque avevo conosciuto dei soldati, e anzi mi hanno scritto poi, dalla Cecoslovacchia, e non saranno neanche tanti anni [?] ... ma siccome sapeva scrivere poco l'italiano ... dopo mi sono stancata.
Eh, ma ne abbiamo passate!
Non ho fotografie, né le lettere del cecoslovacco.
Uno che si era innamorato di me era dell'Alsazia Lorena [?] e anche questo mi scriveva, molto affettuosamente.
Si capisce che avrebbe voluto sposarmi. Era rimasto qua per qualche tempo ma poi l'avevano trasferito. Aveva un nome tedesco, ma adesso non lo ricordo più.
C'era solo la polenta, ma la si mangiava con tanta avidità, perché c'era fame, e con la fame tutto è buono.
Si aveva un po' di terra e la si lavorava. A volte si andava anche nelle case degli altri che avevano più terra, se avevano bisogno di un'opera.
Non vorrei pensarmi cosa si è passato. Fame.
«Mamma, ho fame!»
E la mamma mi rispondeva:
«Eh, ce l'ho anch'io, fame!»
Tutto portavano via. Mi ricordo un giorno che avevo cucinato delle patate e anche del grano che si cucinava sulla fiamma, che è buono anche quello ... e poi ci hanno portato via tutto. 
Loro andavano dappertutto a svaligiare. Portavano via tutto quello che gli comodava, e se c'era da mangiare, la prima cosa era quella.
Venivano a casa quelli che erano stati a lavorare, che avevamo un po' di campetti di terra. 
«E da mangiare?», chiedevano... «Hanno rubato tutto!» 
Ci si sedeva alcune volte e la tavola era vuota. Eh ben, non vorrei pensarci.
Fame, tanta fame. Madonna! 
E la polenta? La mangiavamo come fosse un dolce, e non sapeva da niente perché condita non era.
Si mangiava la verdura condita solo con l'aceto, era buona, perché non c'era altro.
Eh, quanta fame!

Almiro Rossi, Interneppo (UD)

Nato nel 1914

Nastro 1996/2 - Lato B            Marzo 1996

Mio cugino, che era nel forte di Monte Festa, si chiamava Stefanutti Biagio e faceva il postino lassù. Era militare, non so di che corpo; era del 1894-95.
Dopo Caporetto mio cugino e i suoi compagni son rimasti "prigionieri" qua. Si sono nascosti sulle caverne.
Con Biagio c'era anche un mio fratello, Rossi Giovanni, nato nel 1900, e un altro mio zio Luigi Stefanutti, classe 1876 circa, che erano civili. Però sono rimasti "prigionieri" qua. Si nascondevano nella caverna del monte San Simeone, che sarebbe il centro sismico del terremoto [del Friuli, 1976]. Il monte San Simeone è attaccato al Monte Festa, dove c'era la fortezza coi militari. Di fatto, è la stessa montagna solo che [il M. Festa] è l'altra vallata di là.
Io quella volta ero troppo piccolo. Mio fratello ha dovuto star nascosto, non poteva uscire, sennò lo portavano giù al fronte. Mio cugino Stefanutti Davide, quello è morto sul Piave combattendo, era della classe 1900.
Mio cugino Biagio che era militare nella fortezza è rimasto nascosto e non l'hanno preso.

giovedì 13 maggio 2010

Vittorio Stefanato, Corbolone (VE)

Nato il 13 aprile 1910. Barcaro.

Nastro 1987/3 - Lato B     [da 23:09 a 31:38 fine - sul nastro originale]        10 gennaio 1987

Nel '17, quando siamo scappati, che venivano avanti i tedeschi... sono venuti a chiamarci alle quattro del mattino, Ijio Campanèr: «Damante! Damante! varda che xe qua i tedeschi, i xe qua a Loncon, bisogna scampar!» [Damante = Leodamante, nome del padre di Vittorio].
Eh, mi ricordo. Avevo la traverséta, non avevamo mica ... avevo le mutande "col rabalton", una volta; erano fatte come la marina. E su tutti! A piedi, camminando, arriviamo sul bivio dove c'era un gelso che chiamavano el morer dee àneme, perché era di tutti. Si trovava tra Corbolone e San Stino e forse c'è ancora, al bivio che viene da Loncon, Lison ... da Portogruaro. Era in mezzo al bivio.
Via, via, via! perché c'erano i tedeschi. Avevamo questo "barba Bortolo" [zio Bortolo] che doveva venir via anche lui e invece: «Non vengo via, non vengo via». È rimasto là e appena arrivati i tedeschi è morto dal dispiacere perché avevano fatto della sua casa una casa di tolleranza. È morto dall'avvilimento. Aveva più di 80 anni. [...]
Mi ricordo che mi hanno messo su un carretto, su un birocio. La nostra casa era vicino alla chiesa. Alle quattro di mattina avevamo già preparata la roba, perché si sapeva che venivano avanti i tedeschi. Lo sapevamo perché si sentivano i colpi come da qua a là.
Siamo partiti subito e mi hanno messo su un carro perché ero bambino. In quel giorno che siamo partiti non eravamo tutti i fratelli; i più vecchi erano in barca con mio papà, a bordo della barca, a lavorare a Casier, a Venezia. Ma c'era anche mio papà, adesso che ricordo, era venuto a casa.
Eravamo - di fratelli - io, Bruno, Angelica, Elena e [...]. In tutto cinque fratelli, gli altri due fratelli erano in barca, più mio papà e mia mamma.
Mi hanno messo su questo carro e un soldato mi ha dato un pezzo di cioccolata così. Al morer dee aneme c'era il bivio che venivano avanti gli italiani inseguiti dai tedeschi. Venivano avanti con i carri, coi muli. Una colonna ... non ricordo di preciso come fosse. Avevo sette anni, ma però mi ricordo tutto. Non pioveva. Siamo andati a San Stino di Livenza e a S. Donà di Piave. A San Donà, presto, presto, presto. Presto, bisogna far presto! Passare il ponte perché devono far saltare il ponte! E difatti non abbiamo fatto ora neanche ad andar di là, a passare, che l'hanno fatto saltare, con la gente e tutto!
D. L'ha visto lei?
R. No, no, no. Noi eravamo quasi a Fossalta di Piave.
A Fossalta di Piave, fra una roba e l'altra, c'era Giannino Ancilotto che ha abbattuto un apparecchio ... e dopo, camminando siamo arrivati a Roncade. A Roncade ci hanno messo a dormire dentro il Castello. C'erano quelli addetti. Abbiamo dormito a Roncade e alla mattina dietro siamo partiti e siamo venuti a Casier. 
A Casier la barca era pronta, carica. Siamo andati a bordo, a bordo della barca che aveva nome Gigetta, [un burcio] di Barina, e siamo venuti giù per il Sile. Abbiamo passato la conca [di Portegrandi] e di qua c'era un rimorchiatore che ci aspettava per portare la ghiaia all'Arsenale. 
Poco distante da Portegrandi c'era un pontone che si chiamava Monte Cucco che sparava su [verso] Motta di Livenza ... boom. Il pontone è una barca in ferro, quadrata, con un cannone a bordo.
Noi siamo arrivati a Murano, ci hanno preso tutta la famiglia, con la roba che avevamo e ci hanno portato all'albergo Luna a Venezia, che è di fronte alla Salute. Là siamo rimasti tre giorni e dopo è venuta una barca delle nostre, [al comando] di Pietro Verroi e ha imbarcato tutte queste famiglie, da Jesolo, da Casale ... tutti quelli che erano andati profughi. Era gente di tutte le sorti, non solo barcari. Tanta gente.
D. A voi, chi ha indicato quella strada, di andare fino a Casier a prendere la barca?
R. Eh, mio papà, perché c'erano i rimorchiatori che ci portavano a Venezia. Nessuno ci ha dato indicazioni. Noi ci siamo arrangiati per conto nostro. Però quando siamo arrivati a Murano ci hanno portato all'albergo Luna e dopo tre giorni è arrivata questa barca, con il vapore. Ci siamo imbarcati e ci hanno portati a Chioggia, e sul porto di Malamocco un'altra battaglia aerea fra tedeschi e italiani. Porto di Malamocco, agli Alberoni, insomma. E noi ci siamo fermati, fermi là, mi ricordo...
Siamo andati a Chioggia e ci hanno imbarcato sul treno di Chioggia che va a Rovigo. A Rovigo abbiamo cambiato treno e siamo andati a [...] e là abbiamo fatto la Bassa, l'Adriatica. E adesso le racconto che ho visto il mare per la prima volta. Passavamo lungo il mare, e dopo non mi ricordo più niente.
Dopo invece, quando eravamo profughi a Montorio sul Vomàno, ero bocia, certe robe non posso ricordarle tutte, sarei un computer!
Siamo arrivati a Montorio sul Vomàno, vicino là, sul Gran Sasso d'Italia. Il Vomano è un fiume e là c'era tutte pietre che lavoravano par ugàr [per affilare].
Là ci siamo trovati bene, altro che dicevano: «Te fasso magnar da un profugo» ai bambini. Gli facevano prendere paura...
D. Non vi volevano bene, allora?
R. No, neanche tanto!
D. Vi trovavate male, allora?
R. Non male, perché andavo all'asilo.
D. Mi spieghi questo discorso del "ti faccio mangiare da un profugo!"
R. Ci credevano bestie, ah!...
Interviene la moglie, Virginia Parpinel. E' come che dicevano che i Russi mangiavano i bambini, no...
[Poi] avevo una sorella (la più vecchia... precisa la moglie) che è andata a servizio da un colonnello, a Teramo; [...] il colonnello che ci ha fatto andare con tutta la famiglia a Teramo. Sicché noi siamo stati dopo sempre a Teramo. 
Quando è venuto l'armistizio mia mamma, appena finita la guerra, è andata a vedere la situazione ... e siamo partiti, nel '19.
D. Anche suo papà è stato a Teramo?
R. No, no, no... Mio papà [classe 1863] e mio fratello, che era del '3, aveva 15 anni ... era in barca, ma militarizzato, con la fascia. Era rimasto qua, sui fiumi. Anche mio papà, non è venuto via con noi...
D. E cosa rimase qui a fare suo papà?
R. Perché era abile per il servizio militare... Non era militare, era militarizzato sotto il Genio Marina. Erano tanti, tanti barcari! Sennò chi le portava avanti, le barche? Mio fratello e mio padre erano in barca e quell'altro fratello, del '900, è stato chiamato anche lui; ma lui, è stato chiamato alla fine e non ha neanche partecipato alla guerra.
Nel 1919 siamo venuti a casa. Laggiù ho fatto in tempo ad andare a scuola, là a Teramo, mentre a Montorio sul Vomàno andavo all'asilo. Davanti alla nostra casa c'era l'asilo e la caserma dei carabinieri. Eravamo in una famiglia composta da una donna sola, vedova, non so. Eravamo in casa con lei, stavamo bene però, avevamo il sussidio. A Teramo ho fatto la prima elementare.
D. Come si trovava con gli altri bambini che parlavano un'altra lingua?
R. Eh, se parlano l'abruzzese non li capisci mica ... ma ci capivamo. Ci si capisce tutti, si parlava italiano ... ma qualche parola in dialetto scappava ... però ho parlato poco l'italiano, anche da militare, con tutti "i generali"...

Michele Scagnetto, Codroipo (UD)

Nato il 24 novembre 1908

Nastro 1998/2 - Lato B                        16 febbraio 1998
    
I tedeschi mi hanno buttato a terra e mi hanno portato via il pane e dopo è arrivato fin qua uno [...].
Quando sono arrivati i tedeschi sono scappate due mie sorelle. Sono andate a Prato e vivono ancora a Prato. Una è del 1905 (Maria) e l'altra è dell'11 (Anna). Sono scappate con altra gente, poi là a Prato hanno trovato lavoro nel tessile, poi hanno trovato marito e adesso sono vedove, tutte due.
Io sono rimasto qua con mia mamma, Santa Toso. Il papà, Angelo - che ha lo stesso nome di mio figlio che lavora con le moto - era militare sul Trentino. Le due sorelle se ne sono andate via.
D. Come mai le sue sorelle sono scappate e lei no?
R. Sono scappate senza dir niente. C'era tanta gente che scappava e loro sono andate con una famiglia di qua...

Il posto in cui viene registrata l'intervista (e dove il figlio ha l'officina di moto), si chiamava all'epoca il cortile Scagnetto, proprio in centro a Codroipo.

Io e mia mamma siamo andati fino a Beano, insieme, sfollati. Siamo stati via tre giorni in una casa di contadini. Dopo siamo tornati a casa; abbiamo trovato la casa in disordine e siamo rimasti qua.
Durante l'anno dell'occupazione i tedeschi andavano su e giù, hanno anche fatto delle feste, nel mercato: mangiare crauti e bere.
Siamo andati a Beano perché qua era tutto pieno di sfollati borghesi italiani, provenienti da Udine e da Cividale che cercavano di passare il ponte. Una famiglia si è anche fermata nel nostro cortile con un carretto. Erano in quattro cinque persone e un maiale; poi hanno lasciato qua il carretto e sono partiti con il cavallo e il maiale. Erano da Udine.
Le sorelle sono andate via senza dir niente, mentre io e mia mamma siamo andati a Beano. Le mie sorelle sono scappate perché scappavano tutti, sono andate via con una certa signora Veronica, di cui non ricordo il cognome e che abitava qua nel nostro "cortile Scagnetto" che ora si chiama vicolo Fassalat. 
Perché qua una volta vi abitavano tutte famiglie con il cognome Scagnetto. Erano operai. Mio padre ad esempio faceva un po' di facchino, un po' di tutto. Poi andava a far mattoni in Germania, in Baviera, prima della guerra. Anche mio nonno ci andava e ci ha perso una mano, stritolata mentre stava pulendo una macchina.
Tornato a casa dalla Germania mio papà è andato in guerra, e si è salvato, ma alla fine della guerra è stato un mese a Trieste, poi è venuto a casa e dopo un mese, un mese e mezzo gli è capitato la diarrea, ma alla fine se l'è cavata.
Quando sono arrivati i tedeschi hanno portato via anche un maiale a mia mamma. Lo tagliavano a pezzi e lo mangiavano crudo così, dalla fame... 
In piazza era pieno di gente, di gente che veniva giù da Udine frammezzo ai militari. I negozi erano tutti spalancati.
Quando siamo tornati da Beano era pieno di porcherie dappertutto. Stracci, di tutto c'era per terra. Di morti ce n'era qualcuno nei negozi, militari italiani.
Quando è finita la guerra erano gli italiani a cavallo che accompagnavano i prigionieri tedeschi. Andavano a piedi fino a Udine, questi prigionieri. Erano straccioni, pieni di fame. Uno cascava da una parte, quell'altro cascava dall'altra e gli italiani li tiravano su.
Non ricordo di sparatorie dentro il paese all'arrivo dei tedeschi (nel '17). Però ricordo che sul campanile c'erano quattro mitraglie di tedeschi ... ma le hanno buttate. So che ne hanno buttati giù quattro di loro, perché noi siamo sotto il campanile che è proprio qua vicino.
Durante l'occupazione, io mi arrangiavo perché andavo dentro nel mercato dove facevano la festa. Dove adesso ci sono i giardini e dove durante l'occupazione non facevano più il mercato, ma ogni tanto facevano una festa per i soldati che dopo andavano al fronte.
Io non ho patito la fame perché andavo a lavare le gavette ai soldati e qualcosa mangiavo. Dopo abbiamo avuto uno qua in cucina che faceva da mangiare [?].
Il prete era cattivo e il sindaco Petris diceva, durante l'occupazione: «Ammazzate il più piccolo e date da mangiare ai grandi». [?] C'era fame!
Non ricordo che siano arrivati profughi da altre parti.
Sono andato a scuola fino alla seconda, poi è arrivata la ritirata e basta là...
Di mestiere ho sempre fatto il meccanico. Un po' sotto padrone e, dopo la guerra, ho messo su l'officina, che è mia, adesso. Ho fatto anche l'autista, sempre per mantenere la famiglia.