lunedì 10 maggio 2010

Intervista ad Eugenio Tomasi

Nato il 23 novembre 1909 a Cismon del Grappa (VI).

Nastro 1999/2 - Lato B                        17 agosto 1999

Nel 1915 quando ha iniziato ad arrivare la truppa italiana, pernottavano qua, nelle tende, sulla terra vicino al fiume. Stavano qua qualche giorno e poi andavano avanti. In fondo, vicino alla stazione c'era il comando tappa e poi un pochi andavano ad Enego e un pochi andavano sul forte Leone.
Io sono un ex minatore, in Germania, in Francia, in Lussemburgo, in Belgio e poi in Africa con le centurie operaie, prima della guerra in Abissinia. Poi ho chiesto al maggiore del genio se potevo espatriare ... ho fatto un anno in Italia e poi son stato richiamato.
Ho preso un po' di silicosi, inoltre l'invalidità per i dolori reumatici, per l'umidità a lavorare a mille metri sotto terra, cinquecento, ottocento.
Mi ricordo l'offensiva di Caporetto del '17. Prima ho visto della truppa partire con i cannoni sui treni, poco distante di qua.
Con la ritirata abbiamo avuto ordine di evacuare e abbiamo fatto tre convogli. È venuto a darci l'ordine il maresciallo dei carabinieri del paese.
La nostra famiglia fino ad allora era rimasta sempre in casa e quella volta ci hanno detto che avremmo dovuto andarcene da casa per sei mesi: «Lasciate qua tutto». Mio padre era militare, richiamato carabiniere. Lo vedevo tante volte passare di qua che accompagnava tradotte fino a Primolano. Poi è stato riformato durante la guerra.
Siamo partiti io, la mamma, il papà, mio fratello più piccolo che era del '14 mentre una mia sorella era a Feltre con i nonni. Anche loro, della città di Feltre, hanno avuto ordine di evacuare, in parte, la città.
Per prima è partita mia nonna con le figlie – i figli erano in guerra – ma non sapevamo dove loro fossero andate; dopo l'abbiamo saputo. 
Mio nonno era guardiano della segheria a Feltre, in faccia alla stazione dove adesso hanno fabbricato. «Beh, beh, diceva, allora partirò domani». Invece domani sono arrivati gli ungheresi e ha dovuto rimanere là. Fortuna ha voluto che lo hanno messo ad accompagnare il cappellano militare austriaco - o ungherese che fosse stato - ed è rimasto con lui per tutto il periodo dell'occupazione. Mio nonno si chiamava Luigi Furlanetto, perché era di origine trevigiana.
Noi siamo andati con il primo convoglio [di profughi] a Caltanissetta. Il secondo è andato a Giarre e il terzo in altri paesi là della Sicilia: tutto il paese di Cismon è andato in Sicilia.
Poi mio padre è andato a lavorare in un campo d'aviazione a Parma e noi siamo andati con lui.
Ricordo a Caltanissetta di aver visto un tenente degli alpini del nostro paese, del battaglione Valbrenta, che poi sono stati su al Berretta. Lui si vede che aveva ottenuto due giorni di permesso, durante la ritirata. Si chiamava Peruzzo Vincenzo e poi ha fatto anche carriera; per un po' di giorni è venuto anche lui giù in licenza a Caltanissetta.
La partenza per Caltanissetta. Ci hanno detto che saremmo stati sei mesi a Rovigo. Invece ci abbiamo impiegato otto giorni solo per arrivare in Sicilia.
Da Caltanissetta siamo andati a Parma a raggiungere il papà e là siamo rimasti fino all'armistizio. A Parma vedevo arrivare tradotte cariche e stracariche di prigionieri austriaci, migliaia... 
Mio zio che era un po' «più avanti degli altri» ha chiesto di tornare nel paese, sei mesi dopo l'armistizio. E allora [...] siamo venuti su, io assieme a lui. 
Qua a Cismon le case erano distrutte. C'era materiale bellico dappertutto, bombe, granate inesplose, di tutto c'era.
La nostra casa era rotta, proprio in centro al paese. Mio padre era carabiniere. Prima aveva fatto due anni di alpino, poi è stato due anni in Germania poi è ritornato qua, non sapeva cosa fare e ha chiesto di ritornare militare, a Roma, dei carabinieri. È rimasto là e si è preso l'encomio solenne a Napoli.
Quando siamo partiti, da Cismon, in tre giorni hanno fatto tre tradotte. C'era il maresciallo, c'era il sindaco, c'era il parroco: erano tutti con noi (il sindaco non era scappato prima). 
Quando siamo tornati, la casa non c'era più; c'erano degli operai dal Bergamasco, dal Friuli che costruivano delle baracche. E finché non ci hanno dato la baracca siamo stati otto giorni dentro un carro merci in un binario morto della stazione di Cismon. Dopo, c'era l'asilo che era rimasto in piedi, l'hanno restaurato un po' e siamo andati sull'asilo finché hanno finito la baracca. 
La nostra famiglia era composta da me, mio padre carabiniere, mio fratello Giorgio e mia sorella Antonietta: cinque persone.
Siamo ritornati sei mesi dopo l'armistizio, nel mese di giugno del 1919. Prima di allora ci avevano detto di non tornare e poi [gli abitanti di Cismon] hanno cominciato a venire [a casa], venire sempre.
A Parma c'erano quelle migliaia di prigionieri austriaci che avevano preso sul Grappa. Io ero ragazzo e andavo a vederli, anche: avevano fame e gli davano da mangiare, gli davano da bere, e li hanno messi dove c'erano i giardini, in una parte e l'altra. Tanti, tanti prigionieri. Erano migliaia di prigionieri, decine di migliaia, perché qua in poche ore, quando hanno fatto l'offensiva i nostri, quelli del Pertica, sono passati direttamente sul ponte che c'era al Corlo, che non l'hanno fatto saltare e sono passati subito.
Questi prigionieri erano proprio in Parma città.
Le nostre truppe, passato il Corlo, sono arrivate fino a Fonzaso dove c'era il comando dell'armata austro-ungarica.
D. Da profugo, a 8 - 9 anni come si trovava a Caltanissetta?
R. C'era della brava gente, anzi c'era uno che era capo dei magazzini delle ferrovie, proprio di Caltanissetta, mi ha invitato tante volte a casa sua a mangiare. C'era di tutto, brava gente là [...]
Mi ricordo che non c'era acqua e si andava fuori in campagna con l'asino a prenderla e si trovava sempre delle pattuglie di carabinieri che andavano in cerca di disertori, c'erano tanti disertori, là.
A noi profughi, ci davano una lira e 25 al giorno.
D. E vi bastava?
R. Doveva bastare, non c'era altro. Mia mamma allora si adattava a fare un po' di tutto, faceva materassi... Poi a Parma mio padre lavorava sul campo d'aviazione.
Quando siamo ritornati qua a Cismon noi ragazzi si andava in giro in cerca di rottami di ferro, cartucce, per venderle, prendere qualche lira e tirare avanti la baracca. Il materiale lo vendevamo a un paio di commercianti qua, che erano autorizzati a raccogliere il materiale bellico.
Il viaggio per andar giù. Otto giorni ci abbiamo impiegato. Siamo arrivati a Rovigo, ma ci han messo in un binario morto per lasciar il posto alle tradotte dei soldati nostri che venivano su e andavano al fronte. Ci hanno lasciato in un binario morto, e poi via, e poi avanti a sbalzi. 
Quando siamo arrivati a Napoli, la Marina ci ha dato un piatto di riso, ecco ... quello ci hanno dato, per strada. È stato un viaggio piuttosto duretto, ma per noi ragazzi, andava, ancora.
Ci eravamo portati via un pacco, da tenere con le mani, e basta. Abbiamo lasciato tutto qua. Tutto, tutto. Al ritorno non abbiamo trovato più niente, niente. Neanche i muri della casa, neanche i muri.
D. E come avete fatto, dopo?
R. Mio papà ha cominciato a lavorare subito, alla ricostruzione del paese, a far case. Si mangiava quello che si aveva. Qualche volta ci davano qualche cosa che mandava l'America, ma ci si doveva arrangiare. Chi aveva mangiava e chi non ne aveva ... "subiàva" [fischiava].
D. Laggiù, come vi trattava la gente?
R. C'era della brava gente, là, i siciliani. C'era della brava gente. Ce n'era di quelli che se ne fregavano, che ci trattavano malamente, ma anche a Parma, non in Sicilia solo; ci chiamavano i profüga, i profughi in parmigiano.
D. Era quasi peggio a Parma che non a Caltanissetta...
R. Sì, sì. 
Noi ragazzi si cercava di arrangiarsi un pochettino. Là vicino a noi c'era una caserma di granatieri. Erano quasi tutti quelli che erano in convalescenza, e io andavo là tante volte. Si portava via della legna da loro e si andava a venderla. C'era un piccolo caffè che così ci dava qualche lira per la legna, sempre a Parma.
A Caltanissetta non c'era commercio.
Lo chiamavano il palazzo ferroviario, ma non era ancora proprio finito e ci hanno messo là dentro. Si era famiglie promiscue, in dieci quindici per camera,  "camerone" grandi. C'eravamo noi qua del paese, friulani...  Si era misti.
Per la scuola, in base alla legge che c'era allora, bisognava avere sei anni compiuti e io li compivo l'anno dopo, in novembre. Così ho iniziato ad andare un po' a scuola là, a Caltanissetta e, dopo, un poco a Parma. 
A scuola mi trattavano bene, mi davano anche da mangiare. Però si era figli di nessuno.
D. Nel complesso che ricordo ha di questo periodo da profugo?
R. Parlano dei profughi del Kossovo, ma noi siamo stati peggio di loro...
Dopo ci si arrangiava. Finita la guerra, si è tornati in paese, si lavorava, lavoro ce n'era, venivano a casa quelli del fronte che si congedavano un po' alla volta.
Nel 1924, a quattordici anni e mezzo, sono già emigrato in Francia, per lavorare. Mio padre era emigrato anche lui, già in Francia, dalle parti di Grenoble. Allora ero ragazzo, lavoravo fuori, da una parte e l'altra; subito dopo sono andato in un'acciaieria. Mi davano un franco francese all'ora perché non avevo i sedici anni. Per otto ore al giorno. Me ne volevano sei, di franchi, per mangiare; e alla domenica si lavorava. Era durissima, e la famiglia era a casa. 
Finché, tira e molla, cambiato lavoro, cambiato di qua, cambiato di là, dopo mi davano una paga come a un adulto: 1,60 franchi francesi all'ora. Poi ho continuato sempre con l'emigrazione.
D. Il ricordo che ha di questo periodo di profugo, se dovesse definirlo, come lo definirebbe?
R. Come i kossovari, come i kossovari! Anzi, loro sono stati trattati meglio, almeno da parte dell'Italia. Noi siamo stati buttati là, e via. E [per fortuna] che ci hanno dato la possibilità di sloggiare, perché qua c'erano gli ungheresi.
Interviene il nipote di Eugenio. Riguardo a quelli che sono rimasti sotto la dominazione austriaca ricorda che la nonna dell'intervistato è morta di fame. 
«E per fortuna non hanno violato le donne, perché hanno trovato degli ufficiali severi. La bisnonna era là con sei bambini e un soldato tedesco che ha provato fare il furbo si è preso un ceffone dal suo ufficiale. Poi però i civili sono stati allontanati dal paese e li hanno mandati verso Lentiai e là è stata dura. I bambini se la cavavano con la piccola questua».
Eugenio Tomasi. Il paese di Cismon era con le case senza tetto, senza muro, rase al suolo; dipende da dove avevano colpito le granate.
Qua gli austriaci avevano subito fatto dei lavori per mettere le teleferiche e portar su il materiale, partendo da Cismon e arrivando al Fenestron. C'erano due teleferiche che andavano lassù. Una partiva qua sotto, vicino a dove c'è l'imbocco della centrale elettrica e una partiva da Piovega, dove c'è il camping. Quella era più grande e andava un po' più su, e quella portava giù anche i feriti.
Quando siamo tornati noi c'era ancora tutto: c'erano le teleferiche e c'erano armi dappertutto. 
Molti e molti dei miei amici [sono stati] feriti e uccisi dai residuati bellici. Si toccava magari una spoletta, scoppiava, e tantissimi sono rimasti...
La partenza per la Sicilia. 
Nessuna resistenza, niente. Abbiamo fatto su un fagotto - due, tanto eravamo convinti che saremmo ritornati presto. «Non occorre neanche chiudere la porta», ci avevano detto.
Noi siamo tornati dopo un anno e mezzo, ma altri sono tornati anche dopo.
Hanno fatto le baracche in legno, eternit e mattoni. Era il Genio militare che sovrintendeva a queste compagnie che venivano da fuori. Ma anche gente del posto lavorava: tutti lavoravano, allora. In un paio d'anni Cismon è stata rifatta.

Congedandomi, il sig. Tommasi ripete il paragone con il Kossovo: «Sono stati trattati bene, benissimo loro, e noi altri invece come è capitato.»
Poi anche mia sorella più piccola, che era dell'11, è riuscita ad arrivare a Firenze...

Intervista a Luigi Tramontina

Nato nel 1911 a Poffabro (PN).

Nastro 1998/12 - Lato A   [dall'inizio a 29:22, su nastro originale]               19 maggio 1998
    
Dopo sono passati [gli austriaci], hanno buttato giù le campane e ogni famiglia ha portato le fascine alla base del campanile e sono state buttate giù le campane e portate via;  fascine, perché le campane non si rompessero. La gente ha portato le fascine, tutte, ogni famiglia, quattro o cinque fascine.
I nostri si sono ritirati. Allora io avevo la casa a Poffabro e si doveva venire nelle Fornasatte... 
Mia madre è partita con la mucca, si aveva una mucca noi, ma le strade erano piene di questa ritirata, dei nostri. Mi pare il 4° Bersaglieri, ma non so di preciso.
Sulla strada militare - che è in parte a Frisanco e fa il giro, là dove è scritto "dominio militare" - ci hanno fatto fermare una giornata, con la mucca: io e mia mamma. Io avevo due fratelli e una sorella, ma tutti non si era là, ma io vi ero, ero il più esperto.
Allora l'abbiamo riportata a Poffabro, la mucca, e quando è stato libero siamo andati alle Fornasatte, perché noi l'inverno si andava a farlo in paese e l'estate alle Fornasatte, e là abbiamo una casa ancora. Si vede che i miei vecchi si erano divisi: una metà qua e una casa, la casa principale è al paese.
Abbiamo passato l'inverno "invasi". 
Durante la ritirata non c'era un metro di strada libero per attraversare. Prima erano i nostri, dopo erano loro. E i nostri gli han fatto una piccola resistenza in Forcella Pala Barzana, dove è stato ammazzato un tedesco, al basso della Forcella, là dalla Palazzina del Conte, comunque un tedesco. L'hanno seppellito poco, che siamo andati dopo a vedere ed era con le scarpe di fuori, e abbiamo preso una paura, da bambini, che siamo scappati!
Allora i nostri, sulla Forcella, proprio a Pala Barzana ... ma astuti! Le zolle tagliate quadre, hanno fatto un po' di ... come un muro per nascondersi e tirare giù per la Forcella. Sono 12 km da Pian delle Mérie andar sulla Forcella. Sempre per ritardare l'avanzata. Poi [gli italiani] si sono ritirati e han preso possesso gli altri.
Dopo hanno messo il comando all'albergo, là in paese, a Poffabro. Andavano a perlustrare per le case, un giorno andavano a prendere questo, un giorno quell'altro, roba da mangiare, da portar via, una mucca, ecc.
La massa dei tedeschi era andata avanti, resistenze non ne hanno fatte gli italiani. Non c'era posto da far resistenze, tranne che c'è stato un tedesco morto, io gli ho visto i piedi. E hanno fatto un po' di combattimenti anche giù a Navarons, là dove c'è il fiume che viene giù da Tramonti, dalla Selva ... insomma quel fiume che passa per Navarons, il Meduna, e là mi pare che ci sono stati un undici morti, di italiani. Han combattuto e c'è la lapide, il monumento, mi pare del Quarto Bersaglieri. A Navarons, quando si sale su c'è il monumento là.
Il morto di Pala Barzana l'hanno portato giù. L'ha portato giù Anzul Ciagala [?] ... è andato giù col comando; il comando era venuto all'albergo e questo povero discepolo (perché era solo al mondo, non aveva nessuno, era amico di mio padre) gli hanno dato da mangiare qualcosa, era senza nessuno. Era andato su a prendere questo morto e l'hanno portato nel cimitero di Poffabro, e là ora non c'è più. O meglio l'hanno portato là e là è rimasto (non l'hanno portato in nessun ossario), ma non c'è né croce né lapide che lo ricordi.

Mio padre è tornato a casa senza una gamba.
Mio padre è stato ferito sul Sabotino e l'hanno portato a Milano e gli hanno tagliato la gamba in quattro volte e gliel'hanno scarnata qua [all'altezza del femore].
Così di gambe lui ne aveva tre... Una era col piede, con le sue cinghie. Una era el piston, la chiamava lui, più leggero (un bastone) ma fatta a Milano, fatta a regola d'arte. Una un po' più pesante. Aveva qua sulla cinghia il bottone, tirava, s'inginocchiava. Riusciva a muoversi, camminava. Mio padre, ha lavorato con una gamba.
La gamba artificiale era fatta con una specie di plastica, di compensato, non proprio di legno, non so, non mi ricordo ... ma poi l'abbiamo bruciata, ne abbiamo bruciate due tre, perché gliele facevano gratis, dopo.
Mio padre si chiamava Tramontina Gravèna Giovanni, ed era classe 1881, mentre sua moglie aveva un anno di più ed era del 1880.
Era stato ferito sul Sabotino. Lui era portaferiti, andava a raccogliere i feriti. Mentre andava a tirar su questi feriti, non mi rammento la zona là ... è arrivata una granata: quattro morti, uno troncate le gambe e a mio padre portata via una gamba sopra la noce del ginocchio, la gamba destra. Poi l'hanno portato a Milano, all'ospedale di via Arena n. 3, mi pare, e là ha fatto la sua cura e quando ha finito è venuto a casa.
Dalla noce del ginocchio ha avuto un'infezione che si è trasformata in cancrena, e quel professore che ha curato lui non era tanto bravo, ma soprattutto "chimiche" non ce n'erano e non è riuscito a fare di più.
Aveva le "crottole" [stampelle] quando voleva camminare solo con una gamba e quando invece andava in piazza metteva su, se voleva far poca fatica, el piston, diceva lui; era leggera, solo un bastone. L'altra invece era un po' più grossa e con quella si poteva mettere la scarpa.
Se il professore fosse riuscito a salvargli venti centimetri di gamba mio padre avrebbe vissuto come noi, invece l'infezione si è propagata e hanno dovuto tagliargli la gamba fin su al femore. Quando a Milano mio padre era in fin di vita, mio zio, cognato di mia madre, è stato chiamato dall'ospedale e gli hanno detto che ormai c'erano poche speranze di salvarlo. 
L'hanno operato un'ultima volta, si è svegliato e l'hanno portato sul letto con l'osso di fuori. Spacciato. Invece, fibra forte, ha iniziato a riprendersi e allora gli hanno tagliato anche l'ultimo pezzo di osso. Ma se gli fossero rimasti venti centimetri di gamba lui poteva vivere come uno normale. Invece il sangue ultimamente gli ha fatto la cancrena. Così è morto giovane, a 39 anni, nel 1920. 
Aveva dolori al cambiamento del tempo ... e lui per vivere, quei quattro mesi che è vissuto dopo l'ultima operazione, dapprima aggiustava gerle, e dopo è passato dalle parti di [...] un "aggiusta sedie" e gli ha insegnato il mestiere e così si è messo ad aggiustare [impagliare] le sedie, quelle di una volta, con la paglia. Ha fatto un viaggio a San Daniele [del Friuli], col carro, a prendere la paglia a S. Daniele, perché c'era il lago a S. Daniele. Poi invece l'ha fatta venire da Bologna, e quando è morto è rimasta una catasta di paglia. La paglia la metteva a mollo e poi la lavorava...
Prendeva qualcosa di pensione, e dopo, morto lui, la prendeva mia madre, ma poca roba. Mia madre aveva cinque creature...

Ritornando all'arrivo dei tedeschi. Prima erano passati in ordine gli italiani e gli ultimi soldati nostri a ogni cespuglio avevano fatto una fossa. Dappertutto, sul Fornacetti [?] c'erano tutte queste "tombe", queste buche da poter nascondere la testa e far resistenza. Questo avveniva su, al centro di Poffabro, su questa altura a Fornacetti, che c'è anche una casa là. Li hanno tenuti fermi più che hanno potuto, con il solo [fucile] '91. E i tedeschi sempre dietro, ma a corona. 
Insomma facevano contatto italiani e tedeschi, ma dove c'era la possibilità di fare contatto. Passando su di là, i nostri hanno lasciato sul Moè [?], sul torrente Moè, una cucina da campo, hanno lasciato un camion buttato giù in parte e noi bambini si andava a sedere dentro a questa cosa, finché i tedeschi hanno ramazzato tutto, dopo qualche mese.
Durante l'occupazione: «mangiar niente»! Nessuno dava niente, botteghe non ce n'era, si partiva e si andava "per le Basse". Uno dava un pomodoro, uno dava una palotta di farina, una elemosina e se si aveva una lira si comprava un sacchetto di biava.
Io avevo sei anni, mio fratello più vecchio era del Sette e un altro più piccolo era del Quattordici. Eravamo bambini.
Il più delle volte andavano giù mia sorella più vecchia con le sue compagne. Andavano «a provédi», così si diceva. Si andava in cerca di fortuna, di mangiare. "Nelle Basse" voleva dire andare dappertutto: Vivaro, Tezze, Basaldella, Latisana. Si stava via anche di notte, anche due tre giorni, anche una settimana. Si andava a dormir per le stalle, a dormir per le stalle.
Anche io e mio padre andavamo, lui con le stampelle. Andavamo a tirar giù l'uva e si dormiva sulla stalla e si mangiava qualche cosa. Io avevo coraggio e domandavo un pomodoro. Ma nessuno è proprio morto di fame.
Tutti si aveva un campetto di patate, e quando era il momento della raccolta bisognava stare attenti, la notte, perché i prigionieri nostri, disertori, venivano a rubar le patate.
Erano quelli che durante la ritirata non sono andati avanti e sono rimasti indietro e per non andar con i tedeschi. Vivevano nelle grotte. In tanti posti. Anche là ... passata la cava, vi porto io oggi, che c'è ancora la grotta con il segno del fuoco... Bisogna andar su e saper dove andare. C'era rimasta la cenere e i pezzi di granoturco, manici di zucche e così vivevano. E la notte, noi che avevamo i nostri campetti, si doveva stare attenti perché loro, poveretti, venivano a rubarci.
E allora, a turno, su dal Bus di Colvere, davanti a quel capitello, là dall'albergo San Paolo, io ho il campo là sotto. A turno, perché i campetti erano tutti assieme, si faceva la guardia a turno, di notte. Non avevamo paura, perché "erano soldati di niente", erano con le scarpe rotte anche loro, dormivano come le galline, eh...
Se venivano presi venivano portati dai tedeschi, al comando e il comando li spediva in prigionia. Se i tedeschi sapevano che [in tal posto] c'era questa caverna con 12 o 7 sbandati, andavano là, la circondavano e li prendevano, li portavano al comando e poi li spedivano. E questo è successo più di qualche volta.
Nella zona qua delle Fornasatte era dove ne dormivano un pochi. Ma in tanti posti ce n'erano, anche per le stalle in giro. Erano senza armi, avevano buttato via tutto, se ne stavano nascosti e noi li chiamavamo disertórs. La gente del paese non ne aveva paura. Erano poveretti come noi, se si fosse potuto aiutarli li si avrebbe aiutati, ma noi non si poteva aiutare nessuno perché a casa mia eravamo in sei persone, mio padre, mia madre e quattro figli. In tutto tre maschi e tre femmine.
Quando sono ritornati gli italiani, me lo ricordo, siamo andati a Maniago ad aspettarli. Sono arrivati prima i bersaglieri a Maniago, non so che reggimento. C'era tantissima gente ad aspettarli, c'era la piazza che si moriva a muoversi, quando sono arrivati questi primi bersaglieri e i tedeschi se n'erano andati, spariti. Ed era un tu per tu, perché noi siamo stati invasi per un anno ... e chi poteva scappare scappava svelto, chi era organizzato ancora portava il suo reparto dietro.
Noi bambini sapevamo che stavano arrivando gli italiani, perché si era come le galline, sempre in giro. Si era al corrente. La borgata dove ero io (Fornasatte) era al corrente. In particolare c'era un uomo che si chiamava Marcolin Angelo – che ha fatto la pietra di quei ponti della ferrovia qua, quegli archi - e lui era un uomo esperto, lui aveva contatto con il mondo. E dopo, poveretto, è andato via lui e tutta la famiglia in America e là son morti tutti.
I bersaglieri non parlavano con un bambino come me, andavano dove vedevano una ragazza! Con quelle biciclette di una volta...
Non ricordo se siano state messe fuori delle bandiere, all'arrivo degli italiani.
Eh, son tante robe piccole, non valorose.
E su tante cose posso ritornarci sopra. Ero esperto io, perché giravo sempre...
L'anno dell'invasione non siamo andati a scuola; solo l'anno dopo, ma poca scuola anche l'anno dopo.
E quando hanno buttato giù le campane, ogni famiglia portava due fascine perché buttavano giù le campane ... al campanile di Poffabro, e dopo le han portate - quelle di tutti tre i paesi - sulla "Crociera", quella casa che va in su ... vicino alla chiesa c'è un portone e là le hanno scaricate tutti e tre i paesi (Poffabro, Frisanco e Casasola). La "Crociera" sarebbe un incrocio, dove c'è il monumento.
Venivano delle montane, delle piove che quelli della casa hanno detto ... che con il peso delle campane e con la montana, la loro casa si è un po' incrinata e poi hanno richiesto i danni di guerra...
In tutto erano tre, e tre sei, e tre nove campane, "grande, mezzana e piccola"...

Ernesto Bianchetti, Cusignana


Nato il 30 marzo 1912 a Cusignana di Giavera del Montello (TV). Residente a Cusignana.
Nastro 1985/19 - Lato A      (da 23:42 su nastro originale)            8 marzo 1985
Sulla guerra del 14-18, con questa mola qua, da frumento, noi si macinava il frumento che dopo facevano il pane per i militari. Era una mola buona e la farina che usciva "rendeva molto" per fare il pane. Si macinava notte e giorno, sempre, sempre. C'era il pesatore. Il frumento lo portavano qua e veniva pesato mentre andava dentro nella macina. C'era il pesatore sopra la macina. Avevano uno strumento apposito, perché pesavano quanto se ne macinava... perché loro lo portavano qua e noi lo si macinava. Eravamo pagati, ma non si è fatto un gran guadagno. 
Comunque il mulino ha sempre funzionato. Ce n'erano anche degli altri ... noi si era proprio nella zona militare che hanno dovuto scappare tutti da qua ... tutti quanti profughi. Li hanno portati fin giù in Bassa Italia.

domenica 9 maggio 2010

Intervista a Gina e Rina Vendrame

Nate a Salettuol di Maserada (TV) rispettivamente nel 1913 e nel 1909.

Nastro 1994/6 - Lato A                              27 aprile 1994
    
Mi ricordo che mio nonno aveva fatto tanto vino ed avevamo la porta nel retro, vicino all'argine e i soldati venivano dentro con la borraccia e la riempivano di vino.
Siamo rimasti qua a Salettuol fino a che non siamo stati mandati via. 
Nel frattempo mio padre e mio zio erano stati richiamati, della territoriale ... e in particolare mi sembra che in occasione della grande offensiva sia venuto ad avvertirci nostro papà Vendrame Massimo ... in casa c'era anche il nonno Giuseppe Vendrame.
Siamo scappati in direzione di Treviso caricando in un carretto un po' di roba. Il carretto era trainato da una vacca e un musso... Sul carro eravamo in tre sorelle (Gina 1913, Rina 1909, Fortunata 1907).
Sono venuti i carabinieri a mandarci via dalla casa vicino alla chiesetta di San Rocco, dove adesso hanno fatto il sottopassaggio. 
Siamo andati profughi a Vascon, ma c'era sempre mio nonno che ritornava in prima linea a prendere il pane, per la vacca e il musso. A Vascon eravamo da un certo Carlesso, che aveva fatto una specie di rifugio sotto el paièr.
Dopo, quando mio padre è venuto a sapere della grande offensiva [battaglia Solstizio], da Vascon ci siamo diretti a Zero Branco. A Zero non sapevamo dove andare e allora i carabinieri ci hanno portato in una famiglia di contadini che avevano il carro con il fieno caricato. La nostra mussa e la vacca si sono messe a mangiare il fieno e quei contadini hanno avuto il coraggio di mandarci fuori. Allora cosa facciamo? Siamo stati alloggiati in caserma. Era di sera ormai, dove si va? ... foresti.
I carabinieri ci hanno accompagnato in un'altra famiglia di contadini di Zero dove invece siamo stati accettati come fossimo della famiglia. Era un signore da solo, per la verità, e si chiamava Franchin Domenico, il quale ha detto: «Voi ci date i soldi che vi passano di sussidio e noi vi diamo da mangiare».
In paese dicevano: «Ocio i profughi, che te fae magnar dai profughi!», mia mamma me lo raccontava sempre... 
A Zero abbiamo svuotato la tèza e vi abbiamo portato sopra i paion [pagliericci].
Siamo rimasti a Zero finché è finita la guerra e poi, fra le due famiglie è rimasta anche una buona amicizia. Loro venivano a trovarci, dopo la guerra, come amici...
Franchin abitava verso Cappella di Scorzè, e sua madre a volte preparava anche cinque sei polente al giorno per i prigionieri che passavano, che a volte mangiavano anche la polenta dei maiali, quel che c'era. 
Questi Franchin erano contadini, avevano vivai di piante e frutti e nostro nonno li aiutava a lavorare...
Quando siamo ritornati a Salettuol ci hanno messi nelle baracche davanti alla nostra casa, di fronte [a dove adesso c'è] il monumento, dove c'era un deposito di granate.
Là davanti alla nostra casa c'era anche una pesa per i sassi che [dal Piave] venivano portati alla fornace, una fornace come quella che c'è adesso verso Maserada, ma non è la stessa...
A Salettuol, davanti alla nostra casa c'erano tutti camminamenti e davanti all'osteria (ora Glorioso Piave), là c'era una gran buca e quella era tutta piena di soldati morti. La buca era stata scavata dalle granate ... e quando siamo ritornate i morti erano ancora tutti là.
La chiesetta era metà distrutta, ma il campanile era ancora in piedi.

Nell'alluvione del 1966, quando è venuto dentro il Piave. L'acqua veniva dentro per i balconi e fuori per i balconi. La strada era come un canale con l'acqua che correva, e ha portato via le piante. Mia sorella, sul cortile, aveva il mastello con dentro la roba [biancheria da lavare]  e l'acqua lo ha portato via. Avevamo comprato dieci polli e sono morti tutti. Qua di fronte c'era un bel monumento, che aveva una gradinata, quello degli inglesi ... tutto portato via. Vede adesso cos'è rimasto? E molti vi avevano messo delle biciclette e delle motorette, sperando che fossero al sicuro ("votu che a porte via el monumento ?") ... e invece [l'acqua del Piave] ha portato via anche il monumento. E dall'osteria per venire fino a qua venivo con la barca di mio cugino Ruggero Vendrame, che ha sempre avuto la barca e che ci portava un tempo a lavorare sulle grave; ma qua molte famiglie avevano la barca.
Le grave erano di uno-due proprietari; la terra veniva lavorata. Vedesse adesso cosa hanno fatto in mezzo alle grave! Un albergo, trattorie. Prima, proprietario era Sartori Domenico, che affittava dei lotti e qua davanti c'era una gran tettoia in cui veniva messo dentro il fieno che si era raccolto nelle grave. Tutti avevano una vacchetta, un cavallino. 
Anche l'argine nel '66 è stato portato via; adesso l'hanno rimesso a posto.

Qua davanti erano stati messi una fila di cannoni e i tedeschi erano appena di là del Piave. 
Qua davanti era stato fatto un camminamento, tutto coperto.
Qua davanti, nella pesa, uno è rimasto nascosto finché è finita la guerra. Era uno dei nostri, e nessuno sapeva che era sotto là [?].
ll re [Vittorio Emanuele III] veniva "ogni matina" qua, e diceva a mio nonno: «Nonno, dove andate, che fra poco sparano», e il nonno gli rispondeva: «Eh sior, o da ciòr pagnoche [pagnotte] pa a vaca ... e poi ho anche tre bambine, e loro padre è soldato!».
Da qua i tedeschi tiravano al campanile di Maserada, perché era "brillante" ... e stando di là hanno ferito una nostra cugina, Maria Cion, che era a servire e le hanno ammazzato il cane.
I tedeschi nella grande offensiva sono riusciti ad arrivar fino al secondo argine.
Quando siamo ritornati a Salettuol c'erano gli inglesi per terra morti (vicino all'osteria).
Noi ci hanno messo a dormire nelle baracche, al ritorno.
Nell'ultima battaglia i nostri passavano tenendosi con una corda e i reduci che poi venivano qua (anche a visitare il monumento) dicevano che in quei momenti non era acqua, ma sangue che scorreva sul Piave. O forse era nell'offensiva... 
Viene tuttora tanta gente a visitare il luogo.
Al tempo della guerra anche di qua dell'argine era tutto bosco, come adesso si vede di là dell'argine.
Al ritorno tutta la zona era piena di buche, ma buche di quelle che dentro ci stavano case, specie in quella dietro l'osteria.
Poi questi morti li hanno sistemati in un gran cimitero in paese, a Maserada ... e dopo un capitano di Milano ha portato via una campana di San Rocco, e prima di morire l'ha restituita e per l'occasione è stata fatta una gran festa. Ma sono venuti i ladri e l'hanno rubata nuovamente. Anche il Santo è stato portato via e l'hanno trovato in mezzo alle grave.
Prima della guerra mio padre faceva il contadino: tagliava il fieno per il cavallo e le vacche.
Anche nei camminamenti e là nella piazzola del monumento c'erano gli inglesi morti, distesi per terra. Poi l'Associazione inglese ha scritto al comune di Maserada se poteva aiutarli a fare il monumento e il comune ha risposto di no.
Nostro padre si chiamava Massimo, la mamma Augusta Rossetto e avevano tre figlie.
Abitava con noi anche un altro fratello di nostro padre: Gregorio, sposato con Adelia Pozzobon. Anche loro avevano tre figli maschi più una femmina che poi è morta.

Gina. Mio marito faceva il camionista, si trovava a Chieti, si trovava sulla Forca del Caruso. Gli si è chiusa una valvola del cuore, aveva poca pressione (70) e poi gli è venuta la nefrite. Adesso lo avrebbero salvato, ma allora era il 1955. Faceva il camionista per uno di Catena di Villorba, e io sono rimasta vedova con due figli piccoli da crescere e in qualche maniera ce l'ho fatta. Ho venduto gli 800 metri di terra dell'eredità e intanto mia figlia Graziella è stata assunta alla Monti e mio figlio ha trovato lavoro come commesso alla SME.
Rina. Mio marito Luigi Tonini, invece, è morto da circa un anno e mezzo;  faceva il contadino.
Gina. Mio marito si chiamava Licini Elio. Era originario di Belluno. Lo avevo conosciuto mentre ero a servizio a Venezia. Avevo le tonsille che si erano gonfiate e mi hanno detto che dipendeva dall'umido di Venezia; bisognava operarmi. Così sono andata in una casa di cura a Treviso, in via Avogari e dopo operata mi hanno ordinato delle punture per "tirarmi su". Mia sorella era a servizio a Vascon, dai signori Caccianiga, vicino a Monti ... e Licini era autista dai signori Groppo di Treviso. 
Io andavo a farmi la puntura da mia sorella, da Caccianiga, e là ho incontrato questo chauffer che aveva portato i signori Groppo anziani, marito e moglie, in visita da Caccianiga. Quando ho suonato il campanello è venuto lui (Elio Licini) ad aprire e si è offerto di andare a chiamare la signorina Fortunata, mia sorella. Poi congedandosi mi ha detto: «Signorina, domenega vegno saludarla».
Io non ci ho badato, ma alla domenica sono arrivati dei signori in visita al monumento e mi hanno chiesto se ero capace di fargli la fotografia. Io ho detto  sì ... ma in quello arriva Licini, che si è offerto lui di scattare la foto e io dentro di me mi dicevo: «ma io quello lo conosco e non mi ricordo più dove l'ho conosciuto»...
Dopo lui è entrato in casa, ha incontrato mia madre e da là e iniziata la storia...

Nastro 1994/6 - Lato B

Rina. Ho lavorato 34 anni da Monti e c'era tanto rumore. Sono diventata sorda per quello. Tutti, dicono ... ora danno la pensione a causa della sordità, ora mettono le cuffie, ma non una volta... Io lavoravo nei telai, da Monti.
Gina. Io invece ho fatto sette anni a Venezia nella case dei siori.
Rina. Tutti gli altri operai di Monti hanno preso la pensione di invalidità, non io.
Io prendo un milione al mese di pensione, ma solo per il lavoro ... e di reversibilità per mio marito prendo 100.000 lire al mese. Era a Tarzo, in casa di ricovero e volevano due milioni al mese...
Da Monti, dapprima lavoravo a "bater le madasse" [...], perchè c'erano solo sei telai. Poi i telai sono aumentati e così sono passata sui telai a fare la tela. Partivo a piedi da Salettuol fino a Saltore e mia sorella Gina a mezzogiorno veniva a portarmi polenta brustolada, anche lei a piedi. Sempre polenta, mai pane. Mio padre andava a caccia sul Piave con dei signori e il signor Caccianiga (Guido, l'onorevole, fratello di Gino). Io chiedevo a mio padre qualche ciopéta de pan. «Se il signore mi dà un po' di soldi», rispondeva il papà...
E nel 1929 c'era la neve così e un passo lo facevo avanti e tre indietro, con una sciarpetta; altro che i paletò e la pelliccia che ho adesso.
Ho iniziato a lavorare da Monti da ragazza, e non ero neppure in regola. Eravamo 4-5 dipendenti: lavoravano anche tutti i padroni. Ho trovato il posto da loro perché i Monti venivano sul Piave - erano di casa - a passeggiare.
Ho iniziato a 13 anni, poco dopo la guerra. Mia madre prima ha chiesto ai padroni se potevano assumere sua figlia e loro le hanno chiesto: «È bella o brutta? Perché se è brutta mi resta, e se è bella si sposa e mi va via». Invece mi mi sono sposata vecchia lo stesso, perché i nostri genitori non volevano, perché avrebbero dovuto restare soli...
Ricordo che non avevo neppure la bici e dovevo andare a piedi, e partivo al mattino alle tre e mezza-quattro. Mia madre si alzava a farmi il caffelatte e abbrustolirle la polenta alle tre del mattino. Poi mi avviavo in compagnia con altre ragazze del luogo, estate e inverno. Non c'era turno di notte, però.

Nastro 1994/11 - Lato A

Aggiunte e precisazioni, 7 maggio 1994    

Domenico Franchin, di Zero, era scapolo e viveva con la famiglia, con altri fratelli più giovani.
La tettoia per il fieno era proprio davanti alla nostra casa, a Salettuol, dove ora c'è il campetto di gioco ed è stata costruita dopo la guerra grande dove prima della guerra c'era "la pesa", che è stata distrutta e non più ricostruita. Pesa che serviva per pesare i sassi del Piave che venivano poi portati alle fornaci, a Fagarè, a Spresiano verso Ponte della Priula. Dopo la guerra venne costruita una fornace vicino al secondo argine verso Maserada e quindi non serviva più la pesa.
I sassi del Piave ... non tutti erano idonei, venivano raccolti e poi venivano a prenderli con i cavalli e li portavano anche a Sant'Andrea di Barbarana. I raccoglitori erano soprattutto provenienti da Saletto. Qua del posto c'era nostro cugino Luigi Vendrame. Non c'era altro, per guadagnare qualcosa...
I cannoni erano stati messi sopra l'argine. [...] 
Proprio sopra la chiesetta di San Rocco è stata gettata una passerella dai tedeschi (nel giugno del 1918), ma in quello che stavano passando la passerella è stata colpita e i tedeschi sono caduti nel Piave: se ne sono annegati moltissimi.
I cannoni erano sopra l'argine ed anche a loro protezione erano stati messi dei sacchi di terra. C'era anche una scaletta, che noi abbiamo visto, per salire sull'argine.
Tutta la strada per andare a San Rocco era coperta con ramaglie. Era molto stretta allora.
Qua davanti a noi c'era tutta boscaglia, come di là del Piave.

Gina. Qua veniva spesso proprio il re, che domandava al nonno dove andasse e lui gli rispondeva che «aveva la vacca da varnar ... e ghe porte a casa un poche de pagnoche parché e fassa latte par che e tre toséte... »
Il re veniva ogni mattina, e il nonno quando ritornava a casa lo raccontava.
Rita Bertolini (Gemionite) veniva sempre là davanti per andar lavorare sulla grava.
Sull'argine vecchio (che poi è stato portato via dall'alluvione del '66) c'erano le barche; sia dietro al monumento che dietro alla chiesetta di San Rocco.
C'era anche el livèl dell'acqua [idrometro]. [...]
Qua c'era il passo a barca e c'erano due barcaioli che erano "i re dea Piave", e poi si sono annegati. Si chiamavano uno Vendrame Francesco e uno Vendrame Ermenegildo, conosciuti come Gildo e Memi, o meglio come Memi e Jijét.
La nostra famiglia non aveva soprannomi.
I nipoti di Memi e Jijét sono vivi. 
Gina ha una foto, però, di due signore francesi.
Il re: era picinin.
Inglesi morti: ce n'erano sia vicino alla pesa che vicino all'osteria. All'osteria ce n'erano di più.
Soldato nascosto: era dentro una buca sotto la pesa. Era uno di Maserada, vi è rimasto "tutta la guerra" e nessuno lo ha scoperto [?]. Pur essendo in prima linea è stato proprio bravo a star nascosto. Dopo la guerra si è venuti a sapere della sua impresa, dai nostri veci, ma anche lui lo raccontava; si chiamava Lovadina Emilio, il papà di quello della [...]

Rina. Nella prima guerra erano più buoni che nella seconda [guerra mondiale]. Quei quattro [fascisti] della Mas "i ghe voéa picài ... i féa ciapàr paura" alla sera. Si andava a Maserada, ci fermavano e ci prendevano la bicicletta. Venivano dentro e c'era mio padre nel cortile e c'erano i bambini che giocavano (anche i miei) e ... un tedesco vien dentro e dice: «tu dare bicicletta». «Kaputt ... c'è ruota» ... [che aveva lasciato segni per terra]. Io gli ho detto che era di mio marito che ora era a lavorare dalle officine Sartori. Allora il tedesco è entrato nel tinello e ha preso in mano la radio. Lui voleva portarla via, perché il marito la ascoltava di notte. Io gli ho detto che la radio non era mia ma di una signora e mi sono messa a piangere. Avevo il figlio in braccio. Mi sono messa a piangere perché se mi portava via la radio avrei dovuto pagargliela alla signora ... ma il compagno del tedesco gli ha detto di lasciar perdere. Allora voleva salame e io non lo avevo...
Sono stata a servir dai tedeschi, go fato sie mesi dai tedeschi a Maserada nella villa De Rossi, a Maserada Bassa. «Mi volevano bene, mi hanno sempre trattato bene e ogni quindici giorni mi davano il premio». Erano ufficiali ... era il comando, «erano meglio degli italiani».
La Mas ha colpito sul viso mio marito e anche quello di Gina.... Lavorava sui bunker, qua drio l'argine, a Maserada...
Gina. A mio marito hanno dato un pugno e gli hanno rotto il viso, poi gli hanno fatto levare le scarpe e lo hanno tenuto a Maserada da Segala (nell'osteria, in piazza). Vado là e lo trovo che pissava sangue dalla faccia e quelli dell'osteria gli avevano messo una benda...
Rina. Mio marito è stato legato e portato a Spresiano, eppure non era dei partigiani ... che però c'erano da queste parti, nelle case vecchie, sparsi nella campagna.
Questi partigiani volevano che si preparasse loro da mangiare e da bere.
Una volta, una sera, mio padre è andato a fare i suoi bisogni 'di grande' fuori nel campo e in quello si sono presentati in due con il fucile e gli hanno detto: «Cossa fatu qua? te vien scoltar». Era appena di là del monumento. Insomma e venuto dentro ed è andato in affanno; non eravamo più capaci di farlo rinvenire. Erano partigiani.
«I iera canaie, a Mas, i iera canàie ... e i tedeschi i iera boni». Poi venivano con questi carrettoni a prendere la roba...
D. Ma chi erano?
R. Tedeschi.
D. Ma allora erano tedeschi o partigiani?
R. I ièra insembrài, taliani e tedeschi i ndàva d'accordo...

La "leggenda" di Emilio Lovadina, rimasto nascosto in una buca a 50 metri dal Piave.
I nostri veci dopo la ritirata lo hanno visto.
Però non vi era rimasto un anno, ma ultimamente, quando «i iera rivài qua». Forse era prigioniero e si era nascosto qua quando i tedeschi hanno passato il Piave e sono arrivati fino al 2° argine.
Il re.
Il nonno quando tornava a casa diceva:
«Toséte, go catà el re».
«Cossa te àeo ita?»
«Nono ste casa che i ve copa!»...
Il cimitero di guerra a Maserada lo hanno fatto in piazza a Maserada, «su pal Calmagior». C'era un gran campo, vi hanno costruito attorno una mura e tutto ... e in mezzo vi hanno messo anche un gran faro, finché hanno levato i morti per portare le ossa nell'ossario di Nervesa.
A Zero Branco dove eravamo profughi passavano squadre di prigionieri austriaci pieni di fame e mia mamma un colpo le è capitato di fare 17 polente.

venerdì 7 maggio 2010

Intervista a Prospero Vieceli

Nato nel 1907 a Fonzaso, dove risiede.

Nastro 1999/5 - Lato A  [da 12:45 su nastro originale]               17 settembre 1999

Tutto qua! (mi mostra la fronte) ... è il periodo della prima guerra mondiale.
D. Cosa si ricorda?
R. De tút!
Siamo stati un anno senza gli italiani, siamo stati qua sotto i tedeschi. Ah, mi ricordo come fosse adesso...
La nostra casa è del 1902, rimasta intatta con la guerra, non ha subito alcun danno.
I tedeschi, a quel tempo, erano presi malamente e soffrivano tanto, sta povera gente...
Gli italiani in ritirata, venivano avanti con le mani in tasca, perché l'Austria e i suoi amici erano presi tutti dalla fame, ed erano vestiti come i mascalzói, sti póri soldadi. Mi ricordo come fosse adesso.
Io li ho visti gli aviatori italiani, che buttavano giù gli aeroplani tedeschi. Noi non sapevamo se fosse Baracca, ma sapevamo che era italiano, che gliele dava ai tedeschi. Si vedevano questi aerei dove ci sono quelle colline, quelle montagne là, a Roccon. Però ha sbagliato anche Francesco Baracca: quando non trovava più aeroplani tedeschi, andava dentro per le trincee a bombardarli, a mitragliarli, la povera gente. Povera gente sì, ma avevano lo schioppo anche loro e gli hanno tirato e l'hanno preso; ma era tanto che lo faceva, finché una volta gli è capitato così, a Francesco Baracca!
D. Quando gli italiani sono scappati...
R. Non scappati. Un anno prima che finisse la guerra il nostro esercito era a pochi metri da Trento; il General Cadorna li ha fatti tornare indietro e per qua sono passati gli alpini, la fanteria, di tutte le specie. Cannoni tirati a mano, con quelle piastre là, di ferro, che facevano sblif sblaf.
Io andavo, scalzo, a vedere questi poveri alpini che tornavano indietro. Erano contenti, anche ... però una cosa devo dire ... quelli che erano del 7° alpini qua di Feltre, a tornare indietro e lasciare tutte le famiglie qua ... hanno preso le armi, le hanno date agli ufficiali e sono scappati su per le montagne.
Sono rimasti qua, e a Fonzaso ne avevamo 16-17 del paese, di Frassené, di Arten. Erano tutti su di qua, senza armi, scappati. Loro hanno detto così: «Se noi lasciamo le nostre famiglie - ce n'erano anche di maritati, a quel tempo - in mezzo ai tedeschi, andiamo a combattere perché? Quando qua ci hanno lasciato le nostre famiglie sotto i tedeschi» ... e sono rimasti qua; e gli ufficiali a corrergli dietro...
Quando poi è finita la guerra, sono tornati nell'esercito di nuovo e li hanno mandati a casa come gli altri. Gli ufficiali avrebbero ovviamente voluto che restassero con loro.
Gli italiani avevano fermato i tedeschi sul Col di Lana, che là è stato il cimitero dell'Italia e sul Piave e sul Grappa.
D. Ma dove si nascondevano questi soldati che erano rimasti qua?
R. Su per le montagne, sull'Avena, sul Monte Avena, a nord di Fonzaso, sei sette km a nord del Grappa in linea retta.
Per mangiare venivano giù, di notte ... e c'era mio padre che veniva dalla campagna con un cesto di pomidoro di quelli piccoli, perché una volta non c'erano mica pomidoro grandi, c'erano di quelli piccoli, selvatici; e se li mangiavano come... Venivano qua, dentro su questa cucina, in sette otto di Fonzaso. E la polizia dei tedeschi? Guai a Dio... !
Mio padre si chiamava Giacomo Vieceli detto Baracca. Adesso le racconto anche il perché si chiama Baracca ... [mi racconta dell'emigrazione di suo padre in America, Stati Uniti, nelle miniere di carbone, dove gli pesavano giorno per giorno, ogni sera, quanto carbone avevano scavato, lavoro a cottimo ... di come si fosse sposato, senza neanche un soldo andando in prestito del vestito ... e poi si fosse fatta la casa ... ma non era riuscito a coprirla del tutto e in paese gli dicevano che sembrava una baracca. Così ritornò ad emigrare finché riuscì a finire la casa, nel 1902. Ma intanto il soprannome rimase...]

C'erano le compagnie degli alpini che cantavano questa storia qua: [canta]

El general Cadorna l'ha scritto alla regina
se vuoi vedere Trento prendi la cartolina
bim e bim e bom...

... e io gli correvo dietro, scalzo, perché mi piaceva sentirli cantare.
Loro venivano giù contenti, poverini, perché marciare (via) dal fronte è una bella cosa, perché io l'ho provato, nella seconda guerra.
Andavano dove li portavano, perché si sono fermati qua su in provincia di Belluno, perché il Grappa è in provincia di Belluno.
E un'altra storia cantavano, che mi ricordo come fosse adesso ... ma è bella questa qua:

Su in cima a quelle Alpi c'è la neve
rossa di sangue, sangue italiano
c'è l'Austria che la stringe a mano a mano
ma la vendetta non tarderà
gioia mia...

Eh, i soldati!

gioia bella se tu mi ami
non più l'Italia tu devi amare
le Alpi nostre è il nostro amore
Trento e Trieste veniamo a conquistar
bum, bum, bum...

Non è bella questa qua?

Mi ricordo della fame (me ricorde de la fam). C'erano [gli abitanti] di quei paesotti del Grappa verso il nord. Erano capitati qua [profughi], chi trovava una casa e chi niente. Ma casa che? Sui fienili bisognava che dormissero, altro che profughi. Non era come adesso che li aiutano, una volta non la aiutavano la povera gente, no, non è neanche da pensarci. E allora, poverini, erano senza mangiare, senza case e famiglie magari di quattro cinque ragazzi. Qua ... fame!
Per dormire si arrangiavano come potevano. C'erano dei barchi di paglia, una volta - che adesso non ci sono più - il tetto era in paglia e sotto c'era il fieno, e dormivano là.
D. Anche d'inverno?
R. Sono stati là poco. Poi sono venuti gli italiani e sono andati ancora a casa sua. [?]
D. Di che paesi erano?
R. La Rocca, Arsiè, Mellame. Tutti quei paesotti da quelle parti là verso il Grappa.
Da mangiare non ce n'era. Morivano di fame, e noialtri poco da mangiare anche noi. Perché mia madre e mio padre avevano iniziato a nascondere il sorgo sotto il fieno, sotto quello e sotto quell'altro, così noi ce la siamo anche cavata un po' alla meno peggio. Ma do mesi, sior, fam!
D. Finché non è arrivato il nuovo raccolto?
R. Ecco, finché non è arrivato il nuovo raccolto... 
Quello che non avevano mangiato questi poveri tedeschi! Che mangiavano le pannocchie, le abbrustolivano e poi le mangiavano come dei bussolà.
C'era tutta la povera gente che veniva per le strade. Eh, adesso non c'è più nessuno! La povera gente, erano tutti coltivatori ... perché ce ne sono delle storie, avrei da raccontarle tante robe! 
Perché una volta qua in paese c'erano cinque-sei signori e dominavano tutto il paese e i contadini. La povera gente che doveva lavorare per loro il sorgo (granoturco): due pannocchie per il padrone e una a quello che aveva lavorato. Non mezzo e mezzo, così erano le terre, qua! E quando che la gente, come mio padre e tanti altri sono andati in America, in Francia, in Svizzera ... allora (i signori) hanno iniziato a vendere la terra. Perché ce n'era della terra, ce n'era tanta!
D. Chi erano questi signori?
R. Bianco, Elpansch [?] - di origine tedesca, Mengotti e poi ancora ma non mi ricordo più ... erano loro. Quelli che avevano le donne belle, quelli che avevano qualcosa di più degli altri. Perché qua c'erano delle belle donne, sa... Adesso no, eh ... anche se mia nuora, che è venuta a trovarmi questa mattina, è così ben fatta che mi tocca guardarla! È della bassa Italia, è una calabrese, di Monte Folone [Mottafollone] in Calabria...
D. Dopo Caporetto, i signori sono rimasti qua?
R. I é marciài subito, tuti i é marciài... [sono scappati subito, tutti sono scappati], prima che venisse la ritirata. Tuti i é marciài.
D. E il sindaco, chi era il sindaco?
R. Sior, podaria [potrei] anca parlar mal? Qua c'era sindaco uno che saranno stati sei sette anni che era sindaco e ormai non potevano più cambiarlo, perché non poteva ... la povera gente, niente da fare. E lui faceva a modo suo. Aveva le mani ... io dico che aveva le unghie lunghe come i brink [?] de la stalièra, la stalièra, quella che pesa [stadera]. Io dico che aveva le unghie lunghe così. Ladro! Era uno da maritare, era d'accordo con il prete; perché io non ci credo niente ai preti, io sono stato combattente ma non ho mai ucciso nessuno, e sono combattente. E neanche del male ne ho mai fatto, perché ho fatto anche tre anni la ultima guerra qua [...] io sì che sono stato chiamato. Mi hanno tenuto là tre anni, con tre figli qua, e la moglie e mia madre; ma io non ho fatto del male a nessuno.
D. Mi racconti di questo sindaco, da sposare...
R. Il suo nome è anche scritto fuori della sua casa, dove "ha lasciato" ... sulla piazza dei Frati, l'ultima piazzetta per andare in Primiero, là c'è un'insegna grande dove è scritto il suo nome.
Quello era un ladro di prima qualità, finché è arrivata la morte anche per lui. Ha preso, figli non ne aveva ... ha lasciato tutto ai frati. Ma sa quanta roba! Là dopo via Frassenè ... fabbriche quassù verso Fàller. El pascolon e poi case anche là... Ma era uno che aveva rubato tanto. Perché un sindaco - a quel tempo la povera gente era ignorante - allora lui gli diceva "firmate qua, firmate là". E lui diventava padrone, e messo piede in un posto ... quelli che gli erano attorno, sempre più si allargava, imbrogliandoli tutti...
Lui andava anche d'accordo con il prete, perché il prete era d'accordo con lui. Ladro anche il prete! 
Però stiamo parlando prima della guerra mondiale!
Durante la ritirata qua in paese c'erano due preti: uno è rimasto, il parroco vero e proprio, mentre il cappellano se n'è andato via.
D. Degli abitanti di Fonzaso sono partiti in molti?
R. I sióri sól! Tutti gli altri sono rimasti qua.
Mi ricordo che dal Grappa tiravano sulle rocce, sopra le case, in modo di non far morti qua. Erano "prolungati", gli dicevano, erano cannoni che venivano dalla Francia, perché se l'Italia, quella volta non l'aiutava la Francia e l'America avrebbe perso la guerra. Io ho sempre sentito dire così, dai nostri combattenti.

Nastro 1999/5 - Lato B

Con la spagnola non c'era neppure il dottore. Ne ho viste anche sei sette casse, io, a portarle al cimitero in una giornata ... e poi sempre ancora.
Noi in famiglia non abbiamo preso la spagnola. Mio padre non l'ha presa, era un omenon in gamba.
D. Allora c'era tanta fame, e i suoi paesani per sopravvivere, cosa mangiavano?
R. Erba sui [dei] campi; la cucinavano, mangiavano l'erba e bevevano anche un po' di brodo, se era ristretto.
D. Che erba era?
R. Erba di campo. Non radicchio, i radicchi li avevano già presi prima. Era erba, così, la cucinavano. Ma non erba diritta, "erba di foglia". Non ortiche: erba di campo. 
Il vino se l'erano portato via i tedeschi, le bestie anche ... poveretti, anche loro avevano bisogno di vivere, perché erano presi malamente a quel tempo i tedeschi. Perché gli italiani hanno vinto la guerra proprio per la fame dei tedeschi... 
D. Quando sono arrivati gli italiani, il 4 novembre, avete fatto festa, qua in paese, suonato le campane?
R. Macché, sono arrivati gli italiani, stufi di stare sotto il militare, (contenti) per aver portato a casa la pelle. Qua in paese non è stato fatto niente di particolare. [...]
All'epoca della guerra eravamo in quattro figli, io maschio, e tre sorelle che erano più vecchie ed ora sono tutte vive. Ce ne sono qua in paese e fuori del paese; ne ho una a Cremona.
Durante quell'anno mio padre mi diceva sempre: sta qua perché puoi farti male. (I tedeschi) buttavano a casaccio le bombe, le munizioni; tante bombe buttate via a stròss... E di questi ragazzi ce ne sono stati quattro cinque qua in paese che si sono fatti male con queste bombe. Perché ne prendevano su una e poi la buttavano dentro sul fuoco e se non erano veloci a scappare si rovinavano le gambe. Così, anche qua nella nostra contrada...
A noi, i soldati non facevano niente. Non ho alcun ricordo particolare. Non ci potevano fare del male, perché non gli si faceva del male.
Con le donne non ci sono state violenze. Quelle che andavano in cerca di qualche ufficiale, prima, e poi di qualche soldato ... Così ce ne sono stati tanti, non tanti ... tre-quattro ... di nati in quell'anno là. Hanno fatto porcherie, poi "hanno comprato" qua sotto gli italiani e li hanno allevati e sono venuti grandi, bravi ragazzi, ma quelli erano figli dei tedeschi. Nessun tedesco si è poi sposato con le nostre. [Mi son dimenticato di chiedere se poi le "ragazze-madri" si sono  sposate.]
Questi figli dei tedeschi saranno stati tre o quattro, o anche di più, ma non sono nati con la violenza.
I tedeschi avevano quasi paura di noi. Era un "esercito mort de fam, oramai", l'Austria. Perché la Germania anche a quel tempo ... sono stati qua i germanici due giorni, hanno "raspato" su le vacche, gli asini, qualche pecora e poi si sono ritirati, e hanno lasciato qua l'esercito austriaco, ma loro se ne sono andati di là e si sono portati via roba da mangiare. Non hanno fatto del male alla gente, i germanici, hanno portato via tutto, loro, e hanno lasciato qua l'esercito austriaco senza niente.
Gli austriaci, su questa strada qua sopra che costeggia la mia casa avevano la cucina a due ruote, e mentre marciavano la roba si cucinava mentre marciavano. Per far da mangiare erano magari in tre quattro e mischiavano questa farina bianca e ci mettevano dentro altra farina, per allungarla. Facevano come una pasta tonda e grande. Poi la strappavano a manciate e facevano come delle "ballotte", ma non come la mia mano, come il mio pugno, ma più piccole ... e ne davano a ogni soldato una di queste porzioni, e del brodo con cui era cucinata questa pasta. Ne davano un piccolo mestolo ciascuno, e con quello erano a posto. Come pane gli davano 40 grammi a testa ... potevano vivere, quella povera gente? Volevano che morissero, e bella finita!
D. Come fa a sapere che gli davano solo 40 grammi?
R. Perché era una pagnotta grande così [piccola come il suo pugno]. Era scura, e dai bordi usciva fuori come della roba verde, della verdura, per allungare il pane. Poveretti ... povera gente...
E morivano, sul Grappa. Stavano qua una notte e invece di dargli da mangiare ... li portavano avanti come fossero state bestie che dovevano essere ammazzate. Su, sul Grappa, e da là non tornava indietro nessuno.
La cucina mobile che ho visto io, ricordo che era trainata da un cavallo.
Noi bambini eravamo sempre dietro, assieme ai soldati; ma non erano gente cattiva, non avevano il cuore cattivo.
Aspetti che le racconto, qua c'era il brolo di Elpansch ... il brolo non era un giardino ma era un grosso appezzamento di terreno, recintato [con alberi da frutta, ecc.] e là questi poveri tedeschi avevano seminato dappertutto, zappando. Non c'erano mica trattori, e soprattutto facevano zappare ai prigionieri italiani, ai prigionieri di tutte le parti che loro prendevano. Seminavano pomidoro, cetrioli, verdura insomma ... carote, patate. E c'erano questi ragazzini del paese, ce n'era uno che abitava qua in contrada che aveva il padre che faceva il vachér presso un possidente qua vicino alla chiesa di Fonzaso. Questo bambino aveva fame e saltava dentro al brolo [scavalcando il muro di cinta]. Si prendeva un pochi di cetrioli e se li metteva in tasca... 
Si vede che erano tanti giorni che faceva così e i soldati austriaci che erano dentro al brolo un bel giorno lo hanno preso e io ... ero andato scalzo a far compagnia a mio padre che era andato sul campo a lavorare proprio di là del muro dove questi tedeschi coltivavano la verdura ... tutt'un tratto questo ragazzo ci capita fuori in strada, volando sopra il muro. Lo avevano buttato fuori, loro! Il ragazzino era piccolino. Si vede che lo hanno preso in due e gli hanno fatto fare il volo oltre il muro che sarà stato alto un metro e mezzo. Questo bambino lo chiamavamo Tàppare, ma non ne ricordo il nome, adesso è un pezzo che è morto. Appena sceso a terra dal lancio, il bambino si rialza, si riassetta i calzoni, se li pulisce con le mani e poi se ne va a casa...
C'erano prigionieri italiani e russi. I russi avevano un pastrano color viola, ma non parlavano con nessuno. Quelli sono morti di fame, non gli davano da mangiare. Zappavano sulla terra dove già avevano levato le patate e se ne trovavano ancora qualcuna rimasta, grande come una nocciola, una parte la mangiavano e una parte la mettevano via in tasca ... e dopo con la zappa e col piccone, a lavorare. I russi e anche gli italiani erano assieme.
D. A scuola, andavate a scuola, qua in paese?
R. No, scuola niente, a quel tempo là, niente: i maestri sono scappati, loro. Ne avevamo uno, noi: lo chiamavano il maestro Bocchi. Era stato capitano di artiglieria di montagna, ma a quel tempo era solo maestro, ed è scappato anche lui. [L'é marcià anca el].
Anche il dottore l'é marcià dirèto, è scappato subito. Noi invece siamo rimasti...
Alla fine della guerra i tedeschi se ne sono andati a casa con le mani in tasca...
D. Hanno rubato, fatto qualche marachella?
R. Sa cosa hanno fatto? 
[... ma inizia a parlare dell'ultima guerra: «Avevano detto: Non state far del male ai tedeschi, altrimenti»... ]
Ritornando alla prima guerra la partenza è stata tranquilla, nessuno del paese è insorto contro gli austriaci che se ne andavano [nel novembre 1918].
Erano stufi anche loro, poverini, gli austriaci. Gli italiani sono arrivati dopo, erano distanti. Non è che gli corressero dietro, non ne hanno ammazzato neanche uno, qua.
Gli austriaci sono andati via e il giorno dopo sono arrivati gli italiani, prima le camicie nere, no ... gli arditi, quei mascalzoni là, insomma.
D. Perché mascalzoni?
R. Perché di sì! Perché pestavano i prigionieri e io sono stato militare, per un bel pezzo, e ho sempre sentito dire: «Guai a Dio! Quando c'è un prigioniero bisogna aiutarlo e dargli da mangiare, se si può. Invece loro non facevano così, i ghe petéa, gli davano pugni, sberle...
D. Come fa a saperlo, lei?
R. Io? Ma non li ho visti, po'? Erano quaggiù sulla piazza grande davanti al Municipio. Ce n'erano una ventina di questi prigionieri, con le mani giunte, inginocchiati giù in terra. E noi ragazzi li si vedeva ... guarda, poverini. E passavano gli arditi, così, per farsi vedere dalla gente ... e giù uno schiaffo sulla faccia, come fosse niente, come fossero delle bestie. Capisce? Erano gli italiani , quelle porcherie là. Quelli erano capaci di farle tutte! Mascalzoni erano, uno con la testa a posto [non fa queste cose], pensa per lui, o anche per gli altri può pensare, ma in bene, non in male. E invece gli davano gnòche. [...]
Aerei. Durante la guerra dapprima venivano i caccia italiani, due-tre. Guardavano se c'erano le contraeree e se le vedevano, li ammazzavano dentro alla trincea («i li cópa entro sul búss»). Vanno giù e li ammazzano, e noi li vedevamo da qua mentre facevano queste manovre. Dopo i caccia, venivano gli aerei grossi, con le bombe. Quelli non possono mica star su, alti, per vedere dove c'è l'obiettivo. Così prima passavano i caccia a torghe a pèl [a fargli la pelle] alle contraeree e dopo venivano loro.
D. Ma non c'erano anche aerei austriaci, a contrastare quelli italiani?
R. Erano messi malamente, non avevano neppure aerei. Non avevano niente. Avevano poco, poco. L'Austria a quel tempo era messa malamente. Io a quel tempo non potevo sapere come fossero [in realtà], ma erano messi malamente.
D. Cantavano anche i tedeschi qualche canzone?
R. Macché, non cantavano. Gli veniva poca voglia di cantare, poréti. Stavano qua forse due-tre ore e poi fòra sol Grapa, su per il Grappa, e là era la morte. 
Mi ricordo che i comandanti tedeschi avevano cambiato il nome del Grappa e gli avevano messo il nome di Monte Fiore.
Fiore, fior, non è più il Grappa ... perché i soldati avevano iniziato a prendere paura; così andavano fuori tranquilli, sta povera gente...
La paura fa tante robe. Io non ho mai avuto paura, in vita mia, con tutto quel che ho passato. Ma sono sempre stato fortunato. Prima fortuna: la salute.
Nell'ultima guerra qua, avevano detto qua, i superiori [tedeschi] che se fosse stato ammazzato uno dei loro soldati loro ne avrebbero ammazzati dieci dei nostri. Invece, «di quei partigiani, di quei lazzaroni là, non hanno ammazzato un maresciallo dei carabinieri tedesco che stava andando a Frassenè, a cercarsi due tre uova per mangiare. Non sono andati ad ammazzarlo, quavvia, al ponte di Frassenè. Lo hanno ammazzato!». Allora, quando lo hanno ammazzato - però io ero militare a quel tempo, non posso dire - però lo so lo stesso.
C'era un guardiaboschi, un buon ragazzo che non faceva del male a nessuno. Stava giocando a carte in una bettola, sono andati là, quei lazzaroni, e l'hanno ammazzato. Poi c'erano tre inglesi su una baracca, che vivevano di carità, con qualche donna che portava loro delle patate e dei fagioli - come facevano durante la prima guerra mondiale con quelli che erano rimasti di qua delle linee - e questo qua, il guardiaboschi, per fare il suo dovere, ha mandato su i carabinieri tedeschi i quali li hanno presi subito e li hanno portati giù. Ed è per questo che quei lazzaroni là, che passano per patrioti, lo hanno ammazzato. [...]

La più bella cosa che io dico alla gente è: «Non state far del male a nessuno e vedrete che acquisterete molto del bene».
Mi sono sposato a 27 anni, quando avevo già fatto il militare "da permanente" a Conegliano, nel 56° Fanteria. Sono arrivato a 27 anni senza sapere cosa volesse dire una donna; mi sono sposato e non sapevo niente. Ho trovato una ... "na bèa tosàta, ciò" che mi voleva bene, e io anche, e siamo stati assieme finché lei è morta, quando aveva 84 anni. E prima di sposarmi io non sapevo niente; e dopo sposato sono stato dappertutto, in Svizzera. Dappertutto, ma non ho mai toccato nessun'altra donna. E così insegno io alla gente, perché uno che si procura femmine è la rovina di tante famiglie...

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Tentativo di intervistare una donna di 101 anni nella casa di riposo di Seren del Grappa. Per l'ennesima volta non riesce.
Difficilmente le persone di quell'età riescono a ricordare con lucidità. O meglio le rare volte che mi è capitato di intervistarne ho avuto sempre questo esito deludente (tranne con Antonio Faccin) ... anche se la gente del posto diceva prima che, «no, no... il/la tal dei tali è ancora lucidissimo, ricorda tutto... ».

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