lunedì 3 maggio 2010

Intervista a Marco Girotto (Campanèr)

Nato nel 1912 a Cappella di Scorzè (VE).

Nastro 1999/3 - Lato B                             11 settembre 1999

Mi ricordo degli austriaci e tedeschi che passavano proprio di qua, per la nostra strada principale da Mogliano a Scorzè, dopo Caporetto. Io avevo sei anni. Prigionieri tedeschi e austriaci che passavano di qua e andavano sul campo di concentramento, qua dietro la villa che c'è di là della strada dove abito adesso. All'epoca, dietro questa villa [che poi è anche dietro la chiesa] c'era un campo di terra, normalmente coltivato. Su quel campo là i tedeschi sono andati prigionieri.
Mi ricordo che venivano giù questi prigionieri, portandosi ciascuno dei fasci di canne di granoturco per dormire di notte, per dormire sulla terra nuda ... e mentre venivano avanti si portavano sulle spalle questi fagotti di canne. Li guardavo passare lungo strada, stando sulla soglia della porta di casa mia e non so se sia stato un tedesco o un austriaco, mi ha preso la polenta che tenevo in mano e stavo mangiando. Ricordo ancora il gesto rapido e deciso, lo strappo ... e lui che si mette in bocca la polenta. Tutto in un attimo, e io sono rimasto là, "incantà" [a bocca aperta] a guardare questa cosa. Era verso sera, sull'imbrunire, d'estate. [Durante la battaglia solstizio].
Quella che io mangiavo era polenta, solo polenta, perché all'epoca c'era anche poco da mangiare ... eppure mi ha strappato la polenta che avevo in mano.
Faccio l'organista e così ho trasmesso al figlio questa passione. Ma ho fatto anche il campanaro fino a 40 anni, come pure mio padre Vincenzo, classe 1888 e mio nonno Nicodemo. Poi ho fatto l'organista e vivevo di questo con i proventi del mio lavoro per la chiesa. [Informazione data al telefono martedì 14 settembre 1999]
Ho cominciato a suonare l'organo quando avevo 15 anni e andavo a scuola d'organo a Treviso con il maestro [Giovanni] D'Alessi, nella "scuola Ceciliana" di Treviso, mentre mio figlio Marcello Girotto classe 1947, sposato, 4 figli, ha studiato al conservatorio di Padova.
Mi ricordo che portavo a questi austriaci - c'era un muro [a mura] dietro la chiesa - e allora scavalcavo un po' il muro, mi arrampicavo e buttavo loro qualche pannocchia di granoturco per mangiare. Perché questi tedeschi, o austriaci, in questo campo di concentramento erano pieni di fame e allora mi chiedevano se avevo qualcosa. Io mi arrampicavo un po' sul muro, alto circa due metri; c'è ancora.
A mura era fatta per dividere la chiesa da questo campo, e quando i prigionieri sono arrivati, il muro era già stato costruito dai proprietari del terreno, che erano i Toffolo. Questa villa davanti casa mia era del maestro Toffolo, che era maestro di musica...

Nastro 1999/4 - Lato A

Il maestro si chiamava Toffolo Giovanni e durante la guerra era ufficiale e direttore di banda; poi dopo la guerra fu anche direttore della banda di Schio. La padrona si chiamava Merli Chiara. Avevano due figlie: una professoressa di arpa e l'altra professoressa di pianoforte, e da loro, da queste signorine ho imparato le prime scale ... e la passione per la musica, che poi ho proseguito per conto mio.
In quel terreno di Toffolo, quando sono arrivati i prigionieri la terra era libera. Di solito seminavano frumento, cereali. Poi il campo è stato circondato da una rete e spianato bene.
Prigionieri erano! E quando mi vedevano arrampicato sulla mura mi chiedevano kukurussa, kukurussa cioè granoturco, e mi facevano capire che mi avrebbero dato una corona ... che sarebbero state come diecimila lire di adesso. Avvolgevano questa corona su un fagottino di carta in cui ci mettevano anche un sasso per darci più peso e poi mi buttavano i soldi di qua della mura. Allora io gli buttavo la pannocchia di là, nel campo. Kukurussa, questa parola me la ricordo ancora...
D. Quanto tempo sono rimasti qua a Cappella?
R. Due tre mesi, anche di più ... perché dentro vi hanno fatto anche i bagni e tutto, con il cemento armato e quindi possono essere stati qua un anno e anche di più. Sono rimasti qua, fermi qua, per parecchio tempo.
Mi ricordo di un colonnello italiano senza un braccio, che risiedeva su quest'altra villa di qua, villa Franco. La proprietaria era la signora Anna Cavalieri, cui era intestato il terreno, e lui si chiamava Francesco, ma era la signora Franco. [?]
Avrà avuto una cinquantina di campi; mentre Toffolo avrà avuto un 4-5 campi, non di più.
Il campo di concentramento era un campo normale, un campo trevigiano, circa 5000 metri [corrisponde cioè al campo sportivo attuale] e in questo campo potevano starci un migliaio di persone. Ah sì, un migliaio, stretti... Poi hanno fatto delle baracche e mi ricordo che davanti alla chiesa, nel sagrato, c'erano non so quanti camion con le gomme piene, una trentina di camion, tutti in fila messi bene e passando per la strada si vedevano tutti questi camion... pronti per essere chiamati al fronte.
Il colonnello senza braccio, me lo ricordo perché mi dispensava il rancio con i militari. Quand'era verso le sette di sera ci radunava una squadra di ragazzi - anche allora era fame - e noi andavamo con una gavetta o con un qualche recipiente e ci buttava dentro la minestra e noi tutti contenti si portava a casa la minestra e si mangiava e un po' ne veniva anche per chi era a casa. La chiamavamo sbòba, noi altri, non so ... roba militare, insomma, il rancio, riséta. I soldati mangiavano riso, ma di quello più scadente; non so se questo mangiare fosse anche per i prigionieri.
Dall'interno del campo i prigionieri non uscivano mai. Rimanevano sempre dentro là.
D. Li sentiva a volte gridare, protestare?
R. No, non ricordo di aver sentito. Perché eravamo di qua della mura e la mura era alta più di due metri.

Gli chiedo se ha foto dei militari e prigionieri. Niente. 
Ha la foto del suo matrimonio con cavallo e poi quella della chiesa di Cappella in costruzione (1911) e altre foto d'epoca.
Il campanile è del 1749. La chiesa vecchia è stata abbattuta e poi ricostruita, ne è conservata solo una lapide del '700, murata sulla parete esterna a est.
Andiamo a vedere il muro di recinzione del campo di prigionia, attraversando la strada Moglianese, davanti a casa sua.
Sulla facciata della chiesa c'è la lapide del maggiore Ferruccio Franco, morto in guerra, disposta sopra (all'inizio) della lapide con i nomi di tutti gli altri caduti del paese.
Arriviamo alla mura, attuale recinzione del campo sportivo. La mura si è conservata esattamente come era allora. Girotto si mette nel punto in cui si arrampicava da bambino per buttare le pannocchie ai prigionieri. Era con qualche altro suo amico, in particolare con Giuseppe Ferro, classe 1912 e altri di cui non ricorda il nome.
Ribadisce che secondo lui erano circa un migliaio, i prigionieri... 

Erano tanti là dentro, e poi ricordo due squadroni di prigionieri, quella volta, che venivano avanti con le canne di granoturco in spalla, che hanno usato per dormire alla notte.
Le baracche sono state messe ai lati del campo, non ricordo con precisione dove. L'apertura attuale per il campo sportivo, apertura che allora non c'era, si trova all'altezza dei bagni dei prigionieri. Erano in cemento armato, fatti bene.
L'ingresso del campo era al centro della mura, dietro la villa Toffolo, sul lato ovest della chiesa.
Mi sembra che baracche e bagni siano stati portati via dopo un anno, dai militari.
Il campanile della chiesa è alto 47 metri.
Qua davanti c'era il colonnello senza braccio, che comandava tutto.
Interviene una signora che sta facendo pulizie dentro alla chiesa: A. V. 
[Non vuol dire il suo cognome; verrò a conoscerlo per altra fonte]
Dice la signora che  ...  nel "prà" dove adesso lavora Ico Barboja, in quello di Zuin, mio nonno mi raccontava ... mia nonna ... che nel prà di Toffolo, quello che ora lavoriamo noi e che poi hanno venduto, era tutto pieno di prigionieri. Questo posto era vicino al fiume Dese, sempre in territorio di Cappella di Scorzè. I terreni erano ... uno di Toffolo; ma si può dire che i prigionieri austriaci erano «nei prati vicino al Dese».
Mia nonna mi raccontava che i prigionieri erano là con queste coperte, sotto la pioggia. Mio papà che era un ragazzo, del 1904, raccontava sempre ... che da Canali aveva dormito Cadorna, quella volta. Canali sarebbe a un km, un km e mezzo da qua. Era il palazzo del sindaco, e adesso è stato buttato giù e vi abita la famiglia Busato, il figlio di Tarcisio Pol. Non so se Cadorna vi abbia dormito durante la ritirata di Caporetto, ma certo in tempo di guerra.
[...] Mio papà e mia nonna mi dicevano che questi prigionieri davano un orologio in cambio di kukurussa, cioè di granoturco. Così me la raccontavano i miei.
Commenta Girotto: «Uno è disposto a dare tutto quello che ha, pur di mangiare, pur di tirare avanti».
A.V.  Questi prigionieri erano sotto la pioggia...
Girotto. Io le pannocchie le avevo perché a quel tempo la mia era la famiglia del sagrestano e quindi il paese le dava le pannocchie.
Il parroco attuale, avrà una sessantina d'anni e si chiama don Giovanni Mason, attualmente è in ospedale da una ventina di giorni ... problemi di circolazione [...]

Ritorniamo verso la casa di Girotto. All'epoca la sua casa era sulla sinistra della strada, verso Mogliano, ed era di proprietà della parrocchia.

In famiglia eravamo cinque fratelli e due sorelle, ma solo io andavo a vedere i prigionieri. Gli altri fratelli erano tutti via. Chi era militare ... io ero il più piccolo ... gli altri erano a lavorare.

A casa di Girotto riproduco la foto della chiesa nuova di Cappella in costruzione: suo papà è quello con le braccia aperte, con berretto e baffi, sulla dx della porta della chiesa, all'altezza del pilastro, il secondo. Il capomastro responsabile della costruzione della chiesa era Tonio Menegotto da Martellago.

Dopo la guerra i tedeschi sono venuti a riprendersi i loro prigionieri morti, che erano stati sepolti nel cimitero di Cappella.
Sono venuti loro, li hanno esumati e li hanno portati a casa. Saranno stati 7-8 prigionieri morti. Mi sembra che siano venuti a prenderli con dei camion. La gente del posto guardava, curiosa. Non ricordo altri particolari.
Il cimitero era (ed è) a circa cinquecento metri dalla chiesa.

Intervista ad Antonio Gastaldin

Nato nel 1900 a Badoere (TV).

Nastro 1988/31 - Lato A                         26 agosto 1988

Dopo l'armistizio ci hanno mandato a casa [...] ci hanno mandato a casa noi che avevamo fatto poco il soldato. Avevamo fatto un anno, noi, perché dopo l'armistizio ci hanno tenuto ancora un mese due. Un anno abbiamo fatto e poi ci hanno mandato a casa. 
Tutti i soldati avevano fatto sette otto anni, allora ci hanno mandati a casa un anno, siamo venuti a casa. Ci hanno dato 50 lire che si poteva prendersi un vestito ciascuno, così, e siamo venuti a casa un anno. 
Dopo un anno ci hanno chiamato ancora sotto le armi, e dopo abbiamo fatto due anni. Hanno cominciato a chiamarci tre mesi per tre mesi, e ho fatto altri due anni, dopo. 
Era finita con la guerra, ma era tutta una rivoluzione, un disastro, tutto il giorno scioperi. Mi hanno mandato in caserma a Bergamo, sulle brande e un pezzo di tavola. Alle volte ci mandavano in treno; hanno mandato via la macchina e un pochi di vagoni e noi restavamo "impiantati" là...
Ma a volte, quando andavamo a Bergamo, quando andavamo a Milano ... di quegli scioperi, diobon che era, che era da aver paura! Non mi hanno fatto niente, ma scioperi erano. Una volta ci siamo alzati di buon'ora, suonano l'allarmi e dicono che c'è sciopero. Sciopero, veniamo fuori - perché a Bergamo ci sono anche tanti stabilimenti - tutte filande, la maggior parte, ma tanti.
Vediamo tutte bandiere rosse sopra, sopra i camini degli stabilimenti, mariavergine. Gridavano tutti «siamo padroni noi, oramai siamo padroni noi» ... sa, la folla. C'era una folla che faceva sciopero ed era lunga non so quanto, ma c'era un tenente che ha detto: «Ragazzi, calmatevi, perché io vengo avanti con la mitragliatrice». Perché era arrivato, c'era un presidente che era anarchico, non mi ricordo più chi fosse. Era [Errico] Malatesta, che era in prigione là, a Bergamo. Sono andati per aprirlo [i manifestanti volevano liberarlo] e tutto ... ma l'hanno fatto uscire nel retro e l'hanno trasportato a Bologna in un'altra prigione.
Il tenente ha invitato i manifestanti a calmarsi, perché lui aveva l'ordine di sparare, e si sono fermati.
Era tutta una musica. Dopo un mese che facevano sciopero e che dicevano «siamo padroni noi» non avevano più soldi per pagare, e nessuno gli dava più niente. Allora è venuto fuori Mussolini.
Fatti di Badoere, 1920. 
Quella volta dell'incendio della villa del conte [Nicolò] Marcello... Ero anch'io un suo fittavalo e i contadini volevano cambiare il contratto d'affitto. Ma il conte non voleva firmare. Perché lui veniva qua ogni tanto, mentre di solito abitava vicino a Mestre. Volevano che lui firmasse, ma lui non firmava.
D. Nel Palazzo, abitava o no [il conte]?
R. No. Era un'azienda che aveva tanta terra. C'era il fattore che si chiamava Ettore Vettorazzo.
Dentro avranno avuto quaranta vacche. Perché avevano tutto il bosco; sa dov'è il bosco ... a Morgano. Là era tutto suo, che lavorava anche la campagna dalla parte di qua. Era tutto suo a Levada.
Firma o non firma, un bel giorno si sono riuniti tutti i contadini di Marcello. Sono andati in piazza, c'era la caneva; dove adesso c'è quella bottega di Pasqualetto c'era una cantina di vino. Sono andati dentro, si sono ubriacati quasi tutti. «Ndémo, ndémo» e sono andati in là. 
È passato uno che adesso è morto - adesso non c'è più nessuno - ha preso la mazza e ha spaccato la macchina per battere frumento, che c'erano quelle macchine allora. Va sulla [...] e butta giù tutte e gaéte, i cavalieri, vrum, basso.
Me lo raccontavano, perché io non ho visto ... ma poi c'ero anch'io, perché ho sempre tanto lavorato; poi sono andato a vedere.
Poi hanno cominciato a dire «c'è la cavalleria». C'era un barco davanti, me lo raccontavano, perché io questo non l'ho visto, ma ho visto il fatto là [?]
Hanno lasciato andare le vacche, la boaria. Ha preso fuoco il barco e poi tutti i sostegni dei bachi da seta, che erano facilmente infiammabili.
Poi li hanno messi in prigione, e c'è chi vi è rimasto anche un anno due. Poi li hanno perdonati.
E uno che stava proprio qua vicino a me, perché noi abitavamo proprio sul "circolo" [sulla rotonda], el circolo de Badoere gli dicevamo noi...
Questo, che non era il conte, era un altro proprietario, era un Roncato, che aveva dei terreni. [...]
[Gli avvocati] volevano salvare un fittavolo, quando hanno fatto il processo. «Cosa volete fargli, erano ubriachi, avevano bevuto, e poi lui è un poco scemo». Allora il fittavolo è insorto. «Mi son scemo?», e così si è condannato. Si chiamava Salvini, adesso sono morti tutti, poi lui era emigrato in Francia.
Comunque questi fittavoli, pur condannati, non hanno perso il lavoro, sono rimasti nella campagna. Poi in qualche maniera hanno "combinato", hanno modificato un po' l'affitto.
Quando hanno dato fuoco al Palazzo, mi sembra sia stato di pomeriggio, ma non ricordo neppure tanto bene. Perché io sono venuto in licenza, quando hanno dato fuoco, perché ero militare. E il giorno che hanno dato fuoco ero a casa, ho visto il fuoco e tutto quanto. [?]
C'era tanta gente quella volta, quando hanno dato fuoco. Tutti i fituài (i fittavoli),  chissà quanti erano, perché poi c'erano anche degli altri contadini. Si sono riuniti tutti. Era la "bandiera bianca", e poi c'era [Giuseppe] Corazzin o meglio c'erano i suoi capi che cercavano di tenere calmi i fittavoli, quando hanno visto che erano ubriachi: «guardate che avete la condanna dietro», non volevano mica loro...
L'osteria della piazza in cui i contadini si sono fermati a bere era di Targhetta, così lo chiamavamo, Bepi Targhetta. Era un'osteria, ma dentro c'era la caneva del conte, con tutte le botti, perché il vino era "a parte", a metà fra i contadini e il conte. E sulla caneva sono andati a prendere il vino, tutti che bevevano, mezzi matti. 
C'erano anche donne, tutti, tutto il paese. Anche Morgano c'era, perché c'erano tanti fittavoli anche a Morgano. Non da Levada, perché là c'era un altro conte: era sempre conte Marcello, ma non era lo stesso, erano cugini.
La mazza con cui ha rotto la macchina, il primo contadino l'ha presa sul posto, perché c'erano muratori, c'erano falegnami, c'era di tutto in azienda.
Spaccavano, buttavano giù, di tutto. E fuoco! C'era tanto fieno, poi c'erano le grisiòe che sorreggevano i bachi da seta. Le grisìoe sarebbero stiore [stuoie], ma di cannucce.
Pompieri non c'erano. Poi dicevano che sarebbe arrivata la cavalleria, ma non è venuto nessuno e quelli che avevano dato fuoco sono scappati.
C'era uno qua, che aveva due anni meno di me e adesso è morto, che era talmente ubriaco che ha confuso un torello con una mucca. «Adesso abbiamo il latte in casa», diceva, e aveva portato a casa un toretto.
Anche sul "circolo" qualcuno aveva la stalla; poche, ma ce n'erano anche là.
Sul circolo abitavano anche piccoli contadini, con poca terra, sempre fittavoli.
D. Come facevano a vivere con due-tre campi di terra?
R. Male si viveva, tutti. Era fa... no fame, non gli dico fame, ma mangiare male. Se facevamo la polenta sembrava che fossimo signori. Polenta, un mezzo uovo, tutta una musica così.

[Mi mostra la fotografia della strada che porta al palazzo e che ho pubblicato nel libro "Sile" del 1989].

Eravamo in trentatre della classe del '900, qua in comune di Badoere ... e adesso sono rimasto io solo.
Gli alberi del viale della foto sono stati tagliati durante la guerra, per conto dell'esercito: erano platani e castagnèri mati [ippocastani].
Commento ai fatti di Badoere. Erano in balla i contadini, ma c'era anche miseria. 
15:15 Dopo la guerra del '15 avrebbe dovuto vedere com'era. Perché si dice, ma ... eravamo in sei milioni sotto le armi e venuti a casa non c'era lavoro per nessuno, e tutto uno sciopero.
E chi ha dato fuoco era gente ... bisogna che lei pensi che c'era anche una ragione, perché il padrone voleva l'affitto, e c'erano i figli a casa, e i padri erano tutti in guerra. Eh, c'era anche una ragione, non stia mica credere che... Quelli che bruciavano avevano fatto la guerra, e son venuti a casa...
Deve pensare che ci raccontavano tante di quelle bugie quando eravamo militari noialtri. La vittoria, la vittoria ... e dopo [...] lavorare. E invece niente ci hanno dato. Ci hanno dato "cinquanta franchi" [50 lire] che andassimo a comprarci un vestito; io sono andato a Treviso, da Vecchiato.
Durante a guerra ... promesse, promesse. Tutte bugie!
 
Durante la guerra qua a Badoere c'erano dappertutto soldati. Sul "circolo" [le case della piazza] c'era la cavalleria e c'erano tanti granai di sopra; i soldati erano qua in riposo.
Quella guerra là era una guerra d'infamia, sa! Perché deve pensare che andavano a prendere un monte, ammazzavano 7-8-10 mila soldati e dicevano «finiamo la guerra!» e invece [...]
Anche se non li si ammazzava, la guerra era persa lo stesso per i tedeschi, perché sono morti per la fame.
Quando sono venuti basso, loro, quando erano sul Piave, si sono fermati sul Piave perché si sono ubriacati. Sono andati dai contadini, i contadini avevano tutto il raccolto, loro hanno mangiato e bevuto. Erano pieni di fame e intanto si sono ubriacati e non sono andati più avanti.
[L'esercito italiano, durante la ritirata di Caporetto] ... avevano solo gli ufficiali che gridavano: «Via italiani, scappate italiani, che sono qua i tedeschi che vi ammazzano», per permettere ai contadini di venir giù con le bestie. Poi hanno fatto saltare il ponte.
Io ero a lavorare sulla strada, dal fiume Zero e fino al confine con Levada, che sarà neanche un chilometro, a preparare quando passavano i camion ... e ci hanno "requisito" tutti quanti, tutta la squadra, con l'ordine di andar fare un campo di aviazione a Caselle di Asolo. Basso là stavano facendo una campo d'aviazione.
Andiamo là, ostia, ci hanno lasciato là una notte e poi ci dicono che dobbiamo andare a Bassano. Andiamo a Bassano, ci caricano sul carro, su un camion, sempre i soldati... 
Andiamo a Bassano, abbiamo dormito una notte. Oh Dio, qua dove ci porteranno, perché avevamo visto [?] ... e ci dicono: «Andiamo a Primolano». Sa dov'è Primolano? Ci portano a Primolano.
Io le montagne non le avevo mai viste, quasi, perché ... e non erano montagne alte, ma per noialtri che non le avevamo mai viste erano alte. E quando siamo a Primolano non ci portano su a Enego! Sa dov'è Enego? Che ci sono sette tornanti che andavano su, i camion. Quando siamo su a Enego ci dicono che dobbiamo andare su a [?], proprio in mezzo alle montagne. Ci caricano e vediamo che le strade sono tutte coperte. Ma c'era uno che era più anziano che ci dice: «Ragazzi, guardate che qua, sono coperte perché tirano col cannone». Come era vero.
Ostia, andiamo avanti, su un bel posto anche. E diciamo guarda che belle che sono qua le montagne. Ci mettono in una baracca a dormire, a far sempre gli stradini, anche là. Andiamo là, e venivano giù i soldati dal fronte che non era mica tanto distante [...] perché c'era la cima 11 e la cima 12, non so se abbia mai sentito nominare quelle montagne là.
C'erano i tedeschi là, e i nostri erano più basso. Allora i tedeschi che tiravano, i tirava sul forte Issa [tiravano sul forte Lisser] che è qua. 

Due immagini del forte Lisser (Agosto 1999)




Ci sarebbe anche il monte Issa, ma c'era un forte: tiravano là, e a noi passavano tutte sopra, le granate. E gli italiani tiravano dal forte Issa ai tedeschi di là e ci passavano tutte di sopra vsh, vsh, vsh. 
Ma non ci venivano no addosso a noi. E siamo rimasti là due tre mesi, mi sembra, [...] fino a che per poco non ci prendono prigionieri in mezzo alla ritirata. E via con le zappe sulle spalle [...] e siamo scappati a casa. Siamo venuti a Enego e Primolano dove c'era la ferrovia. Allora c'erano ancora i treni che correvano, e tutti siamo scappati! Perché c'erano i tedeschi. Non ci hanno mica preso, ci hanno avvertito subito: «sono qua i tedeschi».
Con i soldi che prendevo, tre lire al giorno, ho portato a casa 1000 lire. Abbiamo iniziato la casa  - non comprato la casa, che la casa era nostra - ma comprato una bestia, robe così...

Dopo io ho sempre lavorato, dopo. Io non ho perso una giornata di lavoro. Ho avuto anche tante operazioni, ma sono sempre stato bene. Il Signore mi ha sempre aiutato. Nel 1930 ho avuto l'appendicite. Mi hanno operato a Montebelluna e sono stato dentro 12 giorni. Nel 1965/66 ho avuto un'ernia, ma un'ernia terribile. Sono andato operarmi, sono stato meglio otto dieci giorni e poi è tornata ancora. Dopo un anno me n'è venuta un'altra di terribile, una più grande, da un'altra parte. Mi ho operato e sono stato meglio. Dopo mi sono venute le cataratte agli occhi e non ci vedevo più niente, e mi hanno operato. E tre anni fa mi hanno operato la prostata, ma adesso sto bene.

domenica 2 maggio 2010

Intervista a Nerina Ganz

Nata il 25 settembre 1902 a Falcade, residente sul Montello a Santa Maria della Vittoria.
[Presente il nipote Angelo M.]

Nastro 1986/24 - Lato A                        26 ottobre 1986

Io mi chiamo Ganz, ho un nome todesco, perché Falcade una volta era sotto i todeschi e allora ci sono tanti cognomi austriachi, come Ganz, è austriaco, Mùrer, Strin.
D. Murer, come il famoso scultore.
R. Ah, il parente delle cose ... sì, so io dove ... lavorava dentro al mulino in un buco, là...
Sono nata il 25 settembre 1902 a Falcade. Ho sposato Marsura Innocente, che loro vengono da Santo Stefano di Valdobbiadene. Il mio soprannome è Muss. Là ce ne sono ancora tanti, anche i miei parenti. E sa perchè hanno messo questo soprannome? Perché una volta mi diceva mio papà (avevo 14 anni quando è morto) ... facevano il carbone su per le montagne, e alle 11 passavano sempre quelli dei muss [asini] a portar giù il carbone. 
Questi conducenti hanno iniziato a chiamarli quelli "del muss", e [...] lassù ancora mi chiamano la Nerina dei Muss. Perché Ganz ce ne sono tanti, ma tantissimi, ce n'erano anche attorno a casa nostra ... nelle lettere mettevano Ganz Giovanni Muss per distinguerlo.
Mio papà era Giovanni e mia mamma era Fenti Maria, da Caviola, che era parente dei partigiani ... Brigata Fenti, da Caviola, che sono stati ammazzati, e la nominano anche adesso questa Brigata Fenti. I partigiani erano miei parenti, mio cugino. Ho parenti io a Caviola, mia mamma era una Fenti da Caviola.
Io abito sul Montello d'estate, e d'inverno vado da mio figlio qua a Biadene che ha fatto la casa nuova. Ma d'estate mi piace abitare qua. [...] 
Sono arrivata con i miei fratelli, nel '21. Mio fratello era a lavorare in Valdobbiadene, falegname. Là c'erano tutte le case buttate giù dalla guerra e loro venivano a lavorare a Valdobbiadene.
A Falcade c'era tanta di quella miseria e tanta di quella miseria! È passata la guerra, hanno vinto la guerra, ma non hanno vinto la miseria! Perché lavori non ce n'erano, la gente era tutta ammalata, le donne dovevano farsi tutte 'il busto' per l'effetto della guerra, perché è stata la prima iniqua guerra.
Dunque da Falcade a San Pellegrino erano 11 km e noi si era nove km lontani dal fronte. Soldati, pidocchi, bombardamenti. Io ho visto di tutto, in quella guerra là. Perché in zona di guerra siamo stati quattro anni che non si poteva mai accender el ciàro, il lumino ad olio che non ci si vedeva neanche a bestemmiare, dicevano quelli di Falcade. Si era in zona di guerra, non si poteva andar fuori del comune, mai suonare le campane in quel tempo che siamo state là, finché non è finita la guerra. Si era pieni di soldati, il fronte era là comodo, io non so perché non ci hanno fatto andar profughi. Ma non è mai stato bombardato.
D. Avevate anche fame?
R. Prima che venissero i tedeschi, no, non c'era fame, in certo modo. Ma dopo sono venuti i tedeschi. Oh, quanti ne sono morti di vecchi. I vecchi sono morti quasi tutti, del nostro paese. Ma ce ne sono tanti paesi, Falcade, Falcade Basso, Falcade Alto [...] In tutti questi paesi attorno alle montagne ... sono morti dalla fame, i vecchi sì. Che non c'era da mangiare! I todeschi non ci hanno dato niente! Neanche un chilo di riso, in un anno che sono stati là. Tutta la gente doveva arrangiarsi. Allora patate e erbe, patate e erbe, patate e erbe, e tutti pisciavano nel letto, con rispetto; giovani e vecchi, a forza di mangiare patate e erbe.
Non c'era da mangiare! I giovani hanno resistito, ma i vecchi si gonfiavano le gambe e morivano. E anche tanti bambini.
Dopo è venuta la spagnola, ma quella è differente. 
E dopo non c'erano più lavori, non c'erano più lavori. Allora i miei fratelli hanno pensato di venire quaggiù.

Siamo partiti da dove il Signore aveva un sacchetto di miseria ... e siamo venuti dove ha buttato giù la polvere! Qua, sul Mantel! 

Trenta campi di terra, incolta ... 28 campi, sulla 16, a 1000 lire al campo. Io sono venuta qua nell'autunno del '20, i fratelli hanno preparato una baracca, hanno mandato giù i legnami da Falcade con il camion e hanno messo su una baracca. Siamo stati dodici anni sulla baracca!
D. 1000 lire al campo. Ma dove avete trovato i soldi?
R. Hanno venduto lassù, hanno venduto le case. Si aveva una casa grande lassù e si avevano un pochi di campi.
D. Cosa facevate lassù? Che mestiere.
R. Gli uomini giravano tutti il mondo. Andavano fuori per la Germania, gli uomini, a lavorare, prima della guerra del '15. Facevano i muratori, quasi tutti muratori. Andavano fuori per la Germania, via per la Svizzera, mio papà era a Tun, era a Canton Grigion, era a Vintertur; mi ricordo ancora gli indirizzi, guarda tu.
E le femmine lavoravano la campagna; segavano (falciavano) anche. Se le vedeva a prendere erba su per la montagna! Con la messóra. Tutte le donne, falciavano, portavano il fieno con la testa. E le patate, e il campo... Con la gerla sulla schiena. Tutto, tutto con le gerla. 
D'inverno andavano con le slitte, perché veniva tanta neve e gli uomini portavano la legna, ma d'estate si arrangiavano tutto le femmine; e quando avevano 65 anni erano vecchie, morivano.
Quelli che facevano il carbone erano ancora al tempo di mio padre, quando era giovane, l'epoca prima, all'epoca di mio nonno; dopo non facevano più questo carbone, non so per quale motivo, si vede che i boschi erano stati distrutti. Dopo hanno iniziato ad andare a lavorare in Germania, in Austria, in Svizzera. Andavano a piedi, andavano via a piedi, stavano una stagione e alla vigilia di Natale venivano tutti a casa. Stavano a casa due mesi e dopo prendevano i soldi "del prestito" [a prestito] e andavano via. Quando avevano pagato i soldi del prestito avanzavano poco! Senza - cosa gli dicono adesso - senza sussidi e senza niente. Lavoravano.
Mio nonno era siorét, perché mia nonna ha sposato un malato e questo uomo ammalato era un gran signore, aveva tante campagne e loro hanno detto: «Sposalo, che non ti dura tanto!». Lo sentivo dire da mia madre, da mio padre ... perché ero giovane [...]
Tenevano bestie, tante, da quelle parti, e poi portavano il latte alla latteria e la latteria era consorziata, con il burro ... e si prendevano tanti soldi d'inverno. C'erano tante latterie, tante bestie...
D. Come "consorziati col burro"?
R. Loro facevano il burro, d'inverno, sulle latterie e dopo lo portavano in Agordo e in Agordo c'era il Consorzio, che prendeva su, e ogni mese gli dava i suoi soldi. Lo mandavano in Agordo, questo burro.
Noi prima di partire da Falcade avevamo due vacche in stalla. Chi ne aveva tante ne aveva tre; ma con tre vacche si era siori là. Ma scherza! Una vacca, due capre, due vacche. Chi era più ricco ne teneva tre. E anche il maiale, la nostra famiglia lo teneva. Ma non era neppure metà delle famiglie che teneva il maiale, là...
Arrivo sul Montello.
Qua hanno tagliato il bosco e dopo ... le terre, le più buone le hanno vendute a un signore che si chiamava Mantello, che abitava dalle parti di Agordo [o Asolo?]. Per quello si dice "sul bosco de Mantel". Ha mai sentito? E i miei fratelli hanno comperato da questo Mantel.
Quando siamo arrivati avevano tagliato il bosco, avevano levato anche le ceppaie [...] e abbiamo trovato le trincee, abbiamo trovato il camminamento che partiva fuori da Peròt e andava e passava sulla nostra proprietà. Disastri erano. C'erano ancora le tombe dove avevano seppellito i morti provvisori. Dappertutto disastri ... ma dopo, piano piano è venuto su il bosco.
D. Avete trovato le ossa?
R. No, noi no; li avevano portati via i morti. C'erano ancora le tombe ma i morti li avevano già portati via, negli ossari. Ma c'erano reticolati, c'erano bombe ... [se ne trovano anche adesso, interviene il nipote]. 
Coso, come si chiama, Bicerín, è vissuto con le bombe che trovavano qua sul bosco. Bicerín viveva con le bombe che trovava qua sul bosco, col recupero, perché qua è una terra "molla" e dicevano così che se non c'era la terra molla non si salvava neanche il gatto, dai bombardamenti che facevano qua sul Mantel. Da Valdobbiadene bombardavano, ma qua è una terra molla molla e le bombe si sprofondavano tutte; sprofondavano e non scoppiavano, ne scoppiava qualcheduna. 
Dopo sono passati e ne hanno trovate tante che non si sa, di queste bombe, perché erano tutte fonde ... perché la terra, adesso non ci faccio più caso, ma una volta si sentiva uno camminare - adesso sono venuti su questi boschi e non si sente più così - a venti trenta metri di distanza, anche di notte ... dalla terra molla che c'era, qua sul Mantel.
D. Terra molla ... sarebbe morbida, soffice?
R. Sì, sì. E dove c'è tutta terra la bomba ha fatto la buca e dove sotto c'è roccia, esplodeva.
Dopo la guerra sì, tanti, tanti andavano a recuperare. Ma c'era [solo] qualcuno che viveva così, qualche famiglia che riusciva a tirar avanti. Non far soldi, non comprar terra: si ingegnavano, vivevano così. Dopo il Mantel qua era tanto ricco...
D. Lei lo chiama Mantèl, non Montello...
R. Dicono che sia Montello, proprio, Montello ... ma noi diciamo Mantèl per fare più presto.
Dopo la guerra tanti sono andati via in America ... Prima della guerra era stata lavorata la loro terra, la loro campagna, "el logo", quello che su per Trento chiamano "el Maso". [...] Però c'era stata la guerra e il bosco era tutto pieno di fréza, un'erba che cresce sul magro. Era tutto selvatico, senza casa.
I miei fratelli hanno fatto la baracca con i legnami da Falcade. Dopo l'hanno fatta di muro. Noi si aveva forza, eravamo in quattro fratelli maschi, tutti da sposare più due sorelle: io di 18 anni e mia sorella di 16, e due erano sposate. I quattro fratelli erano uno del '90, uno del '92, uno del '94 ... poi le due ragazze e poi un altro maschio del '10. Noi si aveva la forza. Allora noi abbiamo fatto arare le terre dai buoi e poi le abbiamo spaccate tutte con la zappa. Tutta la primavera. Dopo abbiamo fatto le bestie nostre e i buoi nostri,  e ... dopo siamo andati avanti! I figli si sono sposati e anche noi ci siamo sposate e tutti si sono fatti le case nuove. [...]
Ci siamo portati da Falcade due vacche e un toretto, più le galline, e nell'anno che mi sono sposata io, nel '32, abbiamo fatto 45 quintali di frumento. Dopo si stava bene... 

Nastro 1986/24 - Lato B

Adesso ho solo la lingua buona, le gambe invece mi hanno tradito.
Qua ci siamo trovati meglio che a Falcade. Adesso ritorno ogni anno in paese, ma sto là due tre giorni e poi ritorno qua. Non mi piace più il paese. Primo perché non conosco più nessuno; là c'è un grumo di gente ad agosto, poi più niente. Freddo e pioggia; invece da piccola...
Ho pianto, io e mia sorella, quando ho lasciato Falcade. Venir qua, in questo bosco qua. Maria Vergine! Solo alla festa da Neno Bastianèl suonavano l'armonica e allora mia mamma ci spingeva ad andar fuori. E quello ci bastava.
Ho avuto sei figli, tre figlie e tre figli. Mi sono sposata a trent'anni.

In tempo di guerra mi ero fatta male con una scheggia, a Falcade. Perché quando hanno finito la guerra, quando hanno fatto la ritirata [dopo Caporetto] ... la polveriera era poco distante dalla nostra casa e ci hanno detto che alle cinque della mattina si andasse via, che facevano scoppiare la polveriera. Noi siamo andati via, noi ... ma dopo mia madre aveva la vacca ... aveva più passione della vacca che di noialtri! Aveva la capra, aveva il maialino. Eh, tosàte, ha detto, andiamo a farci da mangiare noi. Intanto che era là che dava da mangiare al maiale, scoppia la polveriera, viene giù un pezzo di soffitto, questo maiale che scappa, la capra che gli corre dietro ed era attaccata alla catena, e noi tutte che si urlava e a me è saltata come una scheggia qua sulla mano, che si è bloccata... 
Dopo, dottori non ce n'erano, non c'era più niente. Da mangiare non ce n'era, dottori non ce n'erano là, altro che todeschi, pic ploc, pic ploc ... là non si capiva niente! Eh, così. Allora mia madre ha fasciato un po' la mano e dopo sono guarita io, ma...
[...]
Nel '23 qua sopra hanno messo la baracca e hanno fatto la prima messa, in autunno, il giorno della Madonna del Rosario. Doveva venire don Orazio, non ricordo il cognome. 
La nostra parrocchia era Caonada. La nostra baracca era sotto il comune di Montebelluna e per la scuola si andava a Crocetta. Il confine era là, e a volte si andava a Ciano che era più comodo e delle volte si andava a Caonada, ma a Caonada non si andava tanto perché era più lunga. Quando si andava giù si faceva una cantata, io e mia sorella Maria e la Giovanna; e dopo giù, a messa.
Era lunghetta ma ... Si pensi che quando ero a Falcade, [quando] si andava sul bosco [...] si partiva da lassù col fagotto sulla testa e si veniva giù. In confronto andare a messa a Ciano era come fare la strada dell'orto. Là a Falcade si portava tutto con la gerla.
Mio fratello che aveva dieci anni è andato a scuola un anno, qua sulla [presa] 18, a S. Lucia. La scuola c'era già quando siamo arrivati, come pure c'era già sulla 12. La spesa andavamo farla al mercato di Montebelluna. Si scendeva con una cesta di uova ... per questo mi piaceva ... perché qua c'era il commercio. Perché a Falcade, se avevi qualcosa da vendere non sapevi a chi vendere, non c'era commercio, non c'era niente. Anche adesso c'è il turismo, ma non c'è il commercio.
Qua a Montebelluna c'erano le Tombolane [le commercianti di Tombolo] che ti correvano dietro quando ti vedevano arrivare.
[...]
Poi sono andata due anni in fabbrica a Vercelli, a lavorare in fabbrica per potermi comprare la macchina da cucire "a piedi", perché a me piaceva lavorare da sarta. Sono andata a Vercelli in fabbrica e dopo due anni ho preso i soldi per comprare la macchina, che mi è costata 1100 lire.
Dormivo in un convitto di suore e si lavorava nello Jutificio Vercellese. Faceva da tramite una donna di Lentiai. Era una fabbrica tremenda: dodici ore al giorno dietro un telaio, sei al mattino e sei al pomeriggio. Sono partita nel '29 e si lavorava a cottimo. Altro che adesso che fanno otto ore. Poi nel convitto delle suore si alloggiava ... e come comandavano queste suore! Ferie, otto giorni di ferie. Si guadagnava, ma quanto lavorare!
Poi con la macchina lavoravo a tempo perso. Facevo abiti da femmina e braghe da uomini. Lavoravo a tempo perso, cioè quando gli altri andavano a letto al pomeriggio, oppure alla notte fino a mezzanotte. Lavoravo giorno e notte. Non ero mai stanca di lavorare. 
Ci penso tante volte a quegli anni, ma anche dopo sposata ... ho allevato sei figli e non ero mai stanca! Bevevo due bicchieri di vino merican bianc - il contrario del merican moro - bianco, vino selvatico; non era tanto buono ma faceva digerire. Adesso non bevo neanche più.
La Singer mi costava 1100 lire e costava più della Necchi, che pure era buona ma costava 700 lire, solo che la Necchi non pagava la dogana. La Singer era una marca buona, americana, non ha mai avuto problemi.
La luce elettrica l'abbiamo avuta nel '46; prima c'era il lume a petrolio.
Con l'acqua non so come si sia riusciti a star sani. Qua c'era una volta la Fontana Bocchin, è anche segnata sulle carte; acqua buona, medicinale.
La fontana era stata preparata dal comune, ma per due mesi acqua non ne usciva. Allora bisognava andarla a prender nella Brentella con la botte, e si faceva tutto con quell'acqua.
Ma anche a Falcade d'estate bisognava andarsi a prendere l'acqua nelle uniche due fontane del paese, e facevano baruffa quelli dell'albergo perché non c'era acqua. C'era sì una sorgente che veniva giù dalla Marmolada, ma era solforosa e non era buona da usare. Non tutte le acque erano buone anche in montagna. Anche sul S. Pellegrino non era buona: ti faceva venir mal di pancia.
Nella "fontana Bocchina" c'erano una specie di sanguisughe, e poi rane, tante. L'acqua in casa qua nel Montello l'abbiamo dal '61. Comunque l'acqua di questa "fontana Bocchina" era considerata medicinale. 
Interviene il nipote Angelo M. Adesso da questa fontana hanno portato via anche la croda che la riparava, una pietra bella, lavorata... 

[...]
Qua durante la Seconda guerra c'erano tedeschi con una postazione e gruppi di partigiani armati. Poi i tedeschi hanno fatto rastrellamento. Hanno bloccato la [presa] 11 e la 12 e hanno impiccato due-tre ragazzi, che non c'entravano per niente.

Intervista a Federico F., recuperante

Nato nel 1924 a Nervesa (TV)

Nastro 1994/18 - Lato A                     23 maggio 1994

I migliori affari nel recupero erano, più che il [proiettile calibro] 149, il 280 e il 220.
Anche se per la verità ... anche il 149 era buono: aveva 21 kg di piombo. 
In ogni caso il migliore in assoluto era il 152 italiano, che aveva copiato dal 149. Aveva le palline grosse, e aveva 21 kg di piombo, mentre 15 kg ne aveva il 149 tedesco [?]. 8 kg era il 112 francese.
Nel 1951, tutti e due, io e Elio Z. siamo andati a cercare residuati dall'Ortigara fino a Jesolo.
I primi radar sono venuti da Asiago.
Io ero del genio sabotatori e già là avevo conosciuto questo attrezzo che permetteva di sentire il metallo profondo una trentina di cm, e alla fine della seconda guerra ho usato i radar lasciati qua dagli inglesi.
Ho iniziato nel 1951, e si trovava roba in abbondanza, ancora. Ma anche adesso se ne trova; ho trovato una scheggia anche adesso qua mentre zappavo. 
Anche bombe piene ce ne sono ancora. [Sui problemi attuali relativi alla bonifica bellica, il recupero di residuati, ecc. si veda il blog di Giovanni Lafirenze Biografia di una Bomba]
Noi allora le bombe le smontavamo tutte.
Se ne trovavano bombe non solo da Elio [zona villa Jacur], ma anche qua a casa mia, a Bavaria, nel bosco vicino casa, dove ha comperato mio figlio e c'erano anche dei ricoveri della guerra ... e un ufficiale che aveva combattuto qua, poi è venuto a trovarci e ci ha detto - io ero ancora bocia - che andava dentro e fuori per qua...
Nel 1951, un kg di ferro era come un kg di pane. È stato più tardi, nel 1959 che il ferro ha cominciato ad andar giù.
Il radar di Fontaniva era un modello costruito artigianalmente dallo stesso venditore, e riusciva a scandagliare più in profondità.
C'era mezza Nervesa che andava in cerca di residuati bellici, perché allora per vivere si viveva con quello. Dopo il governo ci ha messo un tappo, tanto che ora se ti trovano con una bomba piena ti mettono in prigione, ti fanno processo. Bisognerebbe sempre denunciarle, ma cosa vuole, a volte si trovano e si buttano in parte, si lasciano là. Noi le facevamo brillare tutte.
Gli abitanti di Nervesa, tutti andavano in cerca... Io e mia moglie, che era del '32, quel pezzo di casa l'abbiamo fatto su con le bombe. Si viveva. Lavori altri non ce n'erano.
Ai tempi in cui andava in cerca di residuati anche Cappellari [proveniente da Enego e abitante a Santa Maria delle Vittorie] si andava giù a Candelù e fino a Jesolo.
Cappellari si è portato a casa per ricordo qualche bomba e lo hanno denunciato. Ma a quei tempi là noi eravamo liberi. E quando partivamo alla mattina i carabinieri ci dicevano sempre: «Fateci un piacere, non passate davanti alla caserma, che alle volte non vi esplodano proprio qua!»
Si andava giù per Maserada. E per tutti i posti in cui si andava i carabinieri ci dicevano: «Per piacere non state denunciarle». Allora se erano utili si facevano brillare noi, se invece non erano utili le lasciavamo là.
Le bombe che si lasciavano là erano soprattutto il calibro 105 tedesco perforante. Era pericoloso perché era caricato con doppio detonatore, cioè scoppiava sia che cadesse con la punta che con il culo.
Inoltre era molto pericoloso il Pilor [?] francese, che ha una spoletta di ottone pesante un kg (cioè 3-4 kg di pane); comunque noi riuscivamo a recuperarne l'ottone.
Avevamo imparato sul campo, con l'esperienza, come fare per disinnescare le bombe. Io il militare l'ho fatto come guastatore-sabotatore, della 1.a compagnia... Ma da militare sono stato solo quattro mesi. Il resto l'ho fatto tutto in montagna,  perché allora o la Mas o i tedeschi, o questo o quell'altro... Insomma io avevo dei parenti su; prima ho fatto quattro mesi di militare, ho fatto in tempo a fare il giuramento e poi è venuto l'Otto Settembre e dopo...
Per scappare alla Mas e ai tedeschi sono andato in montagna con i partigiani, visto che avevo anche un parente a Revine Lago. Sono entrato con le formazioni partigiane, divisione Nino Nannetti.
All'inizio non eravamo molto preparati, ma più tardi sì. Elio Z. ha fatto il partigiano a Miane con la Mazzini.
Tanto per dirne una, sono stato bruciato al basso ventre con l'iprite, per farla brillare, a dirlo qua. 
Avevo trovato un deposito dalle parti del castello di Collalto, di 50 pezzi ... e mi sono fatto tre mesi a[ll'ospedale di] Padova. Era un deposito di 149 tedeschi,  quello della disfatta di Caporetto. E adesso ce n'è ancora un altro là, sulla campagna... [non vuole dire altro, precisare meglio]. 
Adesso noi gli apparecchi [i cercametalli / metal detector] non li abbiamo più e niente abbiamo più. Ce n'è della roba ancora sotto! Ma non sono pericolose per il futuro...
Io le ho trovate con l'apparecchio. Erano 50 granate da 50 kg l'una.
L'iprite colpiva i punti più delicati del corpo e mi son fatto più di cento giorni a Padova.
Per disinnescarle sono andato sul Piave. È uscito il gas, che non aveva odore cattivo e poi sono iniziate le vesciche. Noi già conoscevamo il gas lacrimogeno e l'asfissiante, ma non questo. L'ho saputo dopo a Padova che si trattava di iprite. Noi le abbiamo aperte sapendo che erano a gas, ma ci sarebbe bastato il ferro... Una volta aperte, dopo tre quattro ore iniziano le vesciche, la diarrea. Ero da solo, per quello mi sono salvato [?].
Non parla, non vuol aggiungere altro se non che: 
«In Italia chi ruba tanto fa carriera e chi ruba poco fa galera». [...]
Dovrebbero darci la medaglia d'oro, per tutta la roba che abbiamo recuperato noi!
Il grosso del recupero avveniva su ad Asiago, più di qua.
Qua a Nervesa tutti andavano a recupero, anche le donne.
Ad esempio io ed Elio Z. che aveva una mano sola: Elio segnava ... poi si faceva un buco dove scavare e poi si scavava. Si dava lavoro a sei persone.
Quello che teneva l'apparecchio non riusciva anche a scavare; ora abbiamo venduto tutti gli attrezzi.
Io volevo anche mettermi in regola facendo domanda all'Artiglieria, ma ci sarebbe voluto il rastrello di legno, noi invece avevamo quello di ferro e prendevamo su tutto.
Mia madre è morta a 103 anni. Lei sapeva tanto...

sabato 1 maggio 2010

Intervista a Natalina Franzo


Nata il 24 dicembre 1910 a Cortellazzo (VE).

Nastro 1994/25 - Lato B                           28 giugno 1994

Eravamo tre figli, io ero la più vecchia e siamo stati trattati molto bene. 
Ero piccola, ma mi ricordo che andavo a lavorare con mia mamma, a sette anni, e ci davano da mangiare in quattro, seduti per terra. 
Non abbiamo mai patito la fame. Si era in diciassette famiglie su un palazzo della signora Pontevecchi [?] a Senigallia, trattati con i guanti bianchi, mi portava perfino il latte fresco alla mattina.
Ne ho sentito diversi che sono stati profughi [...] trattati male, buttati là come le bestie, ma noi invece siamo stati trattati bene.
Ho 84 anni e sono vent'anni che è morto mio marito, ma la guerra mondiale me la ricordo bene...
Noi abitavamo in una casa di contadini a Ca' Gamba. Ma non c'era nessun uomo in casa; avevamo a casa solo un vecchiotto che aveva el balón (ernia) e i tedeschi, bisogna dire la verità, ci hanno ammazzato tutte le bestie  ... ma è stato un colonnello tedesco [?] che ci ha detto: «Sentite figlioli, vedo che qua siete in tanti figli con un pòro vècio solo; se volete essere salvi abbandonate tutto e partite, ascoltatemi che sono un papà anch'io». È stato proprio un colonnello, loro dormivano sui nostri letti e noi si dormiva in stalla.
Ho ancora la mente buona, mi ricordo più le cose di una volta che quelle di adesso.
Ci siamo imbarcate in sette famiglie su un barcone, devo anche ringraziarli che ci hanno convinto ad andar via.
Noi abitavamo in Marina, proprio in centro alla Marina, in mezzo ai campi in una casa di contadini.
Ci hanno ammazzato tutte le bestie e noi ci toccava tacere; bestie, maiali e tutto.
Nel barcone ci siamo imbarcati a Venezia e da là siamo andati diretti fino a Senigallia.
Mia mamma diceva sempre: «A mejo vita la ò fata da profuga».
Fino a Venezia siamo andati da soli. Ci hanno lasciato una vacca e un vitello, tutti e due da fòra [normalmente attaccati al giogo dalla parte sinistra], che non capivano niente, e ci hanno lasciato un carro che ci servisse per portare quattro stracci fino a Venezia. Tutti sopra a questo carro, da Piazza Drago sempre diretti fino a Punta Sabbioni. E una volta non c'erano le strade come adesso, era una strada da campi.
Lavoravamo da fittavoli soto paron. Mettevamo patate, fagioli, granoturco, di tutto. Ho avuto sette figli.
A Cortellazzo all'epoca non c'era niente se non una casa - due, di proprietà del conte Mocenigo, e quella della finanza.
Io sono la più vecchia di otto fratelli e a nove anni non ero ancora stata iscritta a scuola. Andavo "in opera" [bracciante] nella tenuta di Marco Pasti a Torre di Fine, che è ancora al mondo e avrà ormai cento anni.
In famiglia, mio padre Franzo Domenico era via in guerra e ha fatto sette anni [?] di militare fra permanente e guerra. All'epoca eravamo in tre fratelli e mia mamma.
Dove io abito adesso era il Villaggio dei pescatori "Costanzo Ciano" dell'Ente Autonomo Tre Venezie. Però pescatori erano tutti, e ci saranno state sei-settecento domande. Io fortunatamente avevo mio marito in Africa, perché si è fatto quattro anni e mezzo di Africa, e mi hanno dato questo numero qua. Ogni casa aveva mille metri di terra e poi l'Ente ha venduto le case e io l'ho comprata senza soldi, quella volta là, per un milione e centocinquantamila lire. Trenta anni fa.
Nel palazzetto centrale del villaggio facevano scuola e poi sono venute le Finanze.
Mia madre, Alessandra [...], a Senigallia andava a lavorare dai contadini. Eravamo tre fratelli: io, Marco ed Erminia che ora abita in piazza Milano. 
I tedeschi [?] quando sono arrivati erano in tanti, un formighèr, ma non che ci abbiano maltrattato, c'erano anche delle spose giovani ma sono state rispettate, almeno finché eravamo qua noi.
A Senigallia si dormiva in 17 famiglie su un camerone. Mio padre una volta è venuto a casa in licenza. Alla contessa era morto suo marito e anche una sua figlia, e quando è arrivato mio padre ha messo la nostra famiglia nella stanza in cui prima c'era sua figlia e da quella volta siamo rimasti sempre là. Trattati con i guanti bianchi.
Il viaggio Venezia - Senigallia lo ricordo come bello. Non ero mai montata in nave ... e per la verità non sono neppure mai montata in treno, ho ottant'anni e non sono mai salita in treno. Ho fatto altro che lavorare...

Nastro1994/26 - Lato B

Aggiunte e precisazioni (12 agosto 1994)

La signora di Senigallia in cui mi trovavo era Contevecchi. [?]
In casa nostra [prima di partire] c'era, come unico uomo, un vecchiotto che aveva l'ernia e che poi è morto in profuganza, di spagnola. Là morivano come i ravi, di spagnola, ma nella nostra famiglia nessuno...
Fino al barcone siamo andati con un carro, tirato da un bo e na vaca, tutti e due da fora.
Eravamo tre figli: io del '10, mia sorella del '12 era Duilia, mio fratello Marco del '14. Mia madre era Barz Alessandra.
Io non sono mai andata a scuola e tuttora non so leggere e scrivere. Sono la più vecchia di otto fratelli.
Mio padre sembrava "un senatore" e diceva sempre «se ti mandavo a scuola saresti diventata un senatore, con la testa che hai».
Con mio marito ho fatto quattro anni e mezzo di Africa, in Etiopia.
Quando andavo a lavorare - malgrado avessi tre figli piccoli andavo a cavar bietole ed ero a capo di 25 donne - riuscivo a fare i conti a mente ... ed anche ora che ho quasi 84 anni ho la mente come quando avevo venti anni. Andavo a bietole a Torre di Fine da Marco Pasti; facevo la stagione.
Col barcone, era la prima volta che vi salivo.
Non ricordo con precisione, ma mi sembra proprio di sì, di essere andata con la nave anche fino a Senigallia, ed era la prima volta che salivo su una nave. Non sono mai salita, fino ad oggi, neppure in treno.
Era povertà. Ho allevato anch'io sette figli!
Al tempo della Prima guerra eravamo tre figli profughi, poi ne sono arrivati altri cinque. Mio padre si chiamava Franzo Domenico.
Quando siamo partiti eravamo tutti sopra questo carro come i sìngani, e ci siamo portati via pochissimo. Abbiamo perso tutto, tutto.
E quando siamo venuti a casa dalla guerra siamo andati su una baracca circondata dalle cannelle e in mezzo all'acqua. Ricordo tutte queste cannucce alte, e non eravamo più vicino alla nostra casa in Marina, ma a Ca' Gamba. 
Per mangiare e bere sempre e solo acqua della Cavetta, mentre prima quando eravamo in Marina avevamo un pozzo. Era un'acqua buona perché non ce n'era altra, comunque non era salata. Il pozzo lo si teneva sempre pulito.
In fondo alla via Ca' Gamba, a tre chilometri dalla nostra casa c'era un cimitero militare in cui ogni anno facevano delle feste e venivano con musica e bandiere.
Mio padre appena tornato dalla guerra lavorava con la draga nella Cavetta, che si era ristretta ed era piena di detriti; bisognava ripristinarne l'alveo.
Sempre lavorato tanto e mai andata a scuola.
Nel paese di Cortellazzo, in tempo di guerra c'era il forno di Fuisca, poi c'era la caserma delle finanze e dopo, dove ora c'è "Il Gambero", c'era una casa a un piano e poi c'erano alcune case di contadini lungo il canale Cavetta, e niente altro. Non c'era chiesa; si faceva capo per tutto a Jesolo.
Malaria ce n'era ma noi della nostra famiglia non la prendevamo. Noi Franzo siamo nati e cresciuti a Jesolo, da sempre, anche mia madre.
Ce n'era tanta malaria, specie dopo tornati dalla guerra ... con il marcio che c'era qua.
Quando siamo tornati a casa c'era acqua, e più di cannelle non si vedeva; non ricordo invece di bombe e residuati bellici.
Mai presa malaria: saremo razza forte, perché anche adesso di 8 fratelli siamo tutti otto al mondo, e in più io ho sette figli e sono tutti al mondo. Mi sono sposata nel 34, ed ero incinta.
Mio marito si chiamava Santo Semenzato e il parroco gli disse: «Tu adesso parti per militare, e dopo un mese che sei sotto, ti faccio venire a casa in permesso per il matrimonio». Invece lo hanno mandato in Sardegna e così non ha potuto venire a casa, e quando è tornato è riuscito a stare a casa solo un anno, per mezzo del prete e del padrone della terra. La bambina era ormai nata e mi sono sposata l'anno dopo, quando la bambina aveva 14 mesi.
Dei miei sette figli, quello con cui abito si è sposato il 26 aprile di vent'anni fa e il 27 è morto d'infarto mio marito. Era giovane che pareva un ragazzo. 
In un mese e mezzo, dopo la morte di mio marito ho perso dieci chili di carne, e non li ho più recuperati. Il dottore mi ha tranquillizzato: «Sono dieci anni di vita in più».
Mio marito era dell'11 ... a neppure 63 anni, con l'orgoglio che aveva di essersi costruito la casa! Aveva fatto tutti i mestieri, dal contadino al compressorista. Aveva quattro patenti. Ha lavorato col camion della ghiaia e da ultimo si è messo a fare il tassista qua a Jesolo. Non meritava di morir così giovane...

Da profuga, mia madre lavorava per la signora Contevecchi [?], nella sua tenuta, dove si coltivava di tutto, soprattutto tanta frutta. Io ero sempre in mezzo e questa signora mi voleva un bene. Dio gliene renda merito! ... era vedova.
Aveva anche arance e limoni e io e un'altra amica andavamo tutte le sere a rubarglieli...

Intervista a Francescon Giuseppe (Bepi Favaretto)

Nato nel 1898 a Eraclea (VE).

Nastro 1994/27 - Lato A                                 12 agosto 1994

Sono figlio del guardiano dell'azienda agricola del barone Treves, ora proprietà di Pasti. 
I miei genitori sono stati profughi a San Giorgio di Livenza.
... A Fossalta di una divisione ne sono rimasti vivi in 14...
Quando io sono tornato dalla guerra, a Eraclea ho visto tutti buchi di granate, e basta. Non c'era altro; con le case i tedeschi avevano fatto trincee; tanto i tedeschi che i nostri. Usate le travi, le imposte, i mattoni.
C'erano migliaia di buchi di granate. A Eraclea non c'era pietra su pietra in piedi.
Ho finito il militare subito, a novembre del '18 e sono venuto a casa con i vestiti, la divisa, che aveva addosso.
Dove ora c'è il ponte di Eraclea c'era un passo a barca.
Malaria. I foresti che venivano qua dopo tre giorni se ne dovevano andare a causa della malaria, noi invece che eravamo nati qua non la prendevamo.
Bonifica. Prima della grande guerra a Torre di Fine fino al Revedoli l'aveva fatta il barone Treves; oltre il Revedoli l'aveva fatta Pasti, Marco Pasti e suo fratello. Con la guerra hanno perso tutto.
Adesso sembra un giardino, come si fosse in montagna. Una volta c'erano le volpi. Mia moglie quando appena sposati l'ho portata a Torre di Fine, perché io abitavo là, ha dovuto prendere la forca per mandar via le volpi che altrimenti avrebbero mangiato le galline.
A Eraclea prima della guerra c'era la chiesa, e bella, con parroco e cappellano, anche se nel centro del paese ci saranno state trenta case. Il comune era grande, ed era composto da Stretti, Cittanova, Torre di Fine e Brian oltre al centro di Grisolera.
Cortellazzo (sulla destra), ha dal Piave la stessa distanza che ha Revedoli da Torre di Fine (sulla sinistra).
Il Piave durante la guerra [battaglia del Piave - Solstizio] era diventato rosso e i nostri hanno dovuto bombardare i ponti per liberarli dalla grande quantità di cadaveri austriaci che vi si erano fermati.