martedì 2 marzo 2010

Intervista a Gemma Bellio

(Conosciuta col cognome del marito: Modolo). Nata nel 1902 a Schio (VI), residente a Sant’Angelo di Treviso.

Nastro 1985/1 - Lato A            4 gennaio 1985

Sono venuta ad abitare a Treviso nel 1925, e in questa casa popolare [Case Luzzatti] l’anno successivo. Provenivo da Schio, dove mio papà era ferroviere (…)

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«Mio padre era ferroviere e anch'io sono stata ferroviere due anni a Schio e non ho avuto un'ostia, che potevano darmi qualcosa, sì... perché allora non c'era né luce, né niente e gli scambi si andava a voltarli, a girarli a mano; camminare in mezzo alla ferrovia e avevo quattordici anni.
L'ho fatta da quattordici a sedici anni, quella vita, perché non c'erano uomini a casa.
Guerra, da 19 anni in su, sa che li hanno chiamati via.
- Di che classe è?
Del Due. Sulle "bombette" mi toccava, sotto le bombe mi toccava andare a voltare gli scambi, a me.
- Era proprio Schio il suo paese?
Sì, abitavo davanti alla stazione. Là c'era un casello grande, che dietro ci mettevano le macchine in deposito. Dopo hanno fatto una stazionetta più avanti, più piccola, il numero 33. Perché vi arrivavano i tedeschi, i prigionieri e i feriti, tutti quanti là.
Non c'era nessuno che lavorava, per forza prendevano su queste ragazze.
Tóse, toséte ... è inutile: dai quattordici anni in su.
A me mi hanno messo in una garitta, al telefono, [con la] bandieretta. Avevo le sbarre, da stare attenta al treno che passava e dopo — facevo una settimana di giorno e una di notte — mio papà non me lo mettevano, no, assieme. Lui era nella stazione grande, dove finivano i treni là, perché finisce la stazione. E io ero su quell'altra, ma il casello era vicino.
Quante ne ho passate! Avevo un [ferroviere] assieme, poverino, buono... ma mi diceva quando erano le undici: "Gemma, lasciami andare un pochino a ballare, va là... poi ti lascio andare a letto e vieni su presto ... che così non si accorgono neanche", mi diceva questo qua. Gli volevo anche bene, perché c'era la ferrovia solo da passare: il casello l'avevo davanti [casa].
E dopo ciò, le bombe venivano giù di notte, mi toccava stare attenta. Suonavano al telefono, andar svoltare lo scambio col faral [con la lanterna] in mano, perché luce non ce n'era, e la bandieretta sotto il braccio... E una volta ho fermato anche il treno, non ho neanche girato il semaforo, dalla paura. Cosa vuole che le dica...
Ah, che vita, che vita, che vita! Che vita, non tornerei indietro, no!
Là hanno combattuto ad Asiago, Cadorna e il re; hanno ferito il figlio di Cadorna. E avevamo un gallo che cantava alla mattina di buonora; alle tre, tre e mezza i galli cantano. E viene il re [Vittorio Emanuele III]: «Per piacere» dice, «guardi Gemma... c'è il figlio di Cadorna [che è ferito. Quel gallo là] fallo sparire perché altrimenti lo sveglia».
- Ma chi le ha chiesto questa cosa?
Mi ha mandato l'attendente, il re.
- Il re, proprio?
Sì, sì, sì il re... e Cadorna. Eh, ho camminato anche assieme con loro, in stazione. Niente, per piacere ... se gli facciamo il piacere di ammazzare questo gallo perché gli sveglia il figlio, che è ferito, in treno. Perché il treno era fermo in un binario morto, sotto il balcone. Ecco, quella era la finestra, faccia conto, e qua c'ero io ... ci toccavamo.
- Allora lei, cosa ha fatto? Lo ha ammazzato?
R. Mio papà? Subito! Vuole che non lo ascoltiamo? Ma abbiamo avuto di tutto. Eh, avevamo di tutto.
Sì, li ho conosciuti tutti e due, parlato, eh...
- Tutti e due chi?
Cadorna e anche il re.
- Anche il re!
Sì. Il figlio no, non ho visto, perché...
Dalla finestra sua del treno mi mandavano pignatte di risotto, di roba, da mangiare, di tutto.
- Come era questo re?
Ah, buono! Non posso che dire bene. Buono e buono.
Ma sono morti tutti, è morto anche il figlio di Cadorna, ormai.
Li portavano tutti là, e mettevano i feriti per terra finché trovavano posto, nel teatro, nell'asilo, nelle scuole. E dopo io, quando ero libera, andavo là in stazione, davo acqua a chi la voleva [...] ero vivace io, ma per fare bene.
- Ma erano anche vitacce...
Vitacce, finché vuole ... Mariavergine...»                          -                        (Fine dell'audio)

... e anche scaricare la ghiaia dal treno, al casello 33, guarda, ancora mi ricordo…
E dopo (…) sono andata su un’officina dove facevano le maniglie delle munizioni, delle cassette delle munizioni. Sempre a Schio. Io i soldi non li vedevo… mio papà andava a prenderli prima; mia matrigna … puoi immaginarti se vedevo io i soldi… lavoravo "per la patria"…
Perché morta mia mamma, dopo due mesi mio padre si è sposato ancora, e ha avuto altri due figli, così erano sei figli!
Eh, sono stata anche in pericolo, io… per quello…
Perché c’era (…) un capo di tutto il personale femminile… terribile … da Udine, da quelle parti là. Poi l’ho ritrovato a Treviso…
«Ho avuto tutte le femmine» dice, «però… Gemma, tu sei stata l’unica che sei stata cattiva con me».
«Ah, bongiorno», ho detto io!…
Voleva che ogni mattina, una ragazza gli portasse il caffè a letto…
[C’era] una vedova … poverina, buona, ma buona, che mi voleva bene perché sapeva che non avevo la mamma… Mi ha detto «Gemma, domani mattina tocca a te… ma ti dico io cosa che devi fare».
La mattina… bisogna che vada a portargli il caffè e sono andata, ho ubbidito, perché c’era bisogno di soldi, non c’era da mangiare (…). Piena di paura a portargli il caffè...
[Ma la vedova] mi aveva preparato: «Guarda che adesso io pulisco le scarpe e poi le porto di sopra, quando sento che tu gli dai il caffè, se lui fa uno scherzo, tu fai un grido… e allora io batto la porta e vengo dentro con le scarpe».
E difatti, quando il capo mi ha preso la mano per metterla sotto le coperte… ho messo la tazzina sopra il comodino e ho gridato «nohh», ho gridato. E allora la vedova pronta, è entrata con le scarpe.
Dopo, per dispetto, il capo mi ha mandato via da là…
Eh, ne ho passate!
Poi, finita la guerra, siamo venuti ad abitare qua a Treviso… ero ancora ragazza e siamo andati a stare dapprima sulle case dei ferrovieri in Zermanesa… che adesso sono vecchiette… allora erano appena costruite, ancora nessuno vi era entrato (…)
Poi mio papà è morto di tifo… perché aveva mangiato le masanéte con le zampe e si era bucato le budella; era un uomo forte… Eravamo appena andati a stare nelle case dei ferrovieri… e ci è toccato andar via dalle case dei ferrovieri. Così siamo venuti in queste case qua a Sant’Angelo, che i lavori non erano ancora finiti. Per farci un piacere ci hanno lasciato venire qua (…)

                                                                                           

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