venerdì 7 maggio 2010

Intervista a Mario Zanutto

Nato l'8 maggio 1907 a San Pietro al Natisone (UD).

Nastro 1996/26 - Lato A                         10 ottobre 1996

Eravamo fino a Santa Maria Capua Vetere, provincia di Caserta. Siamo partiti da qua a piedi, siamo andati per Vernasso e giù, e giù, e giù. A Udine abbiamo preso il treno.
D. Chi vi ha detto di partire?
R. Mio papà era soldato. A casa eravamo io, mia mamma e due sorelle. Per il paese gridavano: «Sgombrate, pericolo!» Me lo ricordo bene ... e via, di notte, siamo andati in quei paesi là, a Vernasso, perché là c'erano dei parenti. Loro avevano il cavallo con il carro e ci hanno caricati e siamo andati giù fino a Udine; però la notte stessa siamo andati fino a Moimacco, perché avevano dei parenti a Moimacco e là abbiamo aspettato quasi tutto il giorno.
D. Il primo parente da cui siete andati, come si chiamava?
R. Luigi ... era una famiglia ... erano parenti di quelli con cui siamo andati assieme, perché siamo partiti con uno zio e la sua famiglia, lo zio si chiamava Venuti Pietro che sarebbe stato il fratello di mia mamma. Erano parenti della moglie di Venuti e non so come si chiamassero. Là di Mechina, la chiamavamo, come soprannome di famiglia.
Quando siamo partiti era già cominciata la scuola. Ero già in quarta, poi da profugo mi hanno retrocesso, ci sbattevano come...
Siamo rimasti là, quella sera, a Moimacco. La mattina dopo abbiamo preso per Udine con carro e cavallo. C'erano i bambini con noi e i due vecchi erano rimasti a casa. Siamo andati fino a Udine alla stazione, da là...
D. Com'era il traffico per la strada?
R. Il traffico? Eh, altro che traffico! I soldati che si ritiravano, era "la ritirata di Caporetto"! Noi siamo andati giù con questo carro giù fino a Udine. A Udine abbiamo trovato dei paesani e c'era un treno pronto per partire che ha caricato su tutti i profughi. 
E questi col carro han detto, ospo! ma cosa veniamo a fare ... lasciamo il cavallo qua, e il carro? Non sono scesi dal carro e hanno proseguito fino giù, giù ... non Pasian di Prato, si chiamava Pasian Schiavonesco quel paese, quella volta. E noi siamo andati in treno e siamo andati via, via giù ... e loro sono andati avanti col cavallo e difatti quando sono arrivati laggiù a Pasian hanno dovuto lasciare il carro e tutto quanto, e sono andati in treno anche loro. Così noi siamo andati con un treno e loro con un altro e non ci siamo più visti fino a che non è venuta fuori la ... come si dice, l'Ufficio informazioni per trovarsi, per sapere dove è questo e dove è quello. Tutte le città e tutte le province l'avevano.
Loro sono andati fino a Boscoreale [...] Boscoreale è sotto il Vesuvio.
Noi siamo andati fino a Santa Maria Capua Vetere, provincia di Caserta, là siamo rimasti e là era già pronto paglia, appartamenti, erano pronti per i profughi. Era organizzato! 
La Gigia con il bambino sono andati giù fino a Boscoreale vicino al Vesuvio e là li hanno fatti scendere perché così, lasciavano questa gente, questi profughi, un po' qua, un po' più giù.
Noi a S. Maria Capua Vetere eravamo in casa Recca. 
Due cognomi aveva quella casa là: casina Pimpinella e anche casa Recca. Ma i padroni non abitavano là. [Il padrone] aveva un cane, e con un asinello veniva giù. Portava da mangiare a questo cane e tornava su; aveva forse qualche cantina, non so, perché era una casa grande. Io avevo sempre paura dei cani. 
Dell'asino non avevo paura, sa perché? Perché questo padrone veniva con un carrettino a due ruote, un calesse e attaccato aveva l'asinello. Legava il suo asinello dietro la finestra e andava a fare i suoi lavori ... e noi profughi - che erano di Remanzacco, di tanti paesi, anche qua di San Pietro al Natisone - e noi bambini, avevo dieci anni, si prendeva l'asinello e si andava a farsi un giro. E lui mai se n'è accorto ... ma non so come non se ne sia accorto! E si andava quasi in paese perché era un po' fuori del paese, l'indirizzo era «14 Ponti, Santa Maria Capua Vetere». Erano quattordici archi di questo ponte, e allora lo chiamavano così. 
Era come da qua ad andare sul ponte di Vernasso. Perché poi era grande Santa Maria Capua Vetere...
Su quel calesse si andava in due tre ... con quelli grandi, che erano i cugini Monreale, qua del paese.
Ma poi non è finita, perché poi noi siamo venuti su a Pesaro, dopo. 
Perché i nostri zii, quelli con cui siamo partiti assieme erano arrivati per un'altra linea. Noi siamo arrivati per Firenze e giù, giù. Loro invece sono andati per l'Adriatica e li hanno fermati a Pesaro ... che dopo siamo andati anche noi a Pesaro, dietro richiesta di ricongiungimento, e vi siamo andati nella primavera tarda del 1918.
Eh, siamo andati a fare i bagni a Pesaro, in città. Là siamo stati in due case: prima in una casa che era storica, in centro, in via Zanucchi e dopo siamo andati in via Roma, proprio di fronte alla chiesa di San Francesco. 
Un parente ha le fotografie di quel posto e poi una volta quando gli alpini erano a Bologna siamo andati giù a Pesaro io e un mio cugino con cui eravamo stati insieme profughi. Oh, come ero contento, vedere di nuovo Pesaro! Era il 1971...
Ho riconosciuto i posti, altroché. La gente non c'era più ... uno ne abbiamo trovato, son tutti morti; una famiglia abbiamo trovato ... un carbonaio, vendeva carbone. Abbiamo chiesto della famiglia ed era ancora viva la sorella, gli altri erano morti tutti...
A Pesaro non siamo stati bene. Mia madre era ammalata, è andata in ospedale.
Difatti quando siamo venuti io e mio cugino a vedere Pesaro, dopo tanti anni... siamo andati davanti all'ospedale, abbiamo guardato nella finestra e mi sono messo a piangere come quella volta che ero piccolo e che piangevo. In ospedale hanno fatto un'operazione a mia mamma, che poi è guarita ed è morta molto tempo dopo. L'andavamo a trovare e piangevo. E quel giorno [del 1971] che siamo stati a vedere questo benedetto Pesaro, mi sono inginocchiato e ho cominciato a piangere, a pensare la mia mamma com'era... Poi siamo tornati su a Bologna, con gli alpini.

Interviene il figlio di M. Zanutto. S. Pietro degli Slavi? Sì, adesso mettono quelle tabelle, abbiamo quel dialetto e se andiamo di là del confine qualcosa ci si capisce. Non è, non è come il loro; il nostro slavo è bastardo. C'è dentro l'italiano, c'è dentro il friulano, ormai...

Al ritorno ... mio padre era soldato sul Piave, poi era giù in Romagna e quando si è congedato è venuto là, dove eravamo profughi.
Quando siamo scappati, mia mamma aveva un sacco davanti e un sacco di dietro, legati assieme, con dentro un po' di roba. E andava quella povera donna con tre bambini, con due sacchi sulla spalla e una bambina piccola che teneva per mano. Io avevo qualche cosa, non so cosa, un fagotto.
Abbiamo dovuto scappare. Noi neanche abbiamo saputo che si va a Vernasso, là, che c'erano i parenti. Chi pensava quella roba là. 
È venuto giù tutto all'improvviso ... un giorno prima dicevano, sarà la ritirata. Poi hanno detto, no, no, no, non c'è pericolo perché ormai li hanno respinti e tutte queste cose qua. Io ascoltavo. Avevo dieci anni, ma mi piaceva a me sentire  benché faceva paura. Mi interessavo molto di sentire, cosa dicevano della guerra. Avevo paura e tremavo e volevo sapere!
Si sentivano dire queste cose dai militari. C'erano militari sempre, in tutte le case. Questa strada qua, che porta a Caporetto, era sempre un via vai, avanti e indietro. C'era poi ... han fatto il trenino, che passava di là, fatto proprio per portare munizioni al fronte ... e dopo son tornati giù, han dovuto fare la ritirata ... Quel trenino era utilizzato solo per i militari e le munizioni, non per scappare durante la ritirata.
C'era incertezza, se andare o restare, e tanti sono restati e si sono trovati non bene, di sicuro. Male; mio zio neanche non ricordo cosa dicevano. 
A dire la verità sono rimasti in pochi. Il parroco di San Pietro non è venuto con noi, quello di Vernasso è andato profugo anche lui. Quello che era qua ... eran due vecchi, il parroco e il cappellano. Il parroco è morto mi pare in tempo di guerra (è rimasto qua) e il cappellano...
A deciderci di partire è stato chi avvertiva: «Si salvi chi può» ... la ritirata ... si doveva scappare. Chi non voleva scappare era padrone di rimanere.
Quando hanno detto andiamo giù col carro... Oh, bene, han detto mio zio e mia zia, perché sua moglie era di Vernasso...  Suo cognato ha attaccato il cavallo e via, col carro, di quei carri che portavano fieno, letame, tutto quanto, contadini.
Si passava però lentamente, per la strada, con il carro, perché c'era la truppa e bisognava darle il passaggio. Truppa che andava giù: era "la ritirata". In quei momenti era la ritirata.
Non ricordo se si sentisse sparare. Han detto che sparavano, ma io non mi ricordo.
A Purgessimo, adesso che me l'ha ricordato, là c'era qualche po' di resistenza.

Io nella vita ho fatto il calzolaio e adesso il figlio ha il negozio di scarpe. Io ho abitato a Clodis (S. Leonardo) per 12 anni. Il calzolaio ho imparato a farlo in paese; mio padre lavorava in cava, era bracciante. Erano cave di marna per fare cemento, ed è morto a 98 anni. Poi ha lavorato anche in un'altra cava, sempre di marna. Facevano il cemento e poi quella ferrovia là (per Caporetto) l'hanno finita loro, quelli della cava. Prima hanno fatto la ferrovia per andare a combattere e poi han fatto la ferrovia ... e quando era esaurita la cava (questa montagnetta qua, a San Pietro) e allora hanno convertito la ferrovia non più per merci ma per passeggeri. Era un trenino e si andava a Cividale.
D. Ha qualche fotografia di quando era profugo?
R. No!

giovedì 6 maggio 2010

Brano di intervista a Fortunato Zennaro (Nato Panà) barcaro di Fiera (TV)

Nato nel 1903 a Chioggia, residente a Fiera di Treviso durante la 1. guerra. 

Nastro 1988/12 - Lato A       (da 09:18 su nastro originale)      
Domenica 17 aprile 1988

... Ho lavorato anche nella guerra del '15-'18; io sono del '3 ... avevo quindici anni, avevo dieci anni quando mio papà mi ha messo in barca.
D. Cosa ha fatto durante la guerra?
R. Mi hanno messo della Croce Rossa. Hanno requisito la barca [un burcio, barcone fluviale]. Hanno alzato le costàne [i bordi] ... le hanno alzate, hanno fatto i finestrini e hanno messo il segno della Croce Rossa. La barca era militarizzata. Hanno messo i tendoni della Croce Rossa e di notte, con i vapori "a tàmbure", quelle spatole in parte [sulle fiancate del burcio]... 
C'era il Paleocapa, il Guglielmo Pepe, il Sarpi, il Nicolò Tomaseo. Erano tutti vaporetti piccoli che tiravano una barca alla volta. Andavamo per mare e andavamo fuori a Sistiana, di notte. Là portavano giù i feriti del Carso e li portavano in barca. In barca c'erano i letti a castello - letti ... due per due e tre per tre - e vi mettevano i feriti e dopo, di notte, si partiva. Si veniva a Grado e da Grado, per l'interno, per la laguna si veniva a Aquileia, Marano Lagunare e si portavano i feriti a Venezia, alla stazione. Alla stazione c'erano i treni. Arrivavano i treni ospedale e li portavano ... metti in Bassa Italia, o dove c'erano gli ospedali.
La nostra barca si chiamava Alvise. Lavorava per il governo e prima era di proprietà di mio papà. [Augusto Zennaro, classe 1866]. È stata requisita e si era pagati, anch'io ero pagato, come òmo [da marinaio]. E dopo, quando nel '17 mia mamma è andata profuga ... eravamo dai miei fratelli, e mio papà ha detto: «Lasciamo là tutto e andiamo via anche noialtri!». Ma ormai era quasi finita la guerra, però ancora abbiamo fatto quattro cinque viaggi di feriti.
D. Ma perché è andata profuga, sua mamma?
R. Perché abitavamo a Treviso e [i tedeschi] erano qua a coso... Avevano passato già il Piave e ci avevano ordinato che andassimo via.
D. Anche voi, qua di Treviso, siete andati via?
R. Eh sì! Ero dalla Fiera io.
D. Quelli della Fiera, li hanno mandati via?
R. Con una barca, con un barcone... Siamo montati in sei sette famiglie e dopo abbiamo preso su gli altri a Casier, abbiamo preso su gli altri a S. Antonino, e siamo andati al Tronchetto a Venezia. Ci hanno messo in treno, a Venezia stessa. Ci hanno messo su un treno merci, hanno messo paglia ... e dentro, un pochi per vagone. Hanno fatto un treno e siamo arrivati ... a finirla ... a Napoli.
A Napoli non c'era posto e ci hanno portato a Benevento. A Benevento non c'era posto e ci hanno portato a Telese. Da Telese, con i camion, con le "giardiniere", ci hanno portato a Cerreto Sannita, nel Sannio, proprio in mezzo ai monti, proprio in mezzo ai lupi...
Io sono andato con mia mamma; mio papà è arrivato un mese dopo, perché mia mamma era incinta. E siccome ci hanno messi tutti in un convento di clausura, e mia mamma era incinta, non poteva partorire in un convento. Allora l'hanno portata fuori, l'hanno portata su una villetta. Hanno trovato una casa fuori, per noi soli, fra tutti quelli che eravamo partiti.
Noi eravamo otto fratelli e uno che è nato che faceva nove; ma poi uno è morto con la spagnola. Siamo partiti ... la mamma (incinta) e otto fratelli.
Pavan. Non sapevo che a Fiera fossero stati mandati via, profughi, gli abitanti.
Zennaro. Non era obbligatorio. Noi siamo andati via, perché può darsi ... anche in una notte sola! [I tedeschi] erano a Fagarè, e da Fagaré alla Fiera saranno quindici chilometri. Hanno detto «è meglio che andiate via, se viene l'invasione anche qua, una famiglia così grande ... dove andate?» E allora siamo andati via. Non tutti sono partiti, mia nonna per esempio è restata là: «Io sono vecchia, diceva, io non vado via da casa».
D. E dopo, quante altre famiglie sono partite?
R. Eh, sono partite da Treviso... C'era anche uno che faceva il sarto qua in Pescheria; dopo c'era Papparotto, c'era Favaro da Fiera, c'era anche sua mamma di Luigi Pregnolato, profuga anche lei ma era senza figli, appena sposata; c'era un'altra famiglia, Palmin[...], c'erano spose con figli [che avevano] i mariti soldati.
D. Con quante barche siete partiti?
R. Con una siamo partiti. Siamo partiti in sessanta montati.
D. Che barca era?
R. Una barca ... non mi ricordo più di chi fosse. Era un barcone di legno, nostro, qua: un burcio insomma.
Poi sono partite anche delle altre barche, ma erano anche da altri paesi, da Portegrandi, da quelle parti là.
Questo è successo quando sono venuti gli austriaci qua a Fagarè, che poi li hanno fermati, hanno mandato gli arditi e li hanno mandati di là del Piave ... loro avevano passato il Piave.
Invece, prima di Caporetto ho fatto in tempo di fare tre viaggi, a Sistiana. Sì, perché ci voleva tempo a caricare tutti i feriti che portavano giù di notte. Uno alla volta, li portavano giù per queste montagne. Li portavano in barca. E là c'erano i medici, c'erano gli infermieri, era tutto quanto a posto.
La barca era l'Alvise, portava 145 tonnellate. Era una bella barca grande, ce l'aveva lasciata mio nonno. Mio nonno aveva tre figli e ha lasciato tre barche, facendo il mestiere di barcaro.
Mia nonna era una Doria. Erano in tanti Doria, a Chioggia.
D. Non aveva paura ad andare con la barca a prendere i feriti?
R. Sì, si aveva paura, ma bisognava andare. Tutti andavano ... ma noialtri, io non ci badavo neppure, avevo quindici anni, allora; nel '17 avevo 14 anni.
D. Tante barche erano state militarizzate?
R. Militarizzate ce ne saranno state una decina... 
Pavan: Non tante...
Zennaro: Noo! Perché facevano il turno, c'era sempre una barca ferma...
Pavan. Perché mi ha detto anche Vittorio Massimo [un armatore fluviale], che l'avevano mandato su al fronte, a portare su roba...
Zennaro. Anche con noi mandavano su munizioni. C'era chi portava su munizioni, chi portava su da mangiare, roba da mangiare, insomma, queste robe qua. E dopo c'erano quelli che portavano via i feriti.
D. E' stato anche un affare da un punto di vista economico; erano pagati bene questi viaggi, o no?
R. Ah, non so ... perché a noi ci davano un tanto al giorno e basta. Ti davano come davano a mia mamma [di sussidio]. A mia mamma davano due franchi [lire] al giorno per ogni figlio e tre franchi a lei. Mio padre prendeva quattro franchi e a me ne davano due, perché ero morè, ero piccolo. Ma erano soldi a quei tempi là, sei franchi al giorno, fra me e mio papà! Perché, mangiare, mangiavamo con loro e allora erano tutti soldi avanzati.
D. Si mangiava bene o male?
R. Eh, si mangiava anche bene, perché si è iniziato a mangiare la roba degli americani e si avevano scatole di prosciutti in scatola ... magari salati, ma quando si faceva minestra, li si faceva bollire un poco e il sale andava via e diventavano buoni. Poi c'era tanta e tanta altra roba, che mandavano giù gli americani...

Intervista ad Isolina Polita

Nata il 27 maggio 1910 a Romanziol (VE).

Nastro 1993/6 - Lato B                                13 settembre 1993

Sono figlia di Pietro Giovanni e Maria Rosiglioni; eravamo in 9 figli: 4 maschi (Luigi, Antonio, Ferdinando e Roberto) e 4 femmine: Anna, Ida, Isolina e Maria.
All'epoca della Prima guerra abitavo a Romanziol, vicino all'attuale ristorante Alla Consolata che all'epoca era un negozio di alimentari (casoin) gestito da mia santola (proprietario era Cencio Soligon). C'era solo bottega, non osteria, e quella era la piazza del paese di Romanziol.  Mi stée in piaza. C'era anche la chiesa e c'era il suo parroco; io comunque abitavo dalla parte dell'argine.
03:06 Di mestiere mio padre faceva il modellista, cioè faceva delle sagome per le ville, le preparava con il gesso e poi i muratori facevano le gettate in cemento. In un certo senso era cementista: ovvero prima faceva il modello e poi gettava il cemento; di conseguenza guadagnava abbastanza, essendo uno specializzato. Vivevamo abbastanza bene, anche senza terra da lavorare. 
Dei miei fratelli, cinque sono morti. 
Due mie sorelle, prima della guerra, lavoravano in fabbrica, cioè nella "fabbrica dei sacchi", lo jutificio di cui era padrone Battista Dall'Armi (di Treviso). Nello jutificio lavoravano circa 700 persone. Recentemente ha cambiato produzione: c'é ancora, infatti, ma lavora la plastica ed ha cambiato nome e vi lavorano poche persone.
Le mie sorelle lavoravano allo jutificio ed erano filatrici "maestre".
La juta secondo me arrivava dall'Africa. Arrivava dal Piave con le barche e poi gli operai andavano a prelevare queste grosse balle con dei carrelli e le trasportavano in fabbrica. L'approdo delle barche era a poca distanza dalla fabbrica.
Ora abito in via Marmolada nella schiera delle 28 case operaie ... che prima della grande guerra invece erano circa nove.
Le mie sorelle erano filatrici maestre. In fabbrica c'erano: il bagno, la filatura, la sala parè, la tessitura. Dalle balle la juta era messa a bagno sull'olio, e poi veniva lavorata. Quando è stato cambiato il processo di produzione e si è passati alla plastica, le macchine sono state mandate tutte in Africa.

09:02 Della guerra ricordo: "che i e rivadi, montai a caval, a Romanziol, mi me ricorde come dèss..." [sono arrivati, montati a cavallo, a Romanziol, me lo ricordo come fosse adesso]. Altri del paese sono andati via, ma mio nonno diceva "i passa, no i fa gnente" [passano, non fanno niente] e così siamo rimasti in paese.
Mio nonno si chiamava Luigi; mio padre era in guerra sul Carso. Dei miei fratelli uno morirà a Palmanova.
«I tedeschi i è rivai al dopopranso, montai a caval, i m'a dato i confeti verdi, un scartoss de confeti. I avea dita che quando che i rivea i tajea e man e i pìe e invesse... Mi e me fradel [Luigi] se géra anca sconti [dietro una siepe] e dopo se à vist e semo vegnui fora. Altro che dopo lori i é ndati dentro casa nostra e noaltri semo ndati dentro so na stala». 
[I tedeschi sono arrivati al pomeriggio, montati a cavallo, ci hanno dato i confetti verdi, un cartoccio di confetti verdi. 
10:38 Avevano detto che quando sarebbero arrivati avrebbero tagliato le mani e i piedi e invece... Io e mio fratello ci eravamo anche nascosti, ma dopo abbiamo visto e siamo venuti fuori. Solo che dopo, loro, sono andati dentro casa nostra e noialtri siamo andati dentro a una stalla].
Erano sopratutto le donne a dire che i tedeschi avrebbero tagliato le mani e i piedi. Io invece li ricordo bei soldati, con l'elmo. Erano un bel gruppetto.
Ricordo che nel nostro colmello c'era una signora, che avrebbe anche dovuto "tenermi a cresimo" ed era tedesca. Lei parlava direttamente con i tedeschi (aveva sposato un italiano). I soldati dicevano: «Volere bene ai bambini, non tagliare mani e piedi» ... hanno detto proprio queste parole. (Audio sulla paura dei tedeschi)

[Anche una sorella di Isolina, Maria, ha sposato un tedesco - che aveva conosciuto durante la guerra, l'ultima guerra - "ed era quasi meglio degli italiani". Andò ad abitare in Germania, poi fecero il muro e lei rimase di là del muro. È già venuta varie volte a trovarla dopo che è andata in pensione. Abitava a Wustrau, vicino a "Neuropin" (Neuruppin)].

14:01 Arrivati i tedeschi noi siamo andati a dormire in una stalla, e siamo rimasti là un po' di tempo finché hanno cominciato a piovere delle granate che hanno colpito alcuni abitanti di Romanziol. Ci sono stati due tre morti e dei feriti, ma nessuno della nostra famiglia.
Non eravamo scappati subito perché si pensava che i tedeschi sarebbero passati, ''che i ndésse via e invesse i se à ferma". Mio nonno in particolare era di questa opinione:  «I passa e no i fa gnente» ... invece dopo hanno iniziato a bombardare.
Quando siamo partiti, comunque, la nostra casa era ancora in piedi.
Siamo partiti a piedi, la mamma, il nonno e i fratelli: in tutto 9 persone e ci siamo diretti verso Chiarano, Motta, Pramaggiore. Siamo arrivati a Palmanova, portati dai tedeschi, che ci hanno prelevato a Castions di Strada.
C'era fango, mitragliavano, c'era pioggia. La prima notte e anche le successive. Dormivamo in stalla. I tedeschi ci hanno raccolto per strada e ci hanno caricato su dei carrozzoni trainati da cavalli (come i carretti degli zingari).
Da casa non ci eravamo portati via niente; mia madre ha preso solo la fotografia di suo marito.
La prima notte ci siamo fermati a Chiarano, in una casa i cui abitanti erano già scappati [verso «l'Italia»]. Siamo riusciti a trovare un po' di patate, dei grani. A Chiarano siamo rimasti fermi due tre giorni. Vi abbiamo trovato anche del vino buono, clinto [...].
18:30 A Palmanova, appena giunti, ci hanno sistemato nel manicomio e dopo in un ospedaletto da campo, a Visco, e là siamo rimasti fino alla fine. 
Le mie sorelle andavano a lavorare. Una - Anna - andava a Palmanova dai tedeschi a far da mangiare in una mensa per soldati (vi andava a piedi) e così anche a noi della famiglia veniva dato il rancio.
Noi bambini più piccoli andavamo anche a scuola, ma era una scuola tanto per non rimanere in strada, non ricordo che ci abbiano dato dei voti ... e andando a scuola passavamo a prendersi il rancio.
D. Ma tanti in quel periodo hanno patito la fame.
R. Non ho ricordo di aver patito la fame, in quel periodo.
Un'altra sorella - Ida - è stata messa a scopare la piazza di Palmanova, spazzina. Fra una cosa e l'altra insomma si mangiava; non ricordo invece se le sorelle erano pagate.
Mio nonno, quando sono arrivati a Palmanova, dopo poco, è morto. Per l'avvilimento, perché aveva sempre sostenuto che non sarebbe successo niente, e invece è stato costretto a fuggire da casa; aveva circa 70 anni, non era molto vecchio. La nonna era già morta.
Mia mamma faceva la sarta: era riuscita a portarsi via da casa la macchina da cucire. «Me a porte via parché a pol servirme», e quando siamo arrivati a Chiarano, [i tedeschi] volevano prendergliela. Lei se l'è nascosta sotto un grosso scialle ed è riuscita a conservarla. Così a Palmanova la macchina le è stata molto utile: i tedeschi stessi si facevano fare dei vestitini per mandare a casa e lei glieli faceva. A portar via la macchina durante la fuga è stata una grossa fatica, perché la macchina da cucire l'abbiamo tenuta sempre in mano: non avevamo nessun carretto.
Le scarpe, durante la fuga, erano sempre piene di fango.
Forse noi non abbiamo mai patito la fame perché siamo capitati in un gruppo di tedeschi che andavano a rubare di notte sui treni, zucchero e caffè e lo portavano a nascondere nelle camere (anche nelle nostre). Lo ricordo come fosse adesso: lo zucchero non mancava mai.
Ricordo che portavano anche delle intere granate di zucchero - a forma di granata - l'ho ancora impresso. Non so perché ci fossero queste "granate di zucchero", solo che ricordo bene che le portavano là da noi. Poi i soldati lo portavano dove e a chi sapevano loro, ma qualcosa rimaneva sempre anche per noi.
23:30 Anche le mie sorelle sono sempre state trattate bene; non hanno subito alcuna violenza. Anche mia madre, sempre tutto bene "un rispetto che mai!"
Io non ho un ricordo proprio brutto. Certo, ho dovuto abbandonare la casa, e poi fare tanta strada, e l'inverno e il freddo.
Il ritorno è stato col treno fino a San Donà, da dove siamo arrivati nella nuova casa dello Jutificio dove abito anche adesso. Non siamo più andati nella vecchia casa di Romanziol, che era stata distrutta. Siamo rimasti per un po' a Palmanova, finché mia madre - che era venuta a S. Donà a mettersi d'accordo con Dall'Armi - non ha avuto la garanzia di avere un posto e anche una casetta allo Jutificio. Quando siamo ritornati da Palmanova abbiamo trovato subito il posto in fabbrica, forse perché eravamo rimasti circa un paio d'anni a Palmanova.
Ritornata a S. Donà sono andata a scuola ancora, alla stazione, dove c'erano le scuole su una baracca. C'erano delle maestre da Venezia e sono andata a scuola fino alla quinta.
Dopo la scuola sono andata per un poco in fabbrica, ma subito dopo ho iniziato a fare la ricamatrice per conto mio. Dapprima ero andata "a mistièr" in piazza a S. Donà da Battistella, concessionario della Singer, che faceva delle dimostrazioni-scuola per quelle che comperavano la macchina da loro. Mia madre ha comprato la macchina e io sono andata a imparare da Battistella. Avevo circa 14-15 anni. Mia madre, era lei, che non voleva che stessi in fabbrica, "no a ghe tegnéa".
Lavoravo in casa: facevo corredi, lavoravo le lenzuola, con il telaio... [spiega la lavorazione, poco] e per i disegni mi arrangiavo io, mi compravo "Mani di fata". 
28:20 Nel 1938 mi sono sposata, poi sono rimasta vedova.
Ho avuto due figlie e un figlio. E' venuta la guerra e ci sono state molte difficoltà; lavoravo meno.  [...]

***
Interviene un'altra signora, che però è nata a Ospitale di Cadore, dove risiedeva durante la Prima guerra. 


31:19 «Il primo aeroplano, mi ricordo ... ma Mària, quanta paura, quanta paura, tuti fora. 
Dal Cadore sono poi venuta a San Donà, dove ho fatto la cameriera in casa del direttore dello Jutificio»
***

Mio marito è morto nel 1958, quando avevo i figli ancora piccoli, per questo ho dovuto ritornare in fabbrica a lavorare. Mio marito lavorava a Marghera, all'Edison, e una sera, di ritorno con il motorino dalla stazione di San Donà ... di sera, proprio vicino a casa, è stato investito da una macchina ed è morto.
In fabbrica ho lavorato come filatrice; così ora ho la pensione, per fortuna. E proprio oggi ho ritirato la pensione [...]. Del marito invece prendo poco, perché era sempre assunto e poi licenziato, e comunque prendo 600.000 lire. [34:10 - fine brano]

Nastro 1993/7 - Lato A   Aggiunte e precisazioni del 18 settembre 1993

[La parte iniziale di questo lato della cassetta è stata sovra-registrata il 3.3.1994 dall'intervista a Renato Schioppalalba (archiviata come 1994.1b). Si è salvata comunque la trascrizione che nel frattempo era stata fatta. L'audio originale dell'intervista e la rispettiva trascrizione riprendono dal minuto 19:37 al minuto 25:02  - NdC, 1 febbraio 2015]

Mia sorella Anna (la più vecchia) ha rischiato la vita per andarsela a prendere a casa la macchina da cucire, che era di marca Singer. Proprio mentre lei è andata dentro la casa sono arrivate due granate che hanno sfiorato la casa.
Comunque è stata proprio la macchina da cucire a permetterle di prendersi un franco, perché lavorava per i tedeschi che volevano mandare a casa i vestitini per i loro bambini.
Lo zucchero normalmente era in sacchi, ma a volte era in queste "granate".
A Visco abitavamo in Borgo Cividale ... dopo essere andati via da Palmanova perché, nella casa in cui eravamo, erano ritornati i proprietari. Nella casa di Palmanova avevamo un pappagallo, e noi, dopo un po' che eravamo arrivati, lo abbiamo venduto per prenderci qualcosa da mangiare. Era un pappagallo, proprio, di quelli che parlavano. Mia sorella ha detto: «Io lo vendo, compriamo da mangiare!» E quando è ritornata la famiglia volevano il pappagallo, ma ormai lo avevamo venduto, per pane e polenta. Allora la signora proprietaria ha detto che voleva la macchina da cucire, ma mia sorella le ha risposto che l'avrebbe ammazzata piuttosto che darle la macchina, «co a fadiga che go fato a portarmea drio».
A Palmanova è rimasto anche un fratello, Antonio, che aveva 8 anni ed è morto di meningite. [Parte sovra-registrata]

[Riprende sincronizzazione con audio] A Visco siamo andati in un ospedaletto da campo.
Del pappagallo ricordo che "parlava el furlan". I padroni sono ritornati durante la guerra e così noi abbiamo dovuto andare a Visco. Eravamo in tanti in questo (ex) ospedaletto: tutto il paese di Romanziol!
I padroni di casa di Palmanova erano benestanti e mi ricordo che il pappagallo diceva "cermùt" [?].
35:36 Mentre scappavamo da Romanziol, di notte i tedeschi entravano nelle stalle e ci impaurivano con i fucili spianati. Ma con noi c'era un uomo che aveva (conduceva) "el pass de Zenson", il passo a barca fra Romanziol e Zenson ... e che aveva un vecchio fucile scarico. Lo puntava sui tedeschi e allora i tedeschi se ne andavano. Il barcaiolo mi sembra che si chiamasse Visentin di cognome, e di nome, mi sembra, Eugenio.
A Motta di Livenza siamo rimasti fermi una notte, perché era stato fatto saltare il ponte sul Livenza. Siamo rimasti sull'argine, con la pioggia e il vento. Nei pressi c'era un casone abitato da due vecchietti che avevano i figli in guerra e ci hanno chiamato dentro per ripararci. Mi sembra di vederli ancora, questi due vecchietti, sull'argine, che ci chiamano dentro per scaldarci ... e i féa fogo.
Mi sembra ancora di vedere quando sono arrivati i tedeschi, questa fila di soldati montati a cavallo, "bei tosati, bianchi e rosa, co l'elmo". E vedere che bellezza di cavalli! ... e ci hanno dato un cartoccio di confetti verdi. Li ho ancora davanti agli occhi.
38:24 I tedeschi mi volevano un bene che mai! "Co e morto me fradel i o a cuert de corone, i soldi" [quando è morto mio fratello lo hanno ricoperto di corone]. Sa, li chiamavano "corone", erano soldi che non valevano niente. I tedeschi non sapevano cosa fare per questo bambino che era morto.
Ricordo un altro episodio ... di un soldato tedesco fermo con una signora di Noventa. Ormai la guerra era finita. Gli hanno sparato e l'hanno ucciso.  [Fine intervista]

mercoledì 5 maggio 2010

Intervista a Romana Pellizzoni

Nata nel 1911 a Goricizza (UD).

Nastro 1998/3 - Lato A                        16 febbraio 1998

Siamo andati sull'incrocio là della strada, io e tanta gente, tutti con le lenzuola bianche, un fazzoletto bianco, qualcosa di bianco insomma, e abbiamo visto questi tedeschi arrivare, e non mi ricordo altro.
Era all'incrocio con la strada del Coseat. Noi eravamo là, e mi ricordo che ero bambina, perché mio povero papà [Anselmo, cl. 1878], che era in fureria ... era stato per tre mesi qua a Codroipo imboscato, ma dopo è stato sempre in prima linea sul Piave. Mio papà voleva che andassimo via, noi si preparava qualche cosa con mia mamma. Mia mamma [Elisa Zoratto, 1879] aveva sei figlioli, figurarsi, non ha voluto partire, perché pioveva anche, e non ha voluto, così siamo restati qua.
E quando sono venuti questi tedeschi: «Andiamo, andiamo!», eravamo tutto un mucchio di gente, tutti a sventolare il bianco. Sono arrivati questi tedeschi, un pochi, non so nemmeno quanti, perché ero ... avevo sette anni, mi ricordo ben poco.
Si aveva ognuno il suo che si sventolava, anche un fazzoletto, un canovaccio ... e abbiamo incontrato i tedeschi all'incrocio là sulla strada grande. Era come per fare un "ben arrivo", perché dicevano: «Venite via, perché i tedeschi tagliano le mani, fanno così, fanno colà».
Mah, io so che ero bambina e ho preso solo paura. Dicevano così, ed eravamo là tutti per conservare un buon accordo...
D. Ma poi vi hanno fatto del male o no, questi tedeschi?
R. No, no, no ... niente, niente, no. Erano buoni. Per la verità venivano per le famiglie a domandare un pezzetto di polenta, (stik di polenta) perché avevano fame. No no, per la verità non hanno fatto niente; perché adesso sa in questa guerra ci sono stati i partigiani che ne facevano di tutti i colori e noi si diceva che erano meglio i tedeschi dell'altra guerra che non i partigiani, perché non hanno fatto proprio niente, nessun malanno.
Eh, sì sì... [i tedeschi] venivano per le case quando si ammazzava un maiale. Stavano attenti, lo portavano via o vivo o morto, tagliato, perché avevano fame anche loro. E polenta, venivano sempre. Mia mamma diceva «o mangiare o a casa», e loro «sì, sì, buono», dicevano.
Sono stati qua un anno, c'erano sempre dei tedeschi per tutto l'anno, a Codroipo, in giro, di qua e di là. Noi all'epoca abitavamo in via Molino, quella attraversata da via Còseat. La nostra strada del Molino era un "andròne", cioè una strada di poco conto che si incrociava con la...
Quando sono arrivati, quel giorno era scuro. Scuro, ma non pioveva, era di pomeriggio...
A Codroipo, mio papà era stato imboscato per tre mesi nella censura. Facevano la censura, a Codroipo, ed erano in molti. La Censura era situata dove ora si trova la farmacia Sabatelli, ma allora non c'era niente di quella farmacia; erano là, in un granaio.
Mio padre era impresario muratore, era un benestante.
Sul Piave invece fu messo in prima linea, artiglieria di fortezza, non so cosa la chiamassero.
Quando mio padre ha visto che c'era la ritirata è venuto a casa nostra e "pugni sulla tavola", diceva a mia mamma di partire, di andare di là del Tagliamento e del Piave (Tilimènt e la Plàva). Voleva che andassimo via e poi sulla porta si è voltato verso di noi dicendo: «State, state là, morite là», perché per le strade ormai c'erano morti dappertutto e suonava la campana che andavano a seppellire i morti, per la strada vicino al Tagliamento.
Ma noi siamo rimasti qua, e dopo infatti mio padre non sapeva se eravamo arrivati o no, perché mia mamma per finirla [accontentarlo] alla fine gli aveva detto «sì, sì, verrò via, verrò, verrò» e invece dopo, no, no, non siamo andati, no.
E lui è rimasto tanto tempo senza sapere che noi eravamo rimasti di qua. Ma dopo si andava dall'arciprete di Codroipo che scriveva ai prigionieri che siamo qua, e lui ha ricevuto notizie nostre.
Noi in famiglia eravamo sei figlioli, e mia mamma ne aspettava un altro e inoltre si aveva con noi la nonna Anna. Eravamo un maschio e cinque ragazze; io ero la quarta.
Nell'anno dell'occupazione non c'era abbondanza, ma non abbiamo sofferto tanta fame, perché noi si aveva mio zio prete, e quello veniva ogni tanto con un uovo, portava qualche sacco di granoturco e si aveva il molino là vicino e lo si macinava. Il molino era del vecchio Francesco Pellizzoni e di suo figlio Enrico. Mio zio prete invece si chiamava Egidio Pellizzoni ed era prete a Pozzuolo, dove è stata quella battaglia... Lui era là, allora ... e ogni tanto veniva a trovare la sua mamma, la nonna vecchia che era con noi.
Quello zio è stato a rischio anche lui di perder la pelle, perché sa come è stata quella battaglia di Pozzuolo ... perché i tedeschi erano a Codroipo qua e...

Nastro 1998/3 - Lato B

... i tedeschi volevano tagliare la strada al Duca d'Aosta. Era proprio là a Pozzuolo che si sono incontrati i Dragoni di Genova, i Lancieri di Novara. E mio zio era prete e lui andava anche a dare l'olio santo in prima linea. Eh, questa storia è vecchia, e tutti l'hanno raccontata e sentita! Mio zio cercava di fare quello che poteva: procurare di mettere a riparo la gente, perché ne sono morti tanti là ... e dopo per la "strada bassa", si dice, il duca d'Aosta è riuscito a passare.
Qua si è visto poco del passaggio degli italiani in ritirata, non hanno fatto malanni. Andavano tutti di là, per Codroipo. Era un centro, Codroipo; di qua invece erano in meno a passare. Non c'è stata grande confusione.
La "strada bassa" è quella verso Latisana, mentre quella di Codroipo era la Napoleonica, e di là passava il grosso della gente, non per Goricizza. Siamo vicini, ma passavano di là. 
Dopo, sul Tagliamento hanno chiuso il ponte e si sono fermati. E là era tutto pieno, piova che Dio la mandava e la gente ... e quelli che sono passati di là hanno dovuto lasciare tutto e andare solo con le mani vuote.
Vicino alla piazza di Codroipo sono cadute delle bombe di aereo, hanno sgretolato un po' ma non hanno fatto molti danni. A Pozzo (vicino a Goricizza) avevano messo le mitragliatrici sul campanile, i tedeschi, e sono morti anche; ma non si sa con precisione ... avevano anche avuto questioni col parroco.
Quando sono ritornati indietro i tedeschi alla fine della guerra ... ricordo quei giorni perché i paesani "annusavano" i fatti, sapevano. Allora chi aveva una vacca o qualcosa, non la tenevano in casa ma la nascondevano nei fossati e ci mettevano sopra qualcosa per nascondere, per paura che gliela rubassero. Ma poi invece non è successo niente.
Ricordo quando sono arrivati gli Italiani e noi bambini siamo andati a vederli. Erano a piedi e nessuno ha messo fuori bandiere tricolori, perché nessuno le aveva. Però contenti tutti, gran festa, così, fra la gente, ma non altro.
Il parroco di Goricizza era rimasto in paese. Una volta i tedeschi hanno anche dato del pane alla gente e allora siamo andati in canonica a prenderlo; qualche volta mandavano qualche cosa.

Ricordando quell'anno la signora Pellizzoni lo paragona alla seconda guerra mondiale «quando c'erano quei bombardamenti»...

... e si diceva che si stava meglio allora, nella Prima guerra. Si stava quieti, nessuno sentiva niente. La seconda guerra per noi è stata molto peggio, con quei bombardamenti che si avevano qua sul Tagliamento. Oh Dio Dio Dio! Siamo state noi nell'orto, ... è caduta una bomba che ha fatto una buca di 21 metri di circonferenza; mio papà l'ha misurata...
L'anno dell'occupazione durante la Prima guerra è passato tranquillo, non hanno violentato le donne, no, no. Tedeschi ce n'erano a Codroipo e anche a Goricizza; erano sparsi un po' di qua un po' di là per le case.
Il mulino funzionava sempre anche allora. Era controllato dai tedeschi, ma cosa vuole controllare, là ... noi si dice che «anche il lupo mangia le pecore contate». Si andava di notte, si riusciva sempre a far macinare; noi si andava lo stesso. Veniva ogni tanto qualcuno a controllare... Insomma ce la siamo cavata.
I signori del paese erano scappati; erano scappati anche degli altri da Goricizza. Il paese aveva circa 1000 abitanti, ma solo qualche famiglia se ne è andata. I Grosso: è venuto uno di loro con un camion, sono andati via presto e sono andati giù fino a Siracusa. Ricordo, ero piccola, li vedevo caricare, ancora prima che arrivassero i tedeschi, quando però c'era già del movimento. Poi anche dei miei parenti sono andati di là; un pochi sono rimasti di qua, un pochi sono andati di là. Ma la maggior parte del paese è rimasta qua.
La scuola non funzionava, durante l'occupazione; e dopo, quando sono arrivati gli italiani eravamo in classe tutti insieme, dell'11 del '12, del '13...
Era rimasta in paese una maestra, e allora qualcuno, se voleva, andava a qualche lezione. Si chiamava Rosina Maurini, la maestra. Era del paese, era brava, era di casa nobile, vecchia del paese. Era lei che andava per le case di qualche bambino che voleva far lezione.
In chiesa andavano anche i soldati tedeschi...
A Codroipo, c'è la stazione; di là, per quel viale Vittoria là, c'erano solo ospedali pieni di soldati. Ma anche una mia sorella (Luigia) che si era rotta una gamba, inciampando nella stalla, è andata in uno di questi ospedali e l'hanno ingessata bene che dopo non ci si accorgeva neppure quale fosse la gamba rotta.
D. Quindi tanto male non si sono comportati questi tedeschi?
R. No, no, no ... eh, miseria, c'era, miseria sì, ma non altro.
D. C'era qualche soldato italiano che era rimasto qui in paese come disertore?
R. Sì, c'erano, c'erano, per le case di qua e di là. Ce n'era uno che era di Roma, in una casa qua.
Poi c'era anche un mio cugino (Giovanni Zoratto) che era rimasto prigioniero a Santa Maria La Longa e di notte è venuto a casa, di nascosto, per i campi, e dopo veniva a dormire da noi per paura che venissero a prenderlo.
Così sono riusciti a stare nascosti per tutto il periodo...
Quello di Roma parlava in italiano e andava a lavorare nei campi insieme con i padroni e non ha mai avuto problemi con nessuno. Non aveva fatto in tempo a passare di là del Tagliamento.

Io ho avuto tre figli...
Mia mamma aspettava un altro figlio, che è nato nel gennaio del 1918 e l'ha chiamato Aristide; poi nell'ultima guerra è andato tenente aviatore.
Rapporti dei soldati con le donne. In paese è nata una figlia, ma non da un tedesco. È nata nel '18 come mio fratello, da una donna che non era sposata ... ma il padre era un paesano.

Intervista ad Oreste Pacquola

Nato a Cavazuccherina (Jesolo) il 28 agosto 1909.

Nastro 1994/25 - Lato A                  28 giugno 1994

All'inizio
Tentativo non riuscito di intervista con un vecchio ardito, classe 1897 (combattente anche a Caposile).

Pacquola
Io all'epoca avevo nove anni e siamo andati profughi a Napoli. È venuto il sindaco a dirci di partire. Mio padre Leone era militare e io ero con mia mamma Maria Vidale, due miei fratelli (Ottorino cl. 1907 e Olindo) e una sorella (Onorina cl. 1903).
Abitavo qua, a cento metri, e qua davanti dove ora c'è la strada [via Cesare Battisti - Jesolo Paese] c'era un fiume, il canale Cavetta che poi è stato spostato più avanti.
Quando sono arrivati i tedeschi, il Cavetta è stato chiuso verso la confluenza con il Piave e poi gli italiani hanno rotto l'argine sinistro in modo di allagare le campagne verso Cortellazzo.
All'epoca il paese si chiamava Cavazuccherina e ha cambiato nome nel 1931. Mio padre era maniscalco.
Anche a quel tempo, in paese a Jesolo, c'era l'albergo Antica Jesolo di cui era proprietario Giovanni Camozzi.
Sulla Cavetta le donne andavano a lavare la biancheria perché fontane ce n'erano solo due. Una era in piazza vicino alla chiesa, che non era dove si trova oggi ma dove adesso c'è la farmacia, in direzione del Sile-Piave Vecio, oltre la Cavetta, oltre il ponte sulla Cavetta...
Buona parte della campagna dietro Jesolo era sotto acqua. Hanno fermato la cavalleria tedesca mettendo dei ferri piantati per terra dovunque; ferri che spuntavano dall'acqua solo di una ventina di centimetri.
Alla fine della guerra a Jesolo hanno fatto prigionieri "un monte" di tedeschi [austro-ungarici], e di là - oltre il Piave - gli italiani hanno tirato dei reticolati e hanno fatto come una prigione su un campo.
Noi profughi siamo stati caricati su un burcio e poi siamo stati portati a Chioggia e da là, con il treno, a Napoli; alcuni altri invece sono andati a Caserta e un po' dappertutto.
Il treno era formato da vagoni per il trasporto anche di cavalli tanto che ricordo ancora che vi era scritto «cavalli 8, uomini 40», me le ricordo io quelle parole là. Eravamo delle famiglie intere ... noi eravamo quattro zii e mia mamma che fa cinque; mio padre era militare.
A parte i vagoni da cavalli, il viaggio è stato abbastanza confortevole e in tutte le stazioni in cui ci si fermava c'era sempre gente che ci dava qualcosa da mangiare.
A Napoli ci siamo trovati bene; perché dicono che i napoletani sono ladri: sono ladri perché non hanno industrie, perché i napoletani a noi ci hanno aiutato tutti. A volte qua è pieno di napoletani e io parlo come loro, mi ricordo ancora il dialetto ("uè, ndove andate, guagliò")... perché a Napoli noi siamo stati tanto, perché siamo tornati nel '21 a Jesolo. A Napoli stavamo fermi là, ci passavano una pensione...
Dove abitavamo noi c'erano due vecchi, di cui uno era un ex cocchiere. Avevano cucina e camera (lui si chiamava Vincenzo e la moglie Antonietta), avevano questa casetta piccola. La cucina era in comune ma noi si mangiava per conto nostro, perché il napoletano ha un altro mangiare.
Abitavamo nel quartiere di Capodimonte, in città, via... Vicino a noi c'era una birreria tedesca e la chiesa della Madonna del Soccorso; là vicino passava anche il tram e noi per andare a casa avevamo delle scalinate da fare.
Io non ho avuto nessuna difficoltà ad ambientarmi a Napoli. Quando passava il tram avevo imparato anche a salirvi sopra senza il biglietto, e una volta un napoletano (controllore) mi ha chiamato per darmi una contravvenzione. Io gli ho risposto in malo modo, alla napoletana, gli ho sputato addosso e poi sono scappato. Lui mi ha corso dietro fino a casa con la pistola in mano, perché ero salito senza biglietto sul tram, mentre correva.
Vicino a casa nostra c'era un professore che si chiamava Iroli e poi c'era una fattoria con fighèri e piante. Eravamo sì in città, ma si confinava con la campagna. Eravamo sulla strada Nuova di Capodimonte.
Ma non avevo fatto molti amici. Nella casa in cui eravamo ospiti c'era solo la nostra famiglia

Mi mostra il paletto (a "coda di porco"), uno dei moltissimi che hanno fermato la cavalleria austriaca davanti a Cavazuccherina. 

L'acqua ricopriva il terreno nella località "Marina", verso la spiaggia, verso lo sbocco del Cavetta e del Piave.
Qua a Jesolo continuavano a funzionare ancora i bacini di scolo delle bonifiche,  verso Cortellazzo invece c'era acqua dappertutto e ancora quando siamo venuti a casa nel '21 c'era acqua in gran parte della "Marina".
Nel 1936 sono andato militare in Cirenaica ... e go ciapà bei schei...
Prima che i tedeschi arrivassero a Jesolo, si era sparsa la voce che stavano per arrivare ... «i xe qua a Caorle».
Mio padre era militare in un "carnificio" (macelleria) a Bologna.

Prima della guerra qua a Jesolo ogni famiglia aveva il cavallo. Adesso invece i cavalli sono spariti completamente, ce ne deve essere ancora uno. D'inverno nella spiaggia di Jesolo c'erano circa duecento cavalli, e anche di più, allo stato naturale e quando pioveva si mettevano fermi vicini uno all'altro in piedi. I proprietari gli portavano da mangiare al massimo una settimana, per il resto si arrangiavano con quello che trovavano sul terreno. I cavalli erano lasciati allo stato naturale nelle mòtare di sabbia che c'erano nella spiaggia, e quando a uno serviva il suo cavallo andava a prenderselo. Anche se erano lasciati così liberi non si registravano furti di cavalli. 
C'era un vecchio, Sante Soncin detto Pessa - che è morto qualche anno fa - che ne aveva due tre e in più aveva il cavallo da monta e ogni volta che portavano una cavalla al cavallo da monta davano al proprietario dieci centesimi.
La razza era chiamata "razza Piave". 
Erano velocissimi tanto che qualcuno riusciva a fare il percorso per San Donà di Piave in 15 minuti. 15 chilometri in 15 minuti,  con il sarét attaccato ... e che non avevano le ruote di gomma questi sarét, avevano ancora i cerchioni in ferro.
Era chiamata razza Piave perché era una buona qualità. Era una razza del posto; a Jesolo ci sono sempre stati cavalli, c'erano delle famiglie che ne avevano anche due.
In spiaggia, per mangiare, i cavalli si arrangiavano. Trovavano sempre qualcosa da becolar, perché la spiaggia è lunga 15 chilometri e loro andavano al pascolo.
Le famiglie avevano anche le stalle, ma per i cavalli d'inverno era come fosse estate.

Ho fatto 8 anni e mezzo di militare e non ho avuto una lira di pensione, un po' perché era artigiano, un po' perché non so. Ora mi trovo con 15.000 lire al giorno.
Ho fatto l'artigiano fino al 1970. Ormai cavalli non ce n'erano più, ultimamente, ma facevo carri, aratri, di tutto per l'agricoltura. Ma pensione niente ... mi hanno mandato a casa il quadro di "cavaliere della patria", ma schei niente! Un giorno o l'altro lo butto via, io!
Sono sposato, ho una figlia [che gestisce il locale in cui l'ho incontrato]. Sono stato ferito in Corsica da una scheggia. 


Mi mostra il segno della ferita sul torace: una ferita piccola, dice, ma l'ho presa io ... e schei niente!

Gli abitanti di Jesolo all'epoca della prima guerra erano pochi. Si lavorava la terra e in paese c'era qualche piccolo esercizio e negozio.
Nella spiaggia c'era gente che andava a fare qualche bagno così, durante la stagione estiva, ma non c'erano veri e propri turisti.
C'era un unico albergo, il Bagni, ed era una baracca, grande, lavorata bene ma in legno. Il proprietario era... poi, dopo la guerra, la moglie iniziò a farne uno, due, altri.
La malaria c'era, a causa dell'acqua marcia che c'era dappertutto. Io non ho preso la malaria, però.
Mio padre lavorava come maniscalco ad Oderzo ed abitava a Meolo. Alla fine della settimana ritornava a casa con la bicicletta ... e là una volta, nella sua bottega, capitarono due signori uno dei quali aveva un mulino qua a Cavazuccherina (si chiamavano Eugenio e Giuseppe Baffi) e mio padre gli ha ferrato il cavallo. Gli hanno chiesto: «Cossa ciapitu al giorno?» - «Do franchi», ha risposto mio padre. - «Beh, se vieni a Cavazuccherina da noi ti diamo 4 franchi al giorno, più mangiare e dormire».
Quando mio padre è tornato a casa e ha raccontato la proposta ricevuta a sua madre, lei gli ha detto: «Ma Leone, là c'è la malaria dappertutto». E mio padre: «Mi mama vae, prove... ». È venuto, e la malaria non l'ha presa.
I Baffi avevano il mulino in centro al paese e funzionava elettricamente, non ad acqua.
Dietro al paese di Jesolo c'era tutta campagna. Le grosse famiglie erano Martin Gioani (il vecchio), poi Bastianutto che sta in Marina, poi un Zanusso a Passarella con ben 54 persone.
Qua a Jesolo c'erano tre dottori, e la levatrice bisognava andarla a prendere con il cavallo.
La vita all'epoca a Cavazuccherina, pur non essendoci il turismo ed essendoci la malaria ... era buona. 
Noi ragazzi giovani si andava tutti al mare a fare il bagno, e una volta io ho salvato un ragazzo perché in spiaggia poco più avanti dell'inizio dell'acqua c'era una sacca che si raggiungeva passando attraverso una buca profonda. Un ragazzino era arrivato su questa sacca ma non era più capace di tornare indietro perché nel frattempo si era alzata la marea. Allora io me lo sono messo in spalla e con la bocca chiusa sono passato sotto acqua trattenendo il respiro finché sono arrivato in spiaggia. Sono pochi metri, ma se non hai coraggio!
Noi non si sapeva nuotare. In paese ce n'erano solo due tre che sapevano nuotare e adesso sono morti. Noi si andava a piedi fino al secondo scano per raccogliere peocini e là ce li mangiavamo sul posto.

Quando siamo tornati da Napoli, nel '21, nella campagna era tutto fermo. La "Marina" era ancora sotto acqua, qua era asciutto, ma màrso. Bombe non ce n'erano, né altri residuati bellici, anche i ferri erano stati tolti, tranne quello che ho rintracciato io più tardi e che ora conservo: era stato piantato sotto una siepe qua dietro... e l'ho trovato recentemente sistemando una rete.
Al ritorno da profughi le case del paese erano quasi tutte a terra, e ci siamo arrangiati a sistemarle.
Dei profughi di Jesolo una parte sono andati a Udine ma là mancava tutto e molti sono morti di fame. Quelli invece che sono andati verso sud se la sono passata meglio.
Avevo un fratello del '7 che è morto appena tornato da Napoli. Qua c'era ancora il sangue che correva, e mio fratello con un trave andava su e giu' di qua e di là della Cavetta, a cavallo del trave, assieme a dei suoi amici. Hanno fatto infezione e sono morti tutti. Di tifo.
Sul Cavetta, pur essendo la guerra finita da molto l'acqua era ancora infetta. Io non l'ho visto il sangue, ma tutti dicevano che era per quello.
Dei ferri piantati nelle nostre campagne io ne ho comprati 16 quintali, da un contadino, un certo Talon, ora morto, e poi li ho utilizzati per fare ferri da cavallo. Li piegavo, erano "tondini da venti". Dapprima li raddrizzavo con la fola [forgia]...

Nastro 1994/25 - Lato B

... si eliminavano i tre o 4 òci (verigoe) dei tondini facendoli arrossare sulla forgia e tirandoli con le mani. Poi si tagliavano i ferri in due pezzi, in modo che il peso fosse uguale e ogni due pezzi venivano fuori due ferri da cavallo. Dapprima si ritagliavano due pezzi di ferro lunghi circa 25-30 cm. a seconda del cavallo, e venivano preparati al grezzo, e poi questi pezzi di ferro venivano presi volta per volta quando si doveva fare un ferro da cavallo.
Non ricordo il nome con cui i militari chiamavano i ferri piantati per terra,  ricordo però che noi li chiamavamo verígoe. Ricordo di aver pagato poco i 16 quintali di ferro, na cantaa de imbriago ... era dopo che bisognava lavorare par ciapàr un franco.
Se non c'erano queste verígoe, per fare i ferri di cavallo si partiva sempre dal tondino, che andavo a comprare in ferramenta. Si partiva sempre dal tondo, che non occorre batterlo... Erano delle gran lavorate, per prendere un franco!
Quelli che pescavano andavano con l'amo, sulla Cavetta; adesso vanno in mare,  ma allora solo amo ... in Cavetta, e nient'altro.
A noi profughi ci passavano anche le scarpe.
Mia figlia Maria (detta Marì) conduce il ristorante "Udinese".

Nastro 1994/26 - Lato B

Aggiunte e precisazioni (12 agosto 1994)

Non è giusto dire che il Cavetta era stato chiuso per allagare la terra ... quella era stata ottenuta con i bacini di bonifica, rotti... I bacini non erano rotti... [?] 
La "Marina" era stata allagata e lo era anche al ritorno; si pescavano i lucci.
I cavalli di Jesolo, prima della guerra erano tutti in spiaggia. Il padre di Pessa Mokè (Bepi Soncin) si chiamava Santo Soncin ed era soprattutto lui che tirava su i burci con i cavalli lungo l'argine. C'era poi un'altra famiglia di cavallanti di cui non ricordo più il nome.
La razza di cavalli (razza Piave) era molto veloce. In particolare ricordo Berto Santin, che aveva un cavallo maschio molto veloce, e poi Giovanni (Nane) Bergamo che partivano da qua e in 15 -16 minuti erano a San Donà. A Passerella si fermavano, davano un secchio d'acqua al cavallo e poi via. Là c'era e c'è tuttora una fontana. 
Questa era la strada da Jesolo a San Donà: Cà Pirami, Mànego dea mola [strada tutta curve che ricorda il manico di una macina = da Ca' Pirami a Passerella di Sopra], poi via del Tram [perché vi doveva passare il tram, che non arrivò mai], San Donà.
Andavano a San Donà per i so afari ... e quando partiva, il figlio doveva preparagli il cavallo ... e quando arrivava il figlio doveva staccarglielo. [Berto Santin] era il padrone, servito e riverito.
Il sarét (calesse) era anche chiamato barachina, solo che la barachina aveva le ruote gommate, mentre il sarét aveva i cerchioni in ferro. Entrambi avevano tre posti, e a volte uno "lo mettevano sotto le ruote" [Pacquola ammicca: cioè veniva fatta salire qualche donna]...
In Jesolo centro, prima della guerra unico albergo era l'Antica Jesolo (di Camozzi Giovanni - Camuzzi in dialetto). In spiaggia invece il Bagni era in legno e a fianco del Bagni c'erano tanti baracchini, sempre in legno. Il proprietario dell'epoca non ricordo come si chiamasse.
Noi facevano il bagno tutti nudi, ma io non sapevo nuotare.
Mio fratello Olindo era del '13.
Marino Talon che mi ha venduto il ferro dei reticolati era uno che faceva tanti mestieri. Erano ferri lasciati là, nessuno li aveva presi ... tanta roba è stata anche buttata nel Piave.
Le verigoe avevano di solito tre òci (tre giri a forma di spirale), a volte anche quattro.

Brano di intervista ad Alfredo Menegazzo

Nato nel 1908 a Onigo di Pederobba (TV)

Nastro 1986/5 - Lato A       (da 09:07 su nastro originale)      20 gennaio 1986
              
Avevo dieci anni allora. Io sono andato profugo in Piemonte. Diciotto mesi siamo stati via la nostra famiglia, diciotto mesi.
Qua c'era la prima linea [italiana] e di là c'erano gli altri. Abitavamo drio a Piave [lungo il fiume Piave], di là della fabbrica. Tutto il paese qua siamo andati via, tutti i paesi. Abbiamo dovuto andar via altrimenti ti ammazzavano.
Mio padre era soldato, è venuto casa [?] e ha trovato un posto in Piemonte, a Incisa Belbo, in provincia di Alessandria. Si viveva col sussidio. Eravamo una famiglia grossa, si era in venticinque-ventisei. Erano quattro fratelli, tutti quanti con due tre figli ciascuno [...] eravamo in affitto delle Opere Pie di Pederobba.
[...]
A Incisa Belbo noi eravamo piccoli. Gli uomini erano soldati e con noi c'era il nonno, ma era vecchio. Le donne "guardavano" i bambini. Il comune ci ha trovato una casetta in affitto; io avevo dieci anni e gli altri miei fratelli (eravamo in quattro fratelli) erano più piccoli.
Al ritorno abbiamo trovato tuto un stròss. Casa buttata giù, senza niente. Ci ha dato una baracca il governo. Nessun rimborso di danni; a chi ne hanno dati e a chi niente. Non so cosa facesse il comune. Ci è toccato arrangiarsi, arrangiarsi meglio che si poteva ... impiantarsi nella terra, ancora... Allora non c'erano lavori, non c'erano mica le fabbriche che ci sono oggi, bisognava arrangiarsi sulla terra e vivere là.
Siamo tornati di autunno e abbiamo passato due inverni in baracca e dopo un po' di tempo hanno preparato le case. Il governo ha aiutato. La casa ... un pezzo era andata giù e un pezzo era rimasta in piedi, ma non era abitabile. Dappertutto, nei campi, c'erano residuati di guerra. Pericolo, più di uno ha perso anche le mani a prendere ... in casa nostra no. Noi se si trovava qualcosa nella terra si cercava di metterla fuori (in parte) e dopo venivano a portarla via i soldati; le si ammucchiava e poi venivano loro.
Si mangiava: il governo dava fuori il rancio, un pasto al giorno, lo si andava a prendere, in comune, e poi al forno ci hanno dato la tessera.

martedì 4 maggio 2010

Incontro con Juri Pietro

Nato nel 1926 in Borgo di Sopra, Orsària di Premariacco (UD).

Nastro 1998/17 - Lato A                        15 ottobre 1998

[...] Siamo nel bar della località Lepróso, in comune di Premariacco, vicino alla discesa che porta al bellissimo ponte sul Natisone e stiamo per recarci da un testimone che ha più di 90 anni [Geminiano Pizzoni], segnalatomi dal sig. Juri. 

Un tempo al posto del ponte c'era una passerella su corde d'acciaio e la strada era un sentiero, poco più. [...]
Prima del '17, lungo il Natisone, due km sotto a dove ci troviamo ... c'era la base degli arditi, che venivano qua ad Orsaria, nell'osteria che c'era sulla curva. Ordinavano da bere e poi invece di pagare tiravano fuori una bomba a mano e qualche volta toglievano anche la sicura...
C'erano due aeroporti qua vicino: uno in località Les brìches [?] e l'altro era là vicino. Adesso per arrivarci ci sono stradine che passano per un po' di bosco.
Mia mamma Ines Móntina, nata 1903, era una maestra e abitava in Borgo di Sopra n. 7. 
Dopo Caporetto son venuti i tedeschi. Son arrivati là, han trovato il porcile con la scrofa e i porcellini e li hanno cotti nella liscivaia, e man mano che cuocevano bevevano il brodo. Son morti non so se uno o due. Però diceva che era successo in moltissime parti. Bevevano il grasso del maiale, il sego, il lardo sciolto. Mia mamma è rimasta in paese durante l'invasione...
D. E' vero che venivano violentate le ragazze?
R. Quello là non me l'ha mai detto, ma questo è normale in tutti gli eserciti. Dove c'è l'ubriaco, succede, perché normalmente se uno è in piedi non fa quelle cose. E in tempo di guerra si fa di tutto. Comunque mia mamma non ha mai nominato di violenze sulle ragazze e sulle donne.
Mio padre in quei giorni era sull'altopiano della Bainsizza e durante la ritirata è finito a Padova; era del Genio minatori, era a far gallerie. Le prime gallerie le ha fatte là, di fronte a Gorizia, sull'Isonzo, dalla nostra parte. Da là è andato sul Sabotino e dal Sabotino l'han mandato sulla Bainsizza. 
Là - mi ha raccontato e volevamo andar a vedere - che un giorno che c'era un bombardamento furiosissimo, dev'essere stato forse nei tempi della ritirata, sono andati dietro a un grande masso in cinque di loro e ... una granata qua e una granata là ... se adesso è caduta là, non ricade più nello stesso posto ... e lui ha detto «io vado via altrimenti qua ci fanno fuori». È scappato, lui e un altro, mentre in tre sono rimasti là. È arrivata una granata dietro il sasso, li ha presi sotto e ha detto che quelli sono ancora là sotto. Voleva portarmi a vedere dov'era e ... oggi no, domani no... 
Mio padre era del 1882, 1° aprile - e noi gli facevamo sempre degli scherzi. Aveva quasi quarant'anni quando ha fatto la guerra. [...]

Juri mi porta a vedere i luoghi in cui c'erano i due campi di aviazione la cui struttura permaneva anche dopo la guerra.

Io ero bambino, avevo la nonna a Orsaria e si veniva qua da bambini. Mia mamma aveva amiche a Ipplis che è un paesino subito di là.
La nostra una volta era una famiglia che stava bene, avevamo fornaci di mattoni, perché le colline qua attorno sono tutte di argilla...

Con Juri, in auto, facciamo il periplo del campo d'aviazione della prima guerra mondiale, a Leproso di Orsaria ... La località in cui si trovava il campo d'aviazione è alla base dell'anfiteatro collinare-montuoso che circonda Cividale; un posto ideale per lo scopo. [Considerazioni mie]. Premariacco è a 4 km, Cividale a 8 km, Udine 18 km, Manzano 5 km. Si corre in mezzo a tante piccole fabbriche ... e ai tanti prati ancora superstiti. Il campo d'aviazione infatti si trovava tra i prati.
Ci fermiamo in un ponte sul Natisone chiamato il «ponte romano». La base è del ponte militare esistente durante la guerra. L'altezza sul pelo d'acqua è di dieci metri. Rocce, alberi che si fermano sul greto e sui pilastri ... posto splendido anche se con un traffico ininterrotto.