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sabato 15 maggio 2010

Aurelia Bozzat, Cordovado (PN)

Nata nel 1907, sposata Infanti, abitante a Gruaro (VE)

Nastro 1998/7 - Lato A                   19 marzo 1998
All'intervista è presente l'informatore Rodolfo Bacchet

All'epoca della ritirata dei tedeschi [...] gli ho fatto la foglia. Non deve essere andato a casa quello. Gli ho dato una tànghera!
Io ho visto la ritirata degli italiani, l'anno prima.
Ho detto "Berto, Berto"  - Papais, mio amico vicino di casa, della mia stessa età - [...] «Berto, Berto [...] corri, corri, andiamo io e te, facciamo la via dei Cigolòt», che è la strada provinciale che va a Porto [gruaro], da Cordovado.
È stato così che siamo andati, noi due bambini. Vediamo passare la fanteria. C'erano di quelli che piangevano e di quelli che cantavano, ma fiàpi [senza forza]. Cantavano "Il Piave mormorò", o forse "Di qua e di là del Piave". Dovevano andare di là del Piave e cantavano quella roba là, ma non tutti.
Dopo, io ero ragazzina, e anche Berto lo era ... e non abbiamo visto i bersaglieri con due ruote in bicicletta! E io «Berto, Berto, i casca», perché era la prima volta che vedevo una bicicletta, una bicicletta verde, non alta. Il bersagliere tutto in grigio, bicicletta grigia e poi aveva il cappello. Tutta una piuma e cantava la sua canzone dei bersaglieri ... e poi ho detto al mio amico Berto che si sentiva cantare lavvìa dove sono le scuole, nella piazza di Cordovado. Cantano ancora, dicevo, ma devono essere di un'altra squadra, non la fanteria, perché quelli cantavano più piano. Così aspettiamo, aspettiamo e infatti ... non vediamo gli alpini! Uno, che deve essere stato il capo, una bella piuma bianca, ma a piedi, a piedi come disertori. Piuma bianca e dopo vediamo che cantavano ... con la piuma nera.
Ho detto al mio amico: «Guarda, Berto, quando sono passati questi qui, andiamo a casa». Dalle 8 fino alle 11 di mattina, due ragazzini, da soli, perché c'era il coprifuoco e non c'era anima viva, siamo andati ... ma nessuno ci ha mandati via, perché nessuno veniva fuori, e così siamo tornati a casa. Perché dopo che sono passati gli alpini non c'era più niente, ci sarà stata un'altra squadra più indietro, non lo so.
Siamo andati a casa e sono andata a dire a mia madre: «Mamma, sono andata a vedere che c'è la ritirata degli italiani, ma non ho ancora visto mio papà, sai ... né io né Berto. Non c'è il papà!»
«No, tuo papà è su a Pertegada, a Latisana», ha detto la mamma.
Poi siamo andati a casa di questo Berto, e [...] ho detto a sua mamma: 
«Ma il papà non l'ho visto!» 
«No - mi ha risposto - lui è a Pertegada» 
«E dov'è questa Pertegada?» 
«E' dalle parti di Latisana ... fa un'altra strada tuo papà».
Allora vado via, torno a casa, e alla mattina ci troviamo invasi, perché gli italiani avevano fatto l'armistizio, la ritirata e l'armistizio, coprifuoco con l'armistizio.
Dopo invece ci troviamo invasi con i tedeschi, "fissi" come un fulmine [tantissimi].
Là davanti a me c'era via Ferrarelli, c'è il Duomo e dopo c'è via Ferrarelli. Vado a prendere l'acqua e trovo questo Giovanni Bot che mi dice: «Guarda che c'è coprifuoco anche questa notte, perché arrivano i tedeschi».
Davanti alla casa mia c'era una casa grande, e là hanno fatto cucina; c'era un reggimento di tedeschi.

[...] Sono andata a carità al mulino di Brussolo, a Stalis, il primo mulino in cui sono andata a chiedere l'elemosina ["a carità"]. Io ero una ragazzina e viene fuori un barbone così, barba bianca, il mulinaio. I giovani erano via, un vecchio ... e là trovo un'altra ragazza che aveva un anno più di me che andava anche lei a carità. E el mulinèr ci ha detto: «Guardate ragazze, vi insegno io un posto, andate per questa strada dritta qui, andate da Rumiero a Bagnarola, dove vi riempiono il sacchetto»
Chiedevo un po' di farina per fare degli zuf (in furlano) o pastariei (in veneto). Si tratta di farina diluita nell'acqua (con sale), tenera, tenera, tenera come il brodo e dopo si metteva nel piatto e sopra vi si versava del latte che faceva una pellicina, due cucchiai di latte ciascuno. [...] Gli zuf erano per marenda al mattino.
Una volta, verso le 11 mia mamma fa la polenta per mangiare a mezzogiorno per noi quattro, tre bambine e lei. Quando la polenta è pronta sentiamo battere la porta. Là c'era un vecchio che aveva 90 anni e io credevo che domandasse qualcosa e aprivo sempre la porta, ma mia madre mi ha detto: 
«No, guarda che devono essere i tedeschi, no!»
«Mamma, può essere Luigi» [il vicino di 90 anni]. 
Invece, quando apro, entra questo tedesco che «ciàpa, tira el gabàn, butame la polenta e portala via». El gaban sarebbe la mantellina, il cappotto che aveva questo soldato. Allora io sono andata al comando, che era come andare da qua ai cancelli. Sono andata là: «Io vorrei il capo, el ser, el caporion». 
Esce uno, chi sa chi sarà stato, e gli ho detto: «Guardi che io ho fatto la polenta ... dovevo farla per mezzogiorno e mangiarla noi quattro, siamo tre sorelle e la mamma, dobbiamo mangiare anche noi ... e quello mi ha portato via tutta la polenta. Polenta che avevo trovato io andando a carità». E questo mi fa: «Vedrà che gli costa cara». [...] 

Nastro 1998/7 - Lato B

Quando sono le due, tornano a battere la porta. Mia mamma mi dice: «Non sta aprire, che c'è il tedesco». Ma io [...] torno ad aprire. Io non avevo paura, e gli ho detto: «Qui non abbiamo mica più polenta, perché noi cosa dobbiamo mangiare?» 
Che vergogna, un tedesco morto da fame! Lazzarone! ... Non guarda sotto la tavola? ... Scosta una sedia (tira na carèga) e ci porta via el porsèl, un porcellino di circa 40 kg che avevamo sotto la tavola.
E mi ciàpa su e via al sìr [e io, prendo su e vado al comando]. Là ci sono sempre dei soldati, ma io dico: «Voglio el sir», e si presenta lo stesso della mattina [...]
«Perché qua siete tutti ladri, voi tedeschi!», gli dico. 
«No, io sono il sir» 
«Ma guardi che quello che stamattina mi ha portato via la polenta adesso mi ha portato via il maiale» ...
Poi io, curiosa, sono andata dietro al casale, e non c'era il mio maiale? Messo allo spiedo, là, bello. 
Ho chiamato il capo: 
«Sir, venga qua» 
«È il mio maiale, quello» 
«Ah, ha fatto anche questo» 
«Eh, voi siete d'accordo, vigliacchi! Siete una razza morta da fame!»
Non basta. Alla mattina del giorno dopo, verso le nove mi tornano a battere, e io non apro; via di corsa in camera. Il tedesco entra e con la sciabola faceva tic e toc sul pagliericcio. Su un angolo ha sentito duro e allora sbrèga, sbrèga con la sciabola ed è venuta fuori la macchina da cucire... 
[Era sempre lo stesso soldato, quello della polenta, che evidentemente si aproffittava della presenza di una donna, sola con tre bambine; quindi probabilmente non aveva la sciabola, ma la baionetta. Difficile che fosse un ufficiale ... ma forse era un cavalleggero. Vedi più avanti]
Allora io torno ancora da questo sir.
«Guardi che quello là mi ha portato via la macchina da cucire e un lenzuolo. Quello là deve fare la dote alla sua fidanzata, ma non ritorna mica in Germania - gli ho detto - con la calma io lo trovo».
«Che nome hai?» 
«Aurelia»
«Orè (non era capace di pronunciare Aurelia) avresti coraggio di ammazzarlo?» .
Mi ha visto piccolina ... ma avevo una lingua! [...]

Così passa un anno. E un giorno Giovanni Bot [un vecchio di Cordovado, orbo, che trasportava ghiaia col cavallo e per quello evidentemente sapeva sempre tutto... ] mi avvisa che la notte ci sarà il coprifuoco perché inizia la ritirata dei tedeschi. Infatti, mi dice Giovanni: 
«Aurelia, domani vanno via e stanotte c'è il coprifuoco. Non andar fuori di casa altrimenti ti portano via.»
«Portano via dove?, gli ho detto, devo ammazzarne uno, io. Deve passare per le mie mani.»
Quando sono le otto vado a vedere fino alla stalla grande dei Segalotto, sulla strada che porta a San Vito [al Tagliamento]. L'anno prima erano gli Italiani che andavano verso Porto(gruaro) e adesso erano i tedeschi che se ne andavano verso San Vito in ritirata.
In fondo alla strada c'era la stalla della famiglia Segalotto. Là era ferma la cavalleria, con tantissimi cavalli ["fissi così"]. Io sono andata in questa stalla, ho passato uno a uno i soldati [prigionieri austriaci] e dentro di me dicevo: «Qua deve saltar fuori», ma lui non c'era.
Finalmente lo vedo venir fuori dalla stalla. Eh, adesso ti ho trovato, gli ho gridato ... e quando ho gridato così lui è venuto avanti mogio mogio e si è messo lungo il muro.
Mi avvicino e vedo che c'è un fucile con una baionetta in canna appoggiato al muro. Piano piano, perché ero lontana cinque sei metri, mi sono avvicinata, ho preso il fucile dalla parte della canna e della baionetta e quando gli sono stata vicino gli ho dato una tànghera con il calcio del fucile sulla testa, così forte che l'orecchia si è staccata quasi del tutto rimanendo appesa solo con la pelle. Con il calcio del fucile, perché se gli avessi dato con la baionetta gli avrei tagliato mezza testa.
Sangue come quando si ammazza un maiale, e urlare... 
«Eh, non muori, no - gli ho detto - non muori, no». 
L'ho accompagnato un po'... e continuava a venir fuori sangue ... allora i tedeschi hanno fatto una portantina e l'hanno portato via in portantina.
Il fatto è successo quando ormai la guerra era finita. I lancieri italiani accompagnavano verso San Vito i tedeschi prigionieri. 
Ero sicura che era lui, ero sicura, come fosse stato mio fratello. [...]

[Aurelia parla un dialetto strettissimo del luogo - terra di confine tra Veneto e Friuli - che al momento dell'intervista mi pareva di capire molto bene e invece al momento della trascrizione mi accorgo che non è così; una difficoltà incredibile a decifrare quanto dice! 24.XI.1999]

Dopo vado ad aprire i ganci dello zaino e trovo la macchina da cucire. 
Mia mamma mi grida «guarda che ci saranno bombe», «guarda che ti ammazzi».
E io «è la macchina, è la macchina!» le gridavo
Prendi, apri lo zaino, prendi il lenzuolo, la macchina è là. Il lenzuolo di canapa filato da mia mamma [...] e sotto c'era tanta altra roba di biancheria. Ma della macchina non potevo sbagliarmi. Prendi su e porta a casa.
Poi sono tornata nuovamente nella stalla dove prima c'erano i tedeschi e vedo una bella "crovatina" piccola [una cavalla di razza croata], poco più di un bel muss. Io le ho fatto, toccandola sulla coda: «Oh, morettina, morettina, crovatina ... ma che bèla, ma che bèla». Lei si è spostata, prendile la cavezza, sposta un altro cavallo grande che le era vicino «i cavalli erano fissi così» [addossati l'uno all'altro] e portala a casa. Quella sì che gliel'ho presa io, ai tedeschi! E quando sono arrivata a casa ho detto a mia mamma: 
«Mamma, guarda che bella cavalla che ho rubato ai tedeschi!» 
«Ma dai, cosa devi farne alla cavalla? Quando viene a casa tuo padre... »  «Compriamo il carretto e andiamo sul campo con la cavalla. Dai, dai, mamma!»
Poi l'ho messa dentro nel recinto [stavolo] delle galline, dove c'era un punèr [pollaio] grande così e io andavo nel mio campo a prenderle l'erba; andavo dentro, la pulivo, le portavo da bere ... ma buona. «Crovatina, ma guarda che bella che sei!»
Tre giorni è stata là dentro. Poi alla sera sono andata a far erba per dargliela alla mattina dopo come merenda, e non la trovo più. E io a piangere, subito a dirlo a mia mamma: «Mi hanno portato via la mia morettina, la mia morettina!» 
Vado a dirlo anche a una vicina di nome Pasqua, che aveva il marito che non era andato in guerra ed era rimasto a casa imboscato: «Mi hanno portato via la mia morettina, la mia morettina!» 
In quello la cavalla ha fatto Eh-i, Eh-i, da dentro il pollaio di Pasqua. Era stato suo marito, l'imboscato, a portarmela via. E la cavalla che mi aveva sentito piangere aveva risposto. 
Allora io mi sono fatta aprire il pollaio dalla padrona di casa [...] e vi trovo la cavallina: «Morettina, i te ga portà via!» ... e lei, invece di mangiare ... leccarmi, baciarmi; questa cavalla!
La porto a casa mia e dopo due giorni me la rubano ancora, sempre lui, il marito di Pasqua Petrass, l'imboscato Giovanni Duz [...]. Io ero andato a prendermela in mezzo ai tedeschi, e lui veniva a rubarmela in casa.
Sempre quella volta che ho ritrovato il tedesco che mi aveva rubato la macchina da cucire, nel suo zaino c'erano anche delle bombe. Io piano piano ho messo le bombe a mano per terra, per potermi prendere la macchina da cucire. Era di marca Singer [lo dice con decisione e orgoglio!], di quelle a mano. Vi lavorava mia mamma, per le necessità della famiglia.
Il lenzuolo era fatto con la canapa nostra, coltivata in casa e sfibrata con una specie di matterello finché diventava morbida. E lavorare, sempre lavorare...

Mi mostra un bossolo da 75 mm. «Me l'ha dato uno di Villanova di Portogruaro».
Vi è scritto «Infanti ricordo». Porta la data 1917.

Mi ricordo che nella ritirata [di Caporetto], quando sono passati gli italiani per Cordovado, entravano nelle cantine e mollavano il vino dalle botti «perché altrimenti i tedeschi si ubriacavano». A casa nostra no, perché eravamo sotani [braccianti], con un campo di terra appena, per la polenta e i fagioli. Poveri. Eravamo poveri. E in famiglia eravamo tre sorelle, papà e mamma, con la macchina da cucire...
Mia sorella più piccola è morta di spagnola, e non hanno neanche suonato le campane, perché le avevano rubate. Ma di spagnola in paese a Cordovado ne sono morti due - tre per casa.
Il Sir, con cui parlavo e denunciavo il furto, diceva di essere triestino: «io sono triestino». Ma dirglielo o non dirglielo, ero lo stesso, perché tanto portavano via tutto.
Il maialino, quando l'hanno portato via e pesava 40 kg sarà stato in maggio-giugno. Il maialino taceva, era buono. Gli si dava da mangiare a lui e a noi. Era sotto la tavola.
Io gli ho detto al Sir: «Se è un triestino, dovrebbe intimorirli i suoi soldati!». Invece lui faceva uguale.
Il soldato che mi aveva rubato la macchina, quando poi l'ho ritrovato ... mi credéa de copàrlo [la mia intenzione era di ammazzarlo].
Solo io mi sono ribellata, in paese. Nessuno che abbia protestato, avevano tutti paura.
Finita la guerra è tornato mio papà, senza baffi.

***

Interviene il marito di Aurelia, Infanti Giuseppe, pure lui classe 1907 [però cinque mesi più giovane della moglie ... vedi più avanti, non trascritto - dopo il racconto della guerra - le avventure al momento di doversi sposare, perché la moglie non voleva sposare uno più giovane di lei]. 
Mi racconta della sua esperienza nella Seconda guerra mondiale.


Sono stato richiamato nel 1943 e stavo per essere inviato in Sardegna, ma il mio capitano non ha voluto e mi ha mandato a Bari e da là a Foggia. Il 15 di agosto avevamo requisito 200 muli. Scappati tutti in seguito a un bombardamento. Ha dovuto intervenire un reggimento di soldati per ritrovarli e poi con i muli sono andato a Gorizia a portarli agli alpini, e vi arrivo al 5 settembre. A Gorizia parlo col capostazione che mi dice che domattina la tradotta parte per Treviso. Vado a Treviso e da là partiamo per Bressanone, dove restiamo fermi una giornata. Dopo, io potevo venire a casa, invece mi hanno portato a Fortezza. Poi sono tornato indietro, ma all'una del mattino i tedeschi mi hanno fatto prigioniero. Da là a Limburgo, campo di concentramento per otto giorni. Dopo sono andato a Mannheim dove ho fatto 9 mesi, a lavorare ... e là c'erano anche dei prigionieri francesi.
Dopo 9 mesi sono stato a Strasburgo, in Francia, a lavorare in una cartiera. Io avevo una mia parente da Bagnarola che era là in Francia, a 17 km di distanza, e ci ho messo un mucchio di tempo per rintracciarla, tanto che i miei compagni di prigionia ormai dicevano i ga copà el vecio.
Dopo arriva l'armistizio e, vestito da tedesco (non avevo altro), vado dai miei parenti. Arrivano gli americani ... e loro a dirgli che ero un italiano, e gli americani: no! Mi caricano in una gip e sono rimasto quattro ore rinchiuso in un gabinetto. Dopo le quattro ore mi hanno chiamato. È venuto un capitano di origine italiana, da San Donà, e allora mi hanno lasciato libero.
Sono andato alla Croce Rossa a Parigi e da là mi hanno portato a Como, dove sono rimasto 8 giorni. Poi sono venuto a casa.

Abbiamo avuto due figli, uno nel 1932 e uno nel 1938 ... e lavorare come una mussa, dice Aurelia. Due anni ho mandato avanti io la baracca, quando lui era in guerra. Sono venuti qua i partigiani e mi hanno battuto [trebbiato] il frumento. [...] 

Nastro 1998/8 - Lato A

Poco dopo sono arrivati i carabinieri e mi convocano in caserma, accusandomi di aver nascosto il frumento per far mercato nero. [...]

Racconta le sue peripezie in caserma, riguardo a questo frumento. Durante l'ultimo periodo della seconda guerra mondiale - Nastro da trascrivere fino al minuto 6:22 ... poi
D. Volevo chiederle della 1GM - C'erano altre persone che venivano da fuori, dal Piave... a chiedere la carità nei vostri paesi (loro dicevano "Alle Basse")?
R. Non ho visto nessun'anima viva...
7:48 FINE









giovedì 13 maggio 2010

Michele Scagnetto, Codroipo (UD)

Nato il 24 novembre 1908

Nastro 1998/2 - Lato B                        16 febbraio 1998
    
I tedeschi mi hanno buttato a terra e mi hanno portato via il pane e dopo è arrivato fin qua uno [...].
Quando sono arrivati i tedeschi sono scappate due mie sorelle. Sono andate a Prato e vivono ancora a Prato. Una è del 1905 (Maria) e l'altra è dell'11 (Anna). Sono scappate con altra gente, poi là a Prato hanno trovato lavoro nel tessile, poi hanno trovato marito e adesso sono vedove, tutte due.
Io sono rimasto qua con mia mamma, Santa Toso. Il papà, Angelo - che ha lo stesso nome di mio figlio che lavora con le moto - era militare sul Trentino. Le due sorelle se ne sono andate via.
D. Come mai le sue sorelle sono scappate e lei no?
R. Sono scappate senza dir niente. C'era tanta gente che scappava e loro sono andate con una famiglia di qua...

Il posto in cui viene registrata l'intervista (e dove il figlio ha l'officina di moto), si chiamava all'epoca il cortile Scagnetto, proprio in centro a Codroipo.

Io e mia mamma siamo andati fino a Beano, insieme, sfollati. Siamo stati via tre giorni in una casa di contadini. Dopo siamo tornati a casa; abbiamo trovato la casa in disordine e siamo rimasti qua.
Durante l'anno dell'occupazione i tedeschi andavano su e giù, hanno anche fatto delle feste, nel mercato: mangiare crauti e bere.
Siamo andati a Beano perché qua era tutto pieno di sfollati borghesi italiani, provenienti da Udine e da Cividale che cercavano di passare il ponte. Una famiglia si è anche fermata nel nostro cortile con un carretto. Erano in quattro cinque persone e un maiale; poi hanno lasciato qua il carretto e sono partiti con il cavallo e il maiale. Erano da Udine.
Le sorelle sono andate via senza dir niente, mentre io e mia mamma siamo andati a Beano. Le mie sorelle sono scappate perché scappavano tutti, sono andate via con una certa signora Veronica, di cui non ricordo il cognome e che abitava qua nel nostro "cortile Scagnetto" che ora si chiama vicolo Fassalat. 
Perché qua una volta vi abitavano tutte famiglie con il cognome Scagnetto. Erano operai. Mio padre ad esempio faceva un po' di facchino, un po' di tutto. Poi andava a far mattoni in Germania, in Baviera, prima della guerra. Anche mio nonno ci andava e ci ha perso una mano, stritolata mentre stava pulendo una macchina.
Tornato a casa dalla Germania mio papà è andato in guerra, e si è salvato, ma alla fine della guerra è stato un mese a Trieste, poi è venuto a casa e dopo un mese, un mese e mezzo gli è capitato la diarrea, ma alla fine se l'è cavata.
Quando sono arrivati i tedeschi hanno portato via anche un maiale a mia mamma. Lo tagliavano a pezzi e lo mangiavano crudo così, dalla fame... 
In piazza era pieno di gente, di gente che veniva giù da Udine frammezzo ai militari. I negozi erano tutti spalancati.
Quando siamo tornati da Beano era pieno di porcherie dappertutto. Stracci, di tutto c'era per terra. Di morti ce n'era qualcuno nei negozi, militari italiani.
Quando è finita la guerra erano gli italiani a cavallo che accompagnavano i prigionieri tedeschi. Andavano a piedi fino a Udine, questi prigionieri. Erano straccioni, pieni di fame. Uno cascava da una parte, quell'altro cascava dall'altra e gli italiani li tiravano su.
Non ricordo di sparatorie dentro il paese all'arrivo dei tedeschi (nel '17). Però ricordo che sul campanile c'erano quattro mitraglie di tedeschi ... ma le hanno buttate. So che ne hanno buttati giù quattro di loro, perché noi siamo sotto il campanile che è proprio qua vicino.
Durante l'occupazione, io mi arrangiavo perché andavo dentro nel mercato dove facevano la festa. Dove adesso ci sono i giardini e dove durante l'occupazione non facevano più il mercato, ma ogni tanto facevano una festa per i soldati che dopo andavano al fronte.
Io non ho patito la fame perché andavo a lavare le gavette ai soldati e qualcosa mangiavo. Dopo abbiamo avuto uno qua in cucina che faceva da mangiare [?].
Il prete era cattivo e il sindaco Petris diceva, durante l'occupazione: «Ammazzate il più piccolo e date da mangiare ai grandi». [?] C'era fame!
Non ricordo che siano arrivati profughi da altre parti.
Sono andato a scuola fino alla seconda, poi è arrivata la ritirata e basta là...
Di mestiere ho sempre fatto il meccanico. Un po' sotto padrone e, dopo la guerra, ho messo su l'officina, che è mia, adesso. Ho fatto anche l'autista, sempre per mantenere la famiglia.

mercoledì 12 maggio 2010

Antonia Coran, Lovadina (TV)

Nata nel 1910.

Nastro 1994/3 - Lato A                      21 aprile 1994
    
Sono figlia di Giuseppe Coran, originario dal Friuli. 
Mio padre da giovane faceva il servitore in una famiglia di contadini di Lovadina dove ormai era diventato di casa e dove ha vissuto anche un po' di tempo appena sposato, tanto che i figli del padrone lo chiamavano "zio Bepi" in segno di rispetto. Ma da grande mio papà è andato tanto a lavorare all'estero.
Era servitore nella famiglia dei Pol. Ci sono in vita ancora i figli, di quella famiglia: Pol Giuseppe, di Lovadina, detto Bepi Brosa... I Pol a Lovadina sono tutti con soprannome Brosa, oppure Brosét, Brosàt.
Mio padre si è sposato con una ragazza di Lovadina, Teresina Doro, quando era già vedovo ed aveva un figlio di circa cinque anni che si chiamava Mario (classe 1899, che ha partecipato alla guerra ed è stato ferito a una mano, rimanendo mutilato. Prendeva una pensione).
Dal nuovo matrimonio è nato per primo Piero, nel  1907.
Nel frattempo mio papà aveva trovato lavoro in stabiimento a Spresian. Ma poi è andato tanto all'estero, Francia, Germania e anche in Italia; sempre come operaio. Più precisamente molto spesso andava a lavorare nei boschi a tagliare legna. Prendevano [in appalto] dei lotti di bosco e mia madre lo pregava sempre: «Quando fai il passaporto, fallo per tutta la famiglia, non lasciarmi qua a casa con i figli». Gli uomini del paese, ma anche di Spresiano, organizzavano una squadra e andavano in un posto in cui sapevano che avrebbero trovato questo lavoro; forse c'era o c'era stato qualcuno, all'inizio, che li aveva avvertiti e informati. Qualcuno di questi emigranti è poi rimasto in Francia.
Mio padre andava via in Francia negli anni '20, quando io avevo 13 anni. Mia madre preparava la roba per il viaggio e gliela metteva nei sacchi. Mio padre è andato anche a lavorare un anno in Sardegna, ma non ricorda più a far cosa.
Aveva il soprannome di Bepi Ciri, soprannome che hanno preso tutti in famiglia, tranne mia madre, che è rimasta sempre Teresina Doro.
Abitavamo in paese a Lovadina, dopo la piazza, in Borgo Mas. La nostra casa è stata bombardata durante la guerra e al posto della casa ci hanno dato una baracca. Dopo siamo andati ad abitare nella casa in cui era nata la mamma.
Mi ricordo di quando siamo scappati. Pioveva sempre; tutti erano in subbuglio e il palazzo in cui abitavamo, el palazo de Scabèl [Scabello] era stato bombardato.
Erano diversi giorni che si era come in allarme per scampar via. Tanti erano già scappati. Mia mamma aveva appena comprato un porzeét picinin [porcellino piccolo] da mio santolo - suo compare - da cui lo comprava ogni anno. Quella volta erano due tre giorni che l'aveva comprato quando hanno deciso di andare via. Ormai mio padre e un fratello di mia madre dicevano ndémo via, via, via! anche perché mia zia aveva tre figli piccoli; così siamo andati via.
Ci siamo fermati a Catena, in una famiglia di contadini dove siamo rimasti pochi giorni. Poi mia mamma è ritornata a casa con questo suo fratello a prendere della roba e dopo abbiamo cominciato l'avventura di partire. 
Il porcellino era stato nel frattempo riportato indietro al santolo, che era un Casagrande e abitava "in campagna" (sempre a Lovadina) in località i Castèi, sulla strada che va a Treviso. Riportato indietro il porcellino, ma il santolo non lo voleva. Ma cosa doveva fare mia madre con questo porcellino? Alla fine glielo ha lasciato là lo stesso, anche senza ricevere soldi.
Siamo andati via da Lovadina con la mussa, de me barba [zio] Giovanni, fino a Carità. Da Carità siamo arrivati alla stazione di Treviso.
Avevamo portato via un po' di fagotti e un po' da mangiare, anche della farina. Avevamo ammazzato delle galline che poi fra l'altro i soldati ce le hanno anche rubate. Ce ne siamo accorti quando da Catena siamo tornati indietro a riprenderci della roba, anche da vestire, e riportare il maialino. Anche in casa erano già andati a rubare, ma non i militari, ma gente del paese che era passata a rubare...
Siamo rimasti a Catena di Villorba in una casa di contadini per qualche giorno. Si dormiva nella stalla o nel fienile. In quella casa eravamo solo noi; nelle case vicine c'erano anche altri del paese o profughi provenienti da altre zone. Ci hanno trattato bene, mi ricordo.
In paese a Lovadina sono rimaste abbastanza persone ... qualcuno perché voleva rubare, o perché non voleva andare via. Non so se il parroco sia scappato.
Una sorella di mia madre abitava a Fioccardo, vicino a Torino e siccome questa zia era morta, mia madre diceva: «Se dobbiamo andare in un'altra città, facciamo in modo di arrivare a Torino dove ci sono i nipoti». Tanto ha fatto e brigato che è riuscita ad andare a Torino. Ed è stata fortunata, perché sono stati in pochissimi quelli che sono riusciti ad andare a Torino.
Da Catena alla stazione di Treviso siamo andati con la mussa del barba, che poi ha dovuto ritornare indietro perché sia lui che mio papà erano militarizzati. Mio papà era con le segherie di Spresiano ed è stato costretto ad andare a Bergamo. [...]
Col treno siamo arrivati dopo molto tempo a Milano, e da Milano volevano mandarci in Bassa Italia. Era un treno merci, ed era strapieno di profughi. 
Quando eravamo alla stazione di Milano ... nei corridoi, come le bestie, con questi fagotti! Eravamo arrivati a Milano con tante peripezie, fermi in mezzo alla campagna nei rettilinei, scesi e risaliti nei vari treni. Siamo arrivati a Milano dopo vari giorni, mangiando qualcosa che ci eravamo portati via e qualcosa che ci davano, specie a noi che eravamo bambini.
A Milano ci hanno sistemati in una specie di capannone, così lo ricordo, e là c'era anche mio nonno (il papà di mia mamma) che era arrivato con un altro treno.
A Milano mia zia aveva una bambina piccola che stava poco bene ... forse volevano mandarci a Bergamo... ma mia mamma aveva il pallino di andare a Torino. E siccome la bambina stava poco bene mia mamma ha chiesto al custode di poter andar fuori, in farmacia a prendere qualcosa per la bambina ... e da là - essendo già stata a Torino - [quindi l'episodio si riferisce a quando già si trovavano a Torino] invece che andare in farmacia ha preso il tram che già conosceva bene ed è andata a Fioccardo dai nipoti che così hanno dato la garanzia che potevano ospitarla, condizione indispensabile per restare a Torino.
A Milano, in questa specie di capannone, noi eravamo da una parte e il nonno era da un'altra, ma non lo sapevamo. Anche mio papà era là a Milano, ma in un altro posto ancora.
Una mattina mio nonno era ancora a letto, perché era vecchio e stava poco bene e ha gridato: «Osta dell'osta seré che a porta che se sente fredo» e mio papà si è detto: «Ma quello dev'essere mio suocero». Infatti era lui. Il papà ha aperto un po' di più la porta per sentire meglio da dove veniva la voce e così si sono ritrovati.
Ricordo tanta confusione, in questi treni, e il fatto che dovevamo essere mandati a Bergamo. Ma mia madre voleva andare a Torino, e infatti ci è riuscita.
Da Fioccardo (vicino a Cavoreto) mia cugina più vecchia è arrivata alla stazione di Torino a testimoniare che ci avrebbe alloggiati e così ci hanno lasciato a Torino e siamo andati a Fioccardo in casa di questi cugini che erano da soli (la ragazza e un suo fratello); il padre era militare. In qualche maniera ci hanno alloggiati e là siamo rimasti per tutto il tempo della guerra.
Noi ragazzi si andava a scuola e mia madre andava a fare qualche mastel a qualche siora [lavare la biancheria di qualche signora]. Si andava nel bosco a fare fascine di legna, a rubarle, e poi anche a venderle; quelle che non si bruciavano, si vendevano. Cosa si doveva fare?
E poi mia madre sapeva andare per gli uffici, per il sussidio, per qualche coperta, le tessere del pane. Faceva tutto lei, per noi e per mia zia. Era brava.
Osta dell'osta era l'imprecazione di mio nonno ... non diceva mica una bestemmia!
Quando mio fratello più vecchio, Mario, è stato ferito alla mano, la mamma tanto ha fatto e brigato per gli uffici che è venuto a fare la convalescenza a Torino e non è più ritornato in guerra.
Io e mio fratello Piero siamo andati a scuola a Cavoretto. Mio papà e me barba hanno trovato lavoro là vicino, dove c'era una segheria. Ma dopo la guerra hanno voluto venire a casa; a tutti i costi ritornare a Lovadina.
Mi ricordo che quando siamo ritornati a Lovadina, era primavera. C'era un sole che me inorbiva i oci e me ricordo che ghi n'era altro che sassi e tera par a strada, tuti muci de sassi, case in tera...
Mio padre era già ritornato nel frattempo, perché avevamo un po' di terra davanti a casa e là si era fatto mettere la baracca. Una volta che era pronta la baracca mia mamma ha dovuto lasciare Torino... Pianti e sospiri, ma no ghe xe sta santi!. Mia mamma sarebbe stata più volentieri a Torino, perché i figli potevano finire la scuola, il figlio mutilato avrebbe trovato un lavoro ... invece a Lovadina ha dovuto andare nello stabilimento di Spresiano a lavorare [...]
Siamo ritornati a casa in treno, un viaggio molto meglio che all'andata. È venuto a prenderci il barba con una cavalla "roana" che gliel'avevano lasciata i militari e con una carrettina. Aveva avuto la cavalla perché nella sua casa c'era il comando militare (in località Barcador). La casa non era stata colpita e fino a non molto tempo fa c'era anche lo stemma del comando che vi aveva alloggiato. La casa è ancora in piedi, ma è stata rinnovata e lo stemma è stato cancellato.
Mi ricordo che quando siamo tornati, nei primi giorni, c'erano altro che macerie e sole. Una roba impossibile. 
Mia mamma quanti pianti, pòra creatura, su sta baraca. Con la stufa che fumava come il demonio ... e tanto poveri che non sapeva come fare ad andare avanti. Perché mio papà non lavorava, non prendeva niente ... e tanta miseria. 
Quanti pianti che ha fatto per essere ritornata a Lovadina!
Prima che riprendesse il lavoro mio papà ha dovuto aspettare tanto tempo. Andava a fare qualcosa dai contadini, che magari gli davano un po' di farina, un po' di latte, un po' di formaggio. Tanta miseria. I primi anni dopo la guerra è stata tanto dura.
Poi hanno riaperto le scuole e siamo andati a scuola, io e mio fratello più piccolo. Ma i primi tempi era proprio una desolazione, un paese distrutto. Tante case erano in piedi, ma era tanto danneggiato, tanto bombardato. Anche per la chiesa all'inizio c'era una baracca. Poi hanno riparato la chiesa.
Mio papà un po' alla volta è tornato a lavorare in stabilimento. 
A Torino invece si stava benissimo: mio padre lavorava; per mio fratello mutilato mia madre aveva fatto tutte le pratiche perché venisse assunto in qualche ufficio magari come usciere o portiere.
Ma mio padre e il fratello di mia madre hanno invece voluto ritornare a casa. Parché bisognava vegnér Lovadina. Per vedere quanti sassi erano andati in terra.
Noi bambini ci trovavamo bene a Fioccardo, con la gente del posto e anche con altri profughi. Vicino a noi c'era una famiglia da Asiago e un ragazzo dei loro era grande, e andava a legna con mia madre sui boschi e poi la portavano a casa e vendevano anche qualche fascina ai siori del posto. Quelli del paese stavano bene, non erano mica come noi ... e poi mia madre andava in un'osteria che era là vicino: 'ndava a far el mastel, a lavar e botiglie. Era un'osteria alla fermata del tram.
Mia madre, negli uffici, tutto quello che ha chiesto ha ottenuto, per lei e per mia zia.

[Un altro anziano del paese Bepi Matiuzzo, delle ferramenta di Lovadina, può raccontarle meglio].

Mia madre ritornata a Lovadina si è "trovata persa". Perché suo marito a Torino aveva un lavoro...
Mia madre è morta a 72 anni e mio padre a 75 (tre anni dopo). Erano entrambi del 1874.

martedì 4 maggio 2010

Incontro con Juri Pietro

Nato nel 1926 in Borgo di Sopra, Orsària di Premariacco (UD).

Nastro 1998/17 - Lato A                        15 ottobre 1998

[...] Siamo nel bar della località Lepróso, in comune di Premariacco, vicino alla discesa che porta al bellissimo ponte sul Natisone e stiamo per recarci da un testimone che ha più di 90 anni [Geminiano Pizzoni], segnalatomi dal sig. Juri. 

Un tempo al posto del ponte c'era una passerella su corde d'acciaio e la strada era un sentiero, poco più. [...]
Prima del '17, lungo il Natisone, due km sotto a dove ci troviamo ... c'era la base degli arditi, che venivano qua ad Orsaria, nell'osteria che c'era sulla curva. Ordinavano da bere e poi invece di pagare tiravano fuori una bomba a mano e qualche volta toglievano anche la sicura...
C'erano due aeroporti qua vicino: uno in località Les brìches [?] e l'altro era là vicino. Adesso per arrivarci ci sono stradine che passano per un po' di bosco.
Mia mamma Ines Móntina, nata 1903, era una maestra e abitava in Borgo di Sopra n. 7. 
Dopo Caporetto son venuti i tedeschi. Son arrivati là, han trovato il porcile con la scrofa e i porcellini e li hanno cotti nella liscivaia, e man mano che cuocevano bevevano il brodo. Son morti non so se uno o due. Però diceva che era successo in moltissime parti. Bevevano il grasso del maiale, il sego, il lardo sciolto. Mia mamma è rimasta in paese durante l'invasione...
D. E' vero che venivano violentate le ragazze?
R. Quello là non me l'ha mai detto, ma questo è normale in tutti gli eserciti. Dove c'è l'ubriaco, succede, perché normalmente se uno è in piedi non fa quelle cose. E in tempo di guerra si fa di tutto. Comunque mia mamma non ha mai nominato di violenze sulle ragazze e sulle donne.
Mio padre in quei giorni era sull'altopiano della Bainsizza e durante la ritirata è finito a Padova; era del Genio minatori, era a far gallerie. Le prime gallerie le ha fatte là, di fronte a Gorizia, sull'Isonzo, dalla nostra parte. Da là è andato sul Sabotino e dal Sabotino l'han mandato sulla Bainsizza. 
Là - mi ha raccontato e volevamo andar a vedere - che un giorno che c'era un bombardamento furiosissimo, dev'essere stato forse nei tempi della ritirata, sono andati dietro a un grande masso in cinque di loro e ... una granata qua e una granata là ... se adesso è caduta là, non ricade più nello stesso posto ... e lui ha detto «io vado via altrimenti qua ci fanno fuori». È scappato, lui e un altro, mentre in tre sono rimasti là. È arrivata una granata dietro il sasso, li ha presi sotto e ha detto che quelli sono ancora là sotto. Voleva portarmi a vedere dov'era e ... oggi no, domani no... 
Mio padre era del 1882, 1° aprile - e noi gli facevamo sempre degli scherzi. Aveva quasi quarant'anni quando ha fatto la guerra. [...]

Juri mi porta a vedere i luoghi in cui c'erano i due campi di aviazione la cui struttura permaneva anche dopo la guerra.

Io ero bambino, avevo la nonna a Orsaria e si veniva qua da bambini. Mia mamma aveva amiche a Ipplis che è un paesino subito di là.
La nostra una volta era una famiglia che stava bene, avevamo fornaci di mattoni, perché le colline qua attorno sono tutte di argilla...

Con Juri, in auto, facciamo il periplo del campo d'aviazione della prima guerra mondiale, a Leproso di Orsaria ... La località in cui si trovava il campo d'aviazione è alla base dell'anfiteatro collinare-montuoso che circonda Cividale; un posto ideale per lo scopo. [Considerazioni mie]. Premariacco è a 4 km, Cividale a 8 km, Udine 18 km, Manzano 5 km. Si corre in mezzo a tante piccole fabbriche ... e ai tanti prati ancora superstiti. Il campo d'aviazione infatti si trovava tra i prati.
Ci fermiamo in un ponte sul Natisone chiamato il «ponte romano». La base è del ponte militare esistente durante la guerra. L'altezza sul pelo d'acqua è di dieci metri. Rocce, alberi che si fermano sul greto e sui pilastri ... posto splendido anche se con un traffico ininterrotto.

giovedì 29 aprile 2010

Intervista a Rosaria Crùcil

Nata il 9 settembre 1912 a Loch di Pulfero (UD).

Nastro 1996/24 - Lato B             10 ottobre 1996       Ascolta l'AUDIO INTEGRALE originale     

    

Rosaria Crucil
 Brano selezionato 
Qua c'erano tutti i baracconi, erano i soldati nostri ... e poi, quando siamo andati via, che ci hanno mandati via profughi - siamo stati a Somma Vesuviana - tutto un fuoco, tutto un fuoco! Avevano acceso tutti baracconi; tutte le baracche hanno bruciato, oh quanto si piangeva noi bambini ... perché ci davano le carote, ci davano i fichi. I soldati qualcheduni erano buoni, qualcheduni erano anche cattivi e ci mandavano via, ci picchiavano; qualcuno poi ci chiamava ... i fichi e le carote, insomma tutte quelle robe, per noi era... 
Ci hanno portati via ... il papà ci ha portato col carro fino al Tagliamento, col bue e con la mucca e un po' di roba, di sacchi. Tutta la gente del paese, quella che poteva, perché certi sono rimasti, e certi sono andati via, diverse famiglie sono rimaste.
Ci hanno scaricati, e il papà doveva lasciare le bestie e andare via. Le nostre bestie ha dovuto lasciarle là, perché ... han dovuto lasciare tutte le bestie e tutta la roba, tutto quanto, soltanto noi ci hanno fatto passare insomma. Non so su che ponte del Tagliamento siamo passati, non vorrei dire una cosa che non so.
D. Come era la strada fino al Tagliamento?
R. Era bella la strada. C'era tanta gente che andava fuori. Noi siamo stati quasi fra i primi a partire, perché qua ci hanno mandato subito via quando hanno sentito che dovevano entrare dentro, e allora ci hanno mandati via...
02:20 Hanno bruciato tutte le baracche, tutte. Oh che fuoco che era giù di là! E noi bambini si piangeva sul carro, ci dispiaceva per le nostre cose ... perché ci davano fichi, ci davano carote, ci davano ... quelle robe che davano ai bambini, bagigi.
Io non ho fatto tempo a prendermi niente per il viaggio. La mamma poi ha messo tutto in un sacco quello che era bisogno per cambiarsi, e poi è rimasto là, il sacco, sul carro. 
Siamo venuti giù e ci hanno mandato a Somma Vesuviana. Il treno l'abbiamo preso subito dopo passato il ponte, che era pronto là; siamo andati col treno, quello dei soldati, la tradotta.

Nastro 1996/25 - Lato A                       10 ottobre 1996

04:47 D. Facevate davvero anche una volta le gubane? [la signora Crucil mi è stata segnalata dai titolari del negozio-laboratorio artigianale di gubane di Loch di Pulfero].
R. Sì, sì. Sempre si facevano a Pasqua, a Natale, quando si aveva voglia di mangiarla. Una ricetta delle mamme, delle nonne; era proprio una tradizione. Tutti facevano una volta le gubane in casa. Poi hanno fatto il forno e allora tutti approfittano e la prendono là nel forno, così non devono né lavorare né andare a spese, prendere spese in giro, la roba ... è tutto pronto là.
D. Loch di Pulfero, una volta era un comune di lingua slovena oppure parlavate sempre italiano?
R. Parlavamo slavo, parlavamo slavo, tempi addietro ... poi abbiamo cominciato a parlare in italiano.
D. E adesso non sapete più parlare in sloveno?
R. Sì, che sappiamo parlare.
D. Quindi se andate di là vi capite, sapete parlare...
R. Ma noi con quelli lassù non ci troviamo, perché loro parlano la lingua madre e noi si parla una lingua bastarda, un dialetto. Ci sono tutte le parole slave, furlane, italiane; è una mistura, e neanche ci capiamo con quelli lassù, perché loro parlano più la lingua madre.
D. È solo per la lingua o è perché non andate d'accordo come persone?
R. No, no ... come, persone? Perché, si va d'accordo! La lingua, è...
A me hanno messo due nomi, uno Rosaria, uno Ada. Di cognome sono Crùcil, di mestiere sono casalinga e contadina. Mi sono sposata e dopo un anno di matrimonio sono rimasta vedova con una bambina di tre mesi. Ho dovuto lavorare e fare. Mio marito è morto di otite ... si vede che da piccolino pastrocchiavano una volta, in casa, come pastrocchiavano ... e dopo gli è venuta; e poi da otite che aveva è morto di meningite. Aveva 27 anni; sono sessantadue anni che sono vedova.
[La casa è bella restaurata]: ci hanno anche aiutato dopo il terremoto, ma è sempre la stessa casa, sempre la stessa casa; soltanto fuori non era fatta così, era più sassi, e dopo abbiamo imbiancato, abbiamo avuto un contributo. 
D. Buono?
R. Non tanto buono, ma insomma un poco ci hanno aiutato. Col tenere da conto di quello là e ancora con un po' del nostro abbiamo fatto...
D. Ritornando al primo giorno, che siete partiti, chi è venuto a mandarvi via?
R. Nessuno... uno del comune è venuto e ha detto che dovete andare fuori perché è pericoloso, è molto sui confini. Qua siamo a pochi chilometri dal confine. È venuto proprio uno inviato dal comune di Pulfero, io adesso non so chi fosse, perché ero piccola e non so tutti i dettagli. Siamo partiti che era di mattina.
D. C'era già movimento di gente, di soldati che passavano ... si ricorda?
R. Sì. Scappavano e andavano su. Ce n'erano anche che andavano su; andavano a piedi, con i muli, con le "bare", con quelle robe là. Chi aveva macchine!
D. Di gente, di civili, voi eravate i primi a muovervi, ad andar via?
09:47 R. Sì, i primi, perché si era proprio sul confine. E anche quelli di Stupizza sono andati via, ma là a Stupizza sono tanti rimasti, più di qua. Qua sono rimasti un tre famiglie, invece lassù sono rimaste diverse famiglie.
D. E come mai; potevano rimanere?
R. Si, potevano rimanere, ma, cosa vuole, hanno provato di tutto ... li hanno maltrattati. Quando sono venuti giù i tedeschi ammazzavano i maiali, ammazzavano mucche ... quello che trovavano. Facevano altro che ammazzare, e star zitti e non dire niente.
D. E di voi, qua, del paese di Loch, quanti sono rimasti?
R. Due famiglie. Erano i Manzini (Luigi), qua dietro. E poi è rimasto un altro, come si chiamava ... non saprei dirlo.
Noi in stalla avevamo due mucche e un bue... Una l'ha lasciata in stalla e di quella mucca che la metteva nel carro col bue, l'ha messa al carro col bue.
Per la mucca rimasta mio papà ha detto a Manzini Luigi di darle un'occhiata. E ha detto Luigi che quella mucca che è andata col papà giù al Tagliamento è venuta su da sola ed è andata nella stalla, da sola. Poi sono venuti i tedeschi e volevano portarla fuori. La vacca non voleva andare fuori e l'hanno ammazzata là, nella stalla. Si chiamava Parigina; era di razza ... era di manto rossiccio, insomma di quelle mucche non di un pelo solo, rossiccia e cenere, così. Aveva qualche anno. 
I tedeschi, al Tagliamento, han preso tutte le bestie che potevano prendere e le hanno portate su di qua, e quando è passata per il paese la mucca si è ricordata dove stava ed è andata nella stalla. 
Volevano mandarla fuori, che andasse con le altre, ma lei non voleva andare, allora l'hanno ammazzata là in stalla. Dell'altra mucca che era rimasta in stalla non so che fine abbia fatto. E il bue? L'avranno ammazzato laggiù; quello là era grande e grosso e non abbiamo preso neppure un soldo di risarcimento danni...
Tutti gli animali li abbiamo lasciati qua, galline, ecc. Abbiamo portato via un sacco con la roba per cambiarsi, la mamma ha portato via ... perché hanno detto "per due tre giorni", che si stava via due-tre giorni e poi si sarebbe ritornati. 
13:49 Ma poi non siamo ritornati più; siamo rimasti laggiù un anno e sette mesi, a Somma Vesuviana.
D. E come si è trovata là?
R. Noi coi bambini sì ... anche con la gente, ci volevano tutti bene. Ci volevano bene, non ci maltrattavano. E poi c'erano tanti friulani. Non si andava con i napoletani laggiù; eravamo sempre noi della nostra parte, però si parlava anche con gli altri bambini. Ma noi, per giocare, per fare, si era coi nostri...
Là sono anche andata all'asilo, erano suore e una maestra.
Per mangiare la mamma preparava come qua. Comperavano, ci davano il sussidio. Si comperava e come qua, le mamme facevano. C'era farina da polenta. Avevamo il paiolo per fare la polenta; si sono arrangiate, no!
Noi eravamo papà, mamma e tre sorelle; io ero la media. Il papà non era militare perché aveva passato gli anni. Era del 1871 e allora lui andava a lavorare nei boschi, così portava casa qualche soldo. Si vede che erano in diversi uomini che si conoscevano e andavano sotto un napoletano a lavorare; però gli voleva tanto bene, questo napoletano...
L'altra famiglia che era rimasta a Loch durante l'occupazione era Specogna Antonio, mi sembra...
D. Mi hanno detto che tanto hanno "portato via" [rubato] anche quelli che sono rimasti qua in paese.
R. E beh, senz'altro! Le case erano vuote e gli uomini hanno detto: se devono portare via i tedeschi, è meglio che portiamo via noi. Così quando siamo tornati ... a casa c'erano tutte le finestre con le lamiere, non c'era neanche un vetro. Il fuoco lo facevano in mezzo alla casa, i tedeschi. E mio papà quando è venuto ... la prima cosa è andato a prendere i vetri a Pulfero, Cividale, non so io dov'è andato.
Mobili: niente; lenzuola: niente, niente...
D. E chi li ha portati via? Quelli che venivano giù dalle montagne?
R. Può darsi che erano anche quelli, che portavano via. Può darsi che anche i tedeschi hanno portato via. Io non so, non so. Insomma non abbiamo portato con noi niente, né lenzuola né niente, soltanto roba per cambiarsi per un due tre giorni...
Quando siamo tornati ci siamo messi a dormire nel fieno, nel maggio del 1919.
D. E la campagna com'era?
R. La campagna era in ordine. Non c'erano trincee. Solo che questi campi qua erano pieni di baracconi ... ma ormai non c'erano neppure più i resti delle baracche. Portato via tutto.
18:29 Niente, non c'era più niente, non c'era più niente. Perché quello che è rimasto l'hanno portato via la gente che era qua.
D. Poi qualcuno ve le avrà date indietro, magari, se ha preso delle lenzuola...
R. Niente, niente. Laggiù ci hanno dato lenzuola, ci hanno dato coperte; laggiù a Somma Vesuviana.
D. Avevate un parroco anche qua a Loch?
R. No, no. Il parroco era a Brischis, e non so dove sia andato a finire. Noi ci siamo trovati senza parroco. Si andava laggiù con quei parroci ... ci trovavamo ... ci volevano bene. Non bisogna dire che ci maltrattavano, ci volevano bene. E volevano più bene ai profughi che ai loro bambini, perché i profughi erano più rispettosi e i loro bambini erano abituati (che) facevano quel che volevano e noi si aveva paura; si era più rispettosi noi che loro. «I profughi sono buoni», dicevano, «i nostri sono cattivi». Non ci maltrattavano, bisogna dire, ci volevano tutti bene.
Non è venuto mai a trovarci nessuno. Siamo sempre rimasti da soli, noi e una mia zia, un'altra famiglia, quella che ha la casa lassù. Si chiamava Giuditta Birtic, anche lei con la famiglia, in cinque ragazzi e lei ... il marito era soldato, non so dove ... e i figli: tre erano maschi e due femmine. Eravamo un gruppo di cugini che ci si trovava tutti in quella villa. Si aveva una stanza per famiglia. Non ricordo chi fosse il padrone di quella villa. Oltre a noi di Loch c'erano altri friulani, ma noi non ci si considerava friulani. 
D. Con i friulani, come vi trovavate?
22:27 R. I furlani sa sono più prepotenti, loro. Si considerano più signori di noi, non so io, non capisco che cosa. Facevano pesare un pochino, si davano più arroganza, comandavano di più. So che erano da sotto Udine, da quelle parti, da giù di là. I loro bambini erano più grandi, ed erano del Friuli: erano più signori di noi! Noi, noi eravamo poveri. Loro sembrava ... se sono più in giù sono più nominati... non so io.
La mucca Parigina, era una meraviglia. Ah, i tedeschi, subito! I maiali, subito. E mangiavano carne cruda e morivano crepati, morivano, i tedeschi. Allora il signore, quello, Luigi, che le ho detto ... (i tedeschi) li han chiusi tutti in una stanza lassù, nel bar. Volevano bruciarli tutti perché dicevano che hanno messo il veleno nelle bestie e per quello morivano. Invece è venuto il dottore e ha detto niente, di no, perché ha detto ... i soldati mangiavano carne cruda, per quello sono morti. Non so che dottore fosse. Volevano bruciare tutta la gente, dentro al bar ... che era rimasto anche quel padrone. Tutta la gente che era rimasta l'hanno chiusa in una stanza e volevano dargli fuoco perché dicevano che avevano dato il veleno alle bestie e ai maiali. Invece i tedeschi non mettevano a bollire o ad arrostire,  mangiavano roba cruda, dalla tanta fame che avevano, e dai tanti giorni che erano senza mangiare. E dalla fame si sono insaccati e sono morti. Lassù i tedeschi non stavano bene per niente; quando sono venuti giù hanno fatto piazza pulita di tutto ... e, sì, sì ... hanno detto che ne sono morti diversi, e quel dottore è venuto e ha salvato tutta la gente. Ha detto andate, andate a casa che voi non avete nessuna colpa.
D. Nessun civile è stato ucciso dai tedeschi, nessuna donna violentata?
R. No, no, non mi risulta.
Sono andati giù al Tagliamento e giù di là, giù al Piave ... e poi quelli che son rimasti qua, qualcuno è rimasto qua, dei tedeschi...

L'intervista è stata utilizzata nel volume IN FUGA DAI TEDESCHI

sabato 17 aprile 2010

Intervista a Geminiano Pizzoni

Nato nel 1905 a Borgo di Sopra di Orsària (Premariacco, UD). Residente a Orsària.

Nastro 1998/17 - Lato A                           15 ottobre 1998

Sono stato uno dei primi a farmi la patente, anche se adesso non mi fido più di correre in auto ... ma la mia patente sarebbe valida fino al 1.1.1999.
Nel '35 ero in Africa e là mi trovavo anche al tempo della Seconda guerra.
Io del 1911 mi ricordo che anche quelli di Orsaria sono andati in Libia; i primi militari che io ho visto sono arrivati qua per andare in Libia nel 1911.

Nel 1915 mi ricordo come adesso che andavo a prendere col carretto e col cavallo.
Mi ricordo il giorno in cui è iniziata la guerra. Sono venuti militari che erano in tutte le case, io abitavo poco lontano da qua, sempre a Orsaria ma in Borgo di Sotto ... per andare a Cerneglons. In casa nostra, nelle stanze, nel granaio ... pieni di militari!

Nastro 1998/17 - Lato B

Mio padrino mi mandava a vendere i giornali a questi soldati, soprattutto il Gazzettino, perché allora non c'era nessuno che vendeva i giornali ... e anche le sigarette. Robe da non credere quanti militari che c'erano, dappertutto ... migliaia e migliaia...
Più che della ritirata io mi ricordo della guerra, quando è cominciata...
Io mi ricordo proprio di quel giorno in cui è cominciata la guerra, il 24 maggio 1915 e sono andato in una casa dove c'erano già dei militari ... perché lo Judrio che era il confine di allora, si trovava a pochi km...
Della ritirata di Caporetto ormai mi sono dimenticato. ( ... )
Venivano in riposo dal fronte, a casa nostra, tutti sporchi, mi ricordo, e stavano qua 15-20 giorni e cambiavano vestiti, si lavavano e poi tornavano via. I vestiti li lavavano loro, sul Natisone. Stavano qua a Orsaria di riposo e poi ritornavano in prima linea. Io ero sempre con loro...

Qualcuno nelle osterie [fra gli arditi, interviene Pietro Juri, 1926, l'informatore] non pagava... ma di solito pagavano...

Dopo Caporetto [ricorda una signora presente all'intervista] ... innanzitutto quando sono arrivati i tedeschi ... uccidevano i maiali, li mettevano a bollire e poi bevevano il grasso ... e stavano male o morivano, in tanti ... [sono molte le testimonianze simili] ... poi i civili del luogo sono stati portati via, internati. Prendevano via tutti gli uomini e i vecchi di casa, anche mio fratello.

Ad Albana, all'inizio della guerra, c'era un ospedale da campo in cui un dottore faceva morire tanti soldati italiani. Per un dito venivano là a medicarsi e morivano ... era austriaco, questo medico, ma non lo sapevano. Magari venivano dal fronte con una ferita da poco ... andavano in ospedale militare ad Albana di Prepotto e morivano [purtroppo la voce della signora è sommersa da quella di Juri e di Pizzoni...]. Queste cose me le raccontava mia mamma, che era del 1892 e che sapeva queste cose...

Ricorda Pizzoni che nel campo d'aviazione, quando potevano, gli aviatori portavano i bambini sugli aerei, a volare...
Quella era veramente guerra, per quelli che erano militari...
Averli visti che venivano giù ... saranno stati trenta quaranta militari ... roba da vergognarsi a vederli. Erano tutti di pantano i vestiti ... ancora attaccato ai vestiti ... un po' di terra un po' di sabbia. Averli visti quando arrivavano dal fronte c'era da piangere, robe da matti, uno che non ha visto non sa, ecco!

Ricorda la signora che la famiglia di Pizzoni era scappata, dopo Caporetto, verso Codroipo, ma sono stati via poco, perché non sono riusciti a passare di là. Sono andati via col carro e coi buoi e dopo sono ritornati. Avevano lasciato a casa una mucca e poi quando sono tornati non l'hanno più trovata: l'aveva un'altra famiglia che era rimasta...  

giovedì 4 marzo 2010

Intervista ad Alceo Bernava

Nato nel 1907 a Pantianicco (UD). Residente a Pantianicco.



Nastro 1998/2 - Lato A                14 febbraio 1998
01:21 Verso il 28-29 di ottobre [1917] non mi pare che piovesse... 
Mio padre in quei giorni era militare e mio nonno faceva il calzolaio. La nostra era una famiglia di piccoli artigiani, con qualche po' di terra appena appena... Eravamo quattro fratelli e una sorella. Mio padre si chiamava Attilio ed era classe 1881, era militare a Modena, dove faceva il capo calzolaio nello stabilimento; lui ha fatto la guerra là. Noi eravamo a casa da soli, con la mamma (matrigna) e il nonno Edoardo (la nonna era morta). Mio padre era rimasto vedovo, mia mamma si chiamava Toppano Gemma e morì quando io avevo 4 anni...
03:43 Noi poi si stava con i tedeschi, quando facevano il rancio ... si andava a domandare se avevano un po' di minestra, perché era miseria, di quella nera...
In quei giorni della ritirata eravamo tranquilli, noi bambini si andava per i campi ... [?]
Quando hanno fatto la ritirata mi ricordo che passavano con i carrettoni, con qualsiasi mezzo per passare il Tagliamento. Non ho visto aerei. Hanno fatto un po' di resistenza a Pozzuolo ... nel mio paese invece i tedeschi sono solo passati e quello che trovavano portavano via tutto. 
05:27 Quando sono venuti qua erano pieni di fame, ammazzavano qualche maiale, lo facevano bollire e dopo "bevevano" il grasso che si era sciolto e più di qualcuno è morto ... Eh, poveretti, morivano così. 
Siamo stati un anno sotto i tedeschi, e non si stava mica male. Si faceva una polenta, chi aveva farina, e si mangiava farina nel latte ... facevano anche il pane, chi poteva ... gli altri miseria, però! In casa nostra era un po' di fame, ma nessuno è morto di fame. Tutti si arrangiavano in qualche maniera ... avevamo patate, la polenta, il latte.
Non hanno fatto nessun danno, questi tedeschi, anche con i bambini. Noi si andava a domandare pissi tabok (per piacere, un po' di tabacco), a dieci anni si faceva così, e i tedeschi ce lo davano, non erano mica cattivi.
E con le donne, perché hanno detto...
No, da noi non sono mai stati ... con le donne si sono comportati sempre bene, devo dire la verità. Erano come di passaggio e poi sono rimasti quei pochi nel paese, come di ronda.
Poi nella ritirata, i tedeschi, quello che trovavano portavano via tutto, bestie, latte, qualsiasi roba ... nel mese di novembre del 1918, ma a noi neppure quella volta è successo niente.
08:30 È successo a me sa cosa? Che avevo dieci anni ... mi hanno ferito, i tedeschi. Io e mio fratello eravamo andati al molino con un po' di granoturco, siamo andati con un po' di granoturco per far la farina per far la polenta. Il mulino è a due km fuori dal paese per andare a Udine, era fuori di Pantianicco, sotto Mereto di Tomba. Erano i primi di novembre e io e mio fratello, che aveva un anno più di me e adesso è morto in Argentina, si aveva fatto un "barellino" con due ruote. Siamo andati al molino ... si correva e io casco giù, tornando dal molino, cinquecento metri di qua dal molino.
Casco giù e mio fratello mi dice «alzati, su» e io « non posso!». Mi era successo che una pallottola di fucile mi aveva passato parte per parte una gamba. Stavamo tornando a casa, i tedeschi erano là in alto, al molino, e tiravano fucilate, si sentivano. È passato uno del mio paese con l'asinello e il carrettino, mio fratello l'ha chiamato, mi ha preso su e mi ha portato a casa e ho camminato tre quattro mesi con le stampelle. Pensi lei, e poi mi è passato. Guardi se dico bugie... [mi mostra la gamba sinistra, si vede ancora la cicatrice]. A mio fratello la pallottola è passata in mezzo alle gambe ... perché noi si correva un po', così, no... Ci hanno visti e hanno tenuto basso, perché se tenevano un pochettino più alto. Erano cinque sei tedeschi che andavano verso il Piave, si son fermati lì con i muli, ci hanno visti, era una bella giornata come oggi; ci hanno visti e hanno tenuto basso, se tengono più alto ci ammazzano tutti e due.
Ma secondo lei per che motivo hanno sparato?
Niente, così... ci hanno visti e hanno tirato...
Sono guarito bene, ma per quattro cinque mesi ho camminato con le stampelle.  È venuto il dottore, che era da Basiliano; in ospedale non c'era niente da fare, perché a Udine era tutto sotto sopra. E mi ha tenuto lì il dottore, e ha dato ordine... 
11:56 C'erano degli infermieri italiani venuti da Buenos Aires per far la guerra [...] mi hanno curato loro, mi facevano degli impacchi e io sempre fermo là nel letto, per alcuni giorni, poi mi hanno fatto le stampelle.
12:16 Chi erano questi infermieri venuti da Buenos Aires?
Un mio zio, Lino Cragno, e un altro uomo che adesso e morto.
Nel nostro paese andavano tutti emigranti a Buenos Aires e sono tornati a casa per far la guerra, apposta. Non volontari, li avevano consigliati a tornare qua in Italia, e quelli che sono rimasti là non hanno fatto la guerra. Erano infermieri a Buenos Aires, nell'ospedale italiano ... avevano un po' di pratica e mi hanno curato loro. 
Quando erano tornati in Italia li hanno messi in fanteria, sono stati mandati di qua e di là ... e quando c'era la ritirata sono scappati via, sono venuti a casa invece di andare di là [del Tagliamento], sono rimasti a casa.
Erano un mio zio e un altro parente alla lontana, qua del paese tutti e due. In tutto quell'anno sotto i tedeschi, lavoravano sui campi ... sono rimasti a casa e nessuno gli ha mai detto niente. Perché erano appena ritornati quando è capitata la ritirata e loro si trovavano qua a casa [modifica la versione precedente... ].
14:38 E i primi giorni quando sono passati di qua i tedeschi mi è successa quella cosa là e poi ho camminato tutto l'inverno con le stampelle, pensi lei cosa mi è toccato a me, a dieci anni...
Quando poi i tedeschi se ne sono tornati a casa, rubavano e portavano via quello che trovavano, però non facevano niente. Portavano via vacche, cavalli, da mangiare, formaggio, di tutto, galline; portavano via tutto, a casa nostra no, perché non c'era niente, ma dai contadini. 
C'era una famiglia (il vecchio capofamiglia si chiamava Cisilino Giacomo) che stava abbastanza bene, che erano contadini e avevano nascosto un po' di granoturco, le galline [...] ma le ... vacche sì, che le hanno portate via... (I tedeschi lasciavano, durante l'occupazione, una vacca ogni due tre famiglie)...
17:03 Dopo son capitati gli italiani, mi ricordo che erano i primi di novembre, ai Santi, là ... e noi gli si andava incontro tutti quanti, gridando viva. Era come una festa...
Gli italiani hanno cominciato subito a portar qualcosa da mangiare e dopo si trovava anche da comperare...
Il nostro nel complesso è stato un paese abbastanza tranquillo. A me è successa quella cosa là, vicino al mulino di Romano (di cognome) Serafino (nome) e altri suoi fratelli, ma erano militari tutti quanti. Il mulino era su una roggia che scendeva da Mereto.
Nel nostro paese non sono arrivati profughi dal Piave ... mentre del nostro paese, che aveva circa mille abitanti, siamo rimasti quasi tutti a casa, le donne e i bambini ... tranne gli uomini che erano militari, che erano di là. 
20:02 Tanti sono scappati via ma poi sono tornati indietro perché al Tagliamento ormai avevano fatto saltare il ponte. Noi invece siamo rimasti tranquilli a casa...
Mio nonno, mia matrigna (mia mamma era morta e mio padre rimasto vedovo si era risposato) e mia zia hanno pensato di restare a casa ... non avevamo paura dei tedeschi.
In tutto, quelli del paese che sono andati di là del Tagliamento e vi sono rimasti fino a dopo la guerra saranno stati in dieci dodici persone, ma non famiglie, uomini singoli ... mentre il grosso del paese Pantianicco è rimasto di qua.
Il prete faceva le sue funzioni, lo lasciavano in pace. Non abbiamo avuto problemi ... solo quando andavano a requisire per le case, se trovavano qualcosa lo portavano via, e tutti si erano organizzati per nascondere il più possibile, facevano qualche buco, sotto terra.
Finita la guerra si è cominciato tutti a lavorare...

Nastro 1998/2 - Lato B
22:42 Tanti del paese sono anche andati in Argentina, nel 1919-20-21. Mio fratello che aveva un anno meno di me è andato via nel '23, era del '6 e aveva 17 anni, si chiamava Festivo. Tutti andavano per guadagnarsi qualche cosa … è andato a lavorare nell'ospedale italiano come infermiere. Tutti, la maggior parte, andavano come infermieri, quelli del nostro paese ... e alcuni andavano a lavorare nella campagna e hanno avuto fortuna, hanno comperato campagna. Erano proprio a Buenos Aires e là vicino ... sono stato anch'io a trovare mio fratello dopo 47 anni, nel 1969. Si era fatto una casetta nella zona di Monte Grande ... poi là abbiamo fatto una festa e saremo stati circa duecento. In quell'occasione abbiamo fatto anche un censimento di quante persone erano rimaste nel paese e quante sono in Argentina: 1250 in Argentina, e 950 qua a Pantianicco ... pensi lei, del mio paese più in Argentina che non a Pantianicco. Alcuni di quelli andati per primi hanno avuto fortuna,  comprato campagna e si sono fatti signori... gli altri lavoravano, infermieri, o sotto padrone ... o sono andati a scuola e sono diventati persone per bene. 
25:10 Ritorniamo a quando sono scappati i tedeschi, l'ultimo giorno della guerra...
No, no ... sono partiti i tedeschi, se trovavano roba portavano via, e basta... non hanno molestato nessuno.
Durante l'anno in Pantianicco non erano rimasti soldati tedeschi in pianta stabile ... [malgrado questo] qualcuno dei tedeschi, dopo alcuni anni, finita la guerra è tornato a salutare; più di qualcuno, sì...
Quindi eravate in buoni rapporti?
Ma sì, sì... erano bravi...
Austriaci o tedeschi?
Polacchi anche ... quelli capivano qualche parola italiana, i polacchi.
Del resto noi bambini quando per loro era il rancio, si andava vicino e ci davano anche da mangiare. Questo nel primo periodo, appena arrivati ... dopo sono andati via e in paese non è rimasto nessuno di loro. Però venivano ogni tanto a riposo dei gruppi di soldati, che venivano messi nelle varie case del paese ... ed erano questi che poi sono venuti a salutare chi li aveva ospitati.
La febbre spagnola, ha avuto qualche malato in paese, ma non morti... 
Nel complesso non è andata male ... il peggio è successo solo a me. A mio fratello la pallottola è passata in mezzo alle gambe e a me ha preso nella parte sinistra...
Noi si andava a scuola regolarmente, con la nostra maestra solita. Non è scappata la maestra, e neanche il parroco. Tutto tranquillo, si aspettava che finisse la guerra.
29:53 E quando sono arrivati gli italiani [novembre 1918], abbiamo visto per primi arrivare i cavalieri, i lancieri, dopo sono arrivati gli altri. I lancieri continuavano ad andare avanti...
Avete messo fuori le bandiere?
Eh ... dopo hanno messo le bandiere.
Ah, dopo... ma al momento, quando sono arrivati?
No, niente. Contenti poi, di essere stati liberati, sì ... ma, i tedeschi erano come noialtri!
La fame, quella sì, perché non si trovava niente, ci si doveva arrangiare da soli. Quando c'era la polenta si era signori, quando c'era il latte... Dopo tenevano bestie, il maiale ... ma dopo bisognava nasconderlo, in quell'anno ... ma non tutti tenevano il maiale... 
In quei nostri paesi vino non ce n'era (come qui a Codroipo) e così è passato l'anno. C'interessava soltanto patate e polenta ...
[…]
Io, dopo la guerra, ho fatto il commesso qua a Codroipo. Mio papà era calzolaio e anch'io ho imparato a fare il calzolaio e dopo mi sono messo nel commercio. Dapprima abbiamo aperto là nel paese un piccolo negozietto e dopo sono venuto qua Codroipo; sono solo dieci anni però che ho la proprietà del negozio ... (ma ci sono i centri commerciali...). 
[...]